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Un respiro di troppo | Massimo Polimeni


La trama

Può un uomo di colore, ricercato per omicidio, fuggire da New York, sbarcare clandestinamente in Sicilia, mischiarsi a un gruppo di migranti e tentare poi di costruirsi una nuova, inaspettata esistenza? Joe intreccia la sua storia con quella di un giovane amico che spera in un cuore nuovo, di un tenace investigatore che non vuole arrendersi al suo male, di un ex-poliziotto arabo in attesa di poter riscuotere il frutto di un furto milionario e di altri singolari personaggi. Uomini soli che cercano improbabili vie di fuga da un destino già scritto. Non basteranno il travaglio interiore e le drammatiche esperienze che si trascinano addosso: essi si troveranno, infatti, coinvolti in un’indagine sul tragico traffico clandestino di organi umani. Non cè nulla di razionale nelloscura realtà nella quale si muovono, ma nessuno di loro cesserà di battersi per il proprio riscatto. Joe potrebbe salvare sé stesso, la sua libertà e forse anche la vita del suo giovane amico. Dovrà però accettare un rischiosissimo baratto.

Un respiro di troppo di Massimo Polimeni si presenta come un romanzo originale, connotato dal presupposto inaspettato ma credibile che origina la vicenda, intenso, per la tessitura della trama e dei personaggi, nonché intimo, perché pur trattandosi di un noir psicologico, dà molto spazio a tematiche fortemente interiori, quali il desiderio personale di redenzione e di riscatto.

Ma come nasce la storia narrata nell’opera in questione e, soprattutto, perché è stata trasferita sulla carta? Ce lo rivela lo stesso autore: “Da un evento al limite del plausibile: un uomo di colore si mischia casualmente a un gruppo di migranti che sbarca da una nave ONG a Catania. È in realtà un afro-americano e si scoprirà dopo di chi si tratta. I temi che si sviluppano da questo evento sono riconducibili alla condizione di precarietà e di intima sofferenza che caratterizzano questo personaggio e anche gli altri che, nei modi più diversi, entrano in contatto con lui.  Uomini soli, ma non immuni all’amore, perché su tutto finiscono per prevalere gli affetti e le relazioni umane: la loro vitale importanza anche dopo decenni di silenzio, il bisogno di un luogo dove porre fine alla propria personale fuga, il ricordo sempre agognato del passato seppure imperfetto, l’impegno per fare del presente qualcosa di comprensibile, la ricerca di un futuro atteso ma mai immaginato, il senso della costruzione di sé e l’identità che solo una famiglia può dare”.

Tematiche forti, intense, che consentono al lettore di ritrovarsi tra le pagine di questa avventura, partendo già dal titolo, legato a un evento narrato alla fine del romanzo, del tutto inatteso e drammatico. Anche la copertina ha il suo bel perché: l’autore si è avvalso di un ottimo graphic designer, Walter Ferrario. Gli ha inviato una foto che secondo lui si avvicinava all’idea che aveva in mente, ma che non lo soddisfaceva totalmente…da lì il professionista chiamato in causa ha iniziato il suo lavoro di ricerca culminato nel “biglietto da visita” di Un respiro di troppo.


L’autore

Massimo Polimeni ha scritto testi e sceneggiature e curato la regia di un lavoro teatrale dal titolo “Testimonianza a Chicago”, basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una clamorosa protesta nel 1969. Il suddetto lavoro è stato rappresentato al Teatro Gamma di Catania.

Il nostro autore è giornalista pubblicista dal 1980. Ha fondato e diretto IN.TEA. (Iniziative Teatrali), che ha ospitato a Catania, nel proprio cartellone attori quali tra gli altri Valeria Moriconi, Carlo Cecchi, Massimo Mollica, Peppe Barra e compagnie quali il Teatro dell’Elfo, quand’era diretto da Gabriele Salvatores.

Ha realizzato due documentari per conto della RAI (“Bellini, itinerario di un mito”, e “Agata tra sacro e profano”), messi in onda su RAI3. Di questi è stato autore dei testi e della sceneggiatura e ha condiviso la regìa.

Nel 2015 ha pubblicato per Nulla Die Edizioni il romanzo “In Sicilia, un’estate”. Il libro vince nel 2016 il Premio Letterario “Raffaele Artese” (Premio San Salvo 2016). Nel 2017 pubblica, con la medesima casa editrice, “Quel che resta oltre il buio” (Premio De Finibus Terrae 2017, Premio Città di Acireale 2017). Per motivi professionali ha a lungo vissuto all’estero (Seul, Tokio, New York). Attualmente vive a Roma.

Ma come ha avuto origine il suo amore per la scrittura? “Ho iniziato giovanissimo a nutrire uno straordinario amore per il giornalismo – ci racconta Polimeni – ero direttore del giornale scolastico all’istituto superiore, giornale che veniva regolarmente stampato in tipografia. Più tardi sono entrato nella redazione di un’emittente televisiva, non una qualunque, ma Teletna, quella che scardinò il monopolio della Tv di Stato grazie a una storica sentenza del Tribunale di Catania. In seguito conseguii i titoli per essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti”.

