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Malia d’Italia | Marina Stepnova

In Malia d’Italia, edito Voland, la scrittrice russa Marina Stepnova, racconta quattro decenni di storia russa ed europea attraverso gli avvenimenti della vita di Ogarëv, un giovane eroe “piccolo piccolo”.

 

“Distinguersi non era bello. Né a quei tempi, né a quell’età, né in quel quartiere. […] Soltanto il grigiore assicurava una qualche tranquillità.”

recensione Malia d’Italia | Marina StepnovaIl protagonista di Malia d’Italia, il nuovo romanzo, edito Voland, della grande scrittrice russa Marina Stepnova, è Ivan Sergeevič Ogarëv, un uomo come tanti, un medico, soltanto un medico, tanto russo da fare quasi schifo. Il libro segue la crescita del ragazzo, venuto su rispettando tutti i dettami della scuola sovietica degli anni settanta – interessata esclusivamente a forgiare bravi comunisti senza nome o particolari peculiarità – e quelli che il padre prova a inculcargli, seppur con scarso impegno.

Il rapporto col padre è quello che segna l’infanzia del protagonista: un padre bello, possente, atletico e stacanovista, fedele alla bandiera, infelice accanto a una donna mediocre, sgraziata e totalmente asservita al volere del consorte. Un padre che lo fa sentire una nullità, inadeguato al mondo che ha attorno e a quello che verrà; così il piccolo Ogarëv cresce con un profondo senso di colpa, destinato ad affievolirsi soltanto da grande.

Il romanzo percorre la vita di Ogarëv con i primi innamoramenti – quello per Netočka, chiamata come la protagonista del romanzo di Dostoevskij Netočka Nezvanova, cui tutti i ragazzi si prostrano neppure fosse realmente il grande scrittore russo – e con i primi approcci alla lettura, quella novità che lo conquisterà per un tempo per poi essere sostituita dalla carriera militare e infine dagli studi di medicina.

La passione per la medicina, scopo cui il protagonista si dedica in età adulta, nasce mente l’Unione Sovietica comincia a sgretolarsi.

L’URSS cadeva a pezzi, si accasciava esangue nel fango, sfigurata, misera, come un vecchio ubriaco che ha perso cappello, moglie, coscienza, sembianze umane, ma è ancora vivo, per qualche ragione.

L’autrice segue le vicende di quarant’anni di storia russa ed europea attraverso lo sguardo di Ogarëv, spesso distratto dai propri turbamenti che, sovente, hanno per oggetto, come da ragazzetto con Netočka, una donna. E sono le piccole storie di altre donne, altri personaggi ad accompagnarlo attraverso i cambiamenti della società sovietica: la glasnost’, la perestrojka, quelle parole che non salvarono l’URSS, il disastro di Černobyl’, l’avvenimento decisivo nella sua dissoluzione.

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E poi c’è Malja, presente come un ricordo, profumo al miele, una giovane donna col naso all’insù e il volto tempestato di efelidi, una ragazza, giudicata troppo presto una cretina senza cervello, che a primo acchito gli trasmette una sensazione sgradevole, di inquietudine; impressioni iniziali che, come spesso accade, si trasformeranno in attrazione, una violenta attrazione descritta per odori e immagini.

Il suo calore, il profumo: una magnificenza palpabile che la circondava. Malja era tutto all’interno di un bozzolo fatto di quel calore e di quell’aroma – un cocomero maturo che si spacca, pesche calde, un fusto di pomodoro reciso da una dura zappa. Mezzogiorno. Agosto. Vagare per il giardino. Sentire le mele che cadono. Baciarsi.

Con Malja il giovane uomo lascerà alle spalle il grigiore sovietico riemergendo in un presente tutto italiano.

Oltre ai tratti caratteriali del protagonista, Marina Stepnova dedica ampi passaggi all’ambiente ostile di Mosca, dipinta con cupe pennellate attraverso i chruščëvki, i solidi palazzoni prefabbricati delle periferie, la Casa della Cultura, il suo piatto tran tran e i pochi spazi verdi intorno ai quartieri popolari, e alla splendente e rigogliosa Italia, o meglio Toscana, che accoglierà la nuova vita di Ogarëv accanto a Malja, tanto misteriosamente attratta da quella terra.

Con una scrittura densa, lirica, mutante e robusta, la Stepnova, dopo il successo mondiale con Le donne di Lazar’ – terzo classificato al Bol’šaja kniga, il più prestigioso premio letterario russo –, torna con un romanzo zeppo di ricercati riferimenti storici e letterari e in cui i piccoli avvenimenti della vita di un piccolo eroe si intrecciano con quelli della grande storia europea.

Autore: Antonio Pagliuso

Ometto di Lamezia Terme, città al centro della Calabria con vista sulle isole Eolie. Ama leggere, scrivere e viaggiare e reputa la lettura dei classici della letteratura un must a cui ognuno di noi dovrebbe volgere. Redattore di altri canali di recensioni e divulgazione culturale, è ideatore della rassegna "Suicidi letterari" e autore del giallo "Gli occhi neri che non guardo più".

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