Intervista a Gianni Simoni | La serie dell'ispettore Lucchesi Intervista a Gianni Simoni | La serie dell'ispettore Lucchesi

Intervista a Gianni Simoni | La serie dell’ispettore Lucchesi

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Gianni Simoni è autore di “una nuova serie di gialli con un protagonista eccezionale: l’ispettore Andrea Lucchesi, milanese, 46 anni, stanco, solo e nero di pelle”.

Una conversazione con Gianni Simoni, autore della serie Le indagini del commissario Lucchesi pubblicata da Tea insieme alla serie dedicata ai casi di Petri e Miceli.

Quale aspetto nelle ricerche per la stesura della serie Le indagini del commissario Lucchesi l’ha coinvolta di più? Ci sono stati fatti o temi, per esempio, che avrebbe voluto includere in Il filosofo di via del Bollo, ma a cui poi ha rinunciato?

Per i miei romanzi, sia che si svolgano a Brescia, la mia città d’origine, o a Milano, quella d’adozione, non faccio ricerche particolari. L’unica cosa che ho sul tavolo, accanto al computer, è uno stradario delle due città. Cerco comunque di “attualizzare” le storie, con riferimenti che all’attualità appunto appartengono, in tutti i suoi risvolti (politici, economici, sociali), cercando però di non farmi travolgere dalle emozioni del momento, che molto spesso vanno, per così dire, metabolizzate.

Come descriverebbe l’ispettore Andrea Lucchesi a chi non avesse letto il precedente Piazza San Sepolcro?

Mentre l’ex giudice istruttore Petri (protagonista della serie bresciana) è chiaramente autobiografico, l’ispettore Andrea Lucchesi lo è molto meno, e non solo per una questione anagrafica o di pelle. Ma anche Lucchesi non nasce per caso. Potrei dire che da tempo covava sotto la cenere e non chiedeva altro che di venire alla luce, anche perché alcuni tratti del suo carattere mi appartengono (l’indignazione che non esclude la pietas, la difficoltà di conciliare il rispetto della legge scritta con gli impulsi della propria coscienza, dal momento che in certi casi “legge” e “giustizia” possono anche non identificarsi tra loro).

Lucchesi ha comunque la pelle nera. Ed è proprio questa particolarità che spesso gli consente di riconoscere ogni forma di razzismo strisciante, spesso anche esplicito, nei confronti di ogni tipo di “diversità”. Atteggiamento, questo, che certamente continua a sopravvivere e costituisce, denotandone l’arretratezza culturale, una delle caratteristiche negative del nostro Paese. Un Paese nel quale i primi dodici articoli della nostra Carta costituzionale, dovrebbero essere imparati a memoria dai nostri figli, fin dal primo anno delle scuole primarie.

Il nuovo, appassionante libro della serie dedicata all'ispettore Andrea Lucchesi.

Il nuovo, appassionante libro della serie dedicata all’ispettore Andrea Lucchesi.

Qual è l’immagine della Milano di Lucchesi che più apprezza e quella invece che la fa arrabbiare?

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La Milano dei miei libri è una città abbastanza grigia, come il suo cielo che solo recentemente si è un po’ rischiarato per una ventata di aria nuova che induce a un cauto ottimismo. Una città sicuramente ricca, ma contraddittoria, nel momento in cui accanto alla ricchezza continuano ad esistere sacche di miseria o di povertà. E Lucchesi si trova a muoversi in mezzo a questa società contraddittoria, e lo fa con molta fatica

La faccia nera del giallo italiano. Prima di essere uno scrittore, lei è stato un magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Una scelta, per così dire, obbligata quella del genere letterario al quale riferirsi? Si può raccontare, in altri termini, ciò che si è vissuto e si conosce realmente?

Per una persona che abbia fatto il magistrato la scelta di un genere letterario non è obbligata, ma comprensibile. La vita professionale che hai vissuto ti offre una miriade di spunti che possono essere sviluppati in chiave narrativa. E ciò che hai vissuto può, con prudenza, essere raccontato, in una prospettiva che può essere didascalica e, qualche volta, liberatoria

I suoi libri hanno superato le 50.000 copie vendute. Lei è positivamente noto. Vorremmo chiederle se è anche uno scrittore ‘disciplinato’. Qual è la sua routine mentre lavora ad un nuovo caso?

Come scrittore mi sono imposto una certa disciplina, dedicando alla scrittura delle ore ben precise (le altre le dedico alla lettura). Ma lo scrivere non può trasformarsi in una routine. Limitandomi al genere poliziesco, paragonerei il mio lavoro a quello di un buon artigiano, che mette a frutto le sue conoscenze e, con passione, cerca di arrivare a un risultato soddisfacente, per sé e per gli altri.

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Autore: Amalia L.

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