Al momento è impegnato nella scrittura di una commedia teatrale, dedicata alla memoria del caro amico e grande attore Gilberto Idonea, scomparso recentemente. Il titolo provvisorio è “A cena con Lui”.  Nel contempo scrive i primi appunti per il prossimo romanzo.

Il legame con la sua città natale, Catania, è sempre molto forte, tant’è che ci dice: “Ogni volta che posso vado lì in cerca delle atmosfere che mi hanno accompagnato sino ai miei trent’anni, prima di lasciare l’isola. Ogni mia storia è nata in Sicilia da un evento o da un’emozione provata nei luoghi conosciuti e frequentati in gioventù”.

QUI la nostra intervista a Massimo Polimeni


Lo stile

In fatto di stile l’autore di Un respiro di troppo afferma “Difficile definire il mio stile. Per il primo romanzo un recensore ha parlato di Vittorini. Devo dire che lui mi ispira moltissimo. Per il secondo libro è stato scomodato anche Brancati. Comunque si tratta di autori che amo moltissimo e che certamente hanno contribuito alla mia formazione. Amo il cinema e cerco di scrivere tracciando storie e ritmi, e descrivendo luoghi come in una sceneggiatura. Un autore con il quale sento di avere qualche affinità è Gianrico Carofiglio. Tendenzialmente concedo sempre maggiore spazio alla dimensione psicologica del romanzo e quindi tendo ad utilizzare il contenuto noir essenzialmente come strumento”.

Non può esserci stile senza ispirazione o, meglio, fonti di ispirazione. Infatti, la nostra curiosità su ciò che ha ispirato la stesura di Un respiro di troppo viene soddisfatta così dalle parole di Polimeni: “In questo modo ho la possibilità di parlare di Joe, il protagonista del mio romanzo. L’ho conosciuto a New York quando ho vissuto in quella incredibile città. Mia moglie era in Italia in quel periodo. Alcuni amici mi indicarono un locale di Spanish Harlem dove si potevano ascoltare jam session di jazz. Ci andai. La zona era tutt’altro che raccomandabile. Si trattava di un localaccio piccolo e buio con pochi tavoli, nudi e malmessi Su una pedana iniziarono a susseguirsi performances di personaggi unici, tutti tassativamente di colore (ero l’unico bianco nel locale). Alcuni di questi erano probabilmente homeless o comunque messi male in arnese. Ma si trattava di straordinari musicisti. Si esibiva un sassofonista, poi toccava a un pianista cui faceva seguito un clarinettista e via di seguito. Mangiavo chicken wings e ascoltavo la mia musica preferita. Ero felice. Poi un uomo sui quarantacinque anni si è messo a cantare accompagnandosi al pianoforte. Riuscii a invitarlo al mio tavolo e parlammo per circa mezz’ora. Quell’uomo è poi diventato il mio Joe. Purtroppo non sono più in contatto con lui”.

Non manca poi il contorno autobiografico: “In ciascun personaggio c’è qualcosa di me. Ma io non sono nessuno di essi. Diciamo che con ciascuno di loro condivido le mie imperfezioni – ci dice l’autore, andando a pescare anche tra le sue letture preferite, che in qualche modo lo hanno influenzato, oltre che ispirato – per restare nell’ambito della contemporaneità, cito Khaled Hosseini (Il cacciatore di Aquiloni e, ancor più, Mille splendidi soli) un autore straordinario che, come pochi, sa penetrare gli angoli più remoti dell’anima. Poi Paulo Coelho, sul quale non spendo una parola perché sarebbe assolutamente ridondante e inadeguata tant’è grande il suo talento di autore e straordinario il suo stile di narrazione. Aggiungerei un autore poco noto in Italia che ha scritto un libro dalla lettura difficile e impegnativa, ma certamente originale e intensa: Saša Stoianović con il suo War. Il libro è affidato a trenta voci (trenta, quanti i denari guadagnati da Giuda), che narrano del compito dei quattro evangelisti, più Maria Maddalena e Giuda, che vengono inviati a scoprire la verità sulla guerra in Kosovo. Mi piace anche leggere poeti poco o niente conosciuti in Italia come il russo Boris Rizhy (colpevolmente non edito in Italia) e il curdo Golan Haji. In qualche modo la mia narrazione evoca nelle atmosfere e nei ritmi, quella di Faletti (Niente di vero tranne gli occhi). Ho molto apprezzato Stieg Larsson (La regina dei castelli di carta) per la sua capacità di ordire la trama e di sicuro è stata per me una fonte di ispirazione. Quanto ai personaggi, dal momento che molte vicende si svolgono in Sicilia, la loro connotazione è suggerita dalle letture di Sciascia (Il giorno della civetta): il mio è un popolo quasi immutabile”.

Autore: redazione

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