Gli anni del nostro incanto | Giuseppe Lupo Gli anni del nostro incanto | Giuseppe Lupo

Gli anni del nostro incanto | Giuseppe Lupo

Giuseppe Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia. Per Marsilio ha pubblicato, oltre a Gli anni del nostro incanto, oggetto della mia recensione, i romanzi “L’americano di Celenne” (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello e Prix du premier roman), “Ballo ad Agropinto” (2004), “La carovana Zanardelli” (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical e Premio Carlo Levi), “L’ultima sposa di Palmira” (2011; Premio Campiello-Selezione giuria dei letterati e Premio Vittorini), “Viaggiatori di nuvole” (2013; Premio Giuseppe Dessì) e la raccolta di scritti “Atlante immaginario” (2014). E, ancora, “L’albero di stanze” (Marsilio, 2015). È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del «Sole-24Ore» e di «Avvenire».

Nel 2017 è stata la volta del romanzo Gli anni del nostro incanto

 A Milano, all’alfabeto delle sue periferie, all’incanto delle sue luci.

 Siamo a Milano, nel luglio 1982. La Nazionale italiana sta per disputare la sua partita decisiva contro la Germania, che la porterà ad essere campione del mondo. Vittoria, invece, si trova al capezzale di sua madre, in ospedale, a raccontarle la storia della loro famiglia, nel tentativo di riportarla alla realtà.

Tu mi comprendi se dico che il tempo di cui ti parlo, il tempo della nostra vita anteriore, vale solo se lo ricordiamo? Se ce lo dimentichiamo, è come se il passato l’avessimo chiuso in una stanza e avessimo gettato la chiave. È materia inutile, scarto di anni, spazzatura di vita appesa a un chiodo arrugginito.

 

 “Soggetto Amnestico Post Trauma” l’hanno definita i medici, perché Regina ha perso la memoria, semplicemente guardando una foto sulla rivista “Gioia”.  Un piccolo rettangolo di carta bianco e nero, che un fotografo anni prima, aveva avuto la prontezza di immortalare. Una famiglia, felice in sella ad una Vespa, la loro famiglia. Vittoria in quella foto aveva neanche due anni, in braccio a sua madre che la teneva saldamente per non farla cadere. Alla guida suo padre, tra le gambe suo fratello di sei anni. Stavano andando a festeggiare il decimo anno di matrimonio dei suoi genitori, al Bar Motta, al centro.

Inizia così la storia di Vittoria, la storia di una famiglia, tra gioie e dolori, mentre il lettore comincia senza neanche accorgersene a camminare con lei, nel suo viaggio attraverso il tempo, un viaggio lungo un ventennio.

Con questo suo ultimo romanzo, Giuseppe Lupo ci permette di essere spettatori di un’epoca, neanche molto lontana dalla nostra, ma che la mia generazione ha potuto conoscere solo attraverso i racconti dei genitori o nei libri, un’epoca “Sbarluscenta” la definisce lo stesso autore proprio in Gli anni del nostro incanto.

L’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo quando ci sentiamo il mondo in tasca.

 Gli anni in cui si comincia ad intravedere in Italia un certo benessere. Gli anni della mitica Vespa e della ‘500, dei primi elettrodomestici, quelli in cui il sogno di ogni donna era avere una cucina “Salvarani”, l’unica in grado di sfornare pietanze succulente e degne di soddisfare i palati dei propri mariti e figli.

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Con questo romanzo Giuseppe Lupo ci accompagna in un viaggio nel tempo davvero unico, senza eccedere nel sentimentalismo, riproducendo fedelmente ed in modo certosino, la storia di quegli anni, la storia di un’Italia che non c’è più.

Ci racconta non solo gli anni ’60, ma anche gli avvenimenti degli anni ’70, legati tra loro con un filo invisibile, che passa dal boom economico ai cosiddetti anni di piombo, con le contestazioni giovanili, la strage di Piazza Fontana, l’uccisione di Aldo Moro e tanto altro, senza che il lettore si perda o si annoi e tenendolo incollato alle pagine.

Gli anni del nostro incanto ci fa capire come eravamo e come siamo diventati oggi, un vero paradosso agli occhi del lettore, oggi inghiottito da un mondo sempre più virtuale, nel quale non vi è più spazio per i sentimenti, ma si dà sempre più importanza ad un like sui social che ai rapporti tra persone.

Giuseppe Lupo mette a confronto due generazioni, quella di Luigi (detto Luis l’atomico), padre di Vittoria, che pieno di speranza parte dal suo paesino del sud Italia, a cercare fortuna nella “Gran Milan”, scelta appositamente dall’autore, come simbolo del benessere italiano, e quella di Bartolomeo, detto Indiano, fratello di Vittoria, che si lascerà inghiottire dalla violenza delle contestazioni giovanili degli anni ’70.

Una cosa che ho apprezzato moltissimo è stato l’inserimento nel racconto di svariate canzoni di quegli anni, che hanno fatto la storia della musica italiana, ma soprattutto dei prodotti usati in quel periodo, come ad esempio il detersivo Ava, cui ricordo ancora il profumo con nostalgia, quando a casa dei miei nonni era giorno di bucato e il suo odore impregnava l’aria.

Solo i ricordi alimentano altri ricordi.

“Gli anni del nostro incanto” è un racconto elegante, delicato, non lacrimevole, ma che riesce ad arrivare dritto al cuore del lettore, il tutto concentrato in poco più di 150 pagine. Lo consiglio a chi ha voglia di ritagliarsi un po’ di tempo per uscire dalla quotidianità, dal mondo frenetico e virtuale in cui siamo finiti, a chi ha voglia di staccare un po’ la spina e fare un tuffo nel passato. Di sicuro non ne rimarrete delusi.

Autore: Elisabetta Salvaggio

Sono nata il 18 Agosto 1977 a Roma, dove vivo. Lavoro in un'agenzia di assicurazioni, ma la mia passione sono i libri, li amo da che ne ho memoria. I primi libri che ho letto sono stati: «Se questo è un uomo» di Primo Levi e «Il nome della Rosa» di Umberto Eco. La mia frase preferita: «I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro» (C. R. Zafon)

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