Un viale tranquillo una Repubblica neonata un passato che pesa

un-tranquillo-viale-alberato“Un tranquillo viale alberato” (Oltre Edizioni, 2017, 356 pagine 18 euro).

Una narratrice croata all’esordio inaugura con altre due connazionali la collana di una coraggiosa casa editrice che sfida il mercato editoriale commerciale e l’omologazione culturale.

In copertina spiccano gli scacchi bianchi e rossi della bandiera della Repubblica di Croazia. Vive a Zagabria infatti Nada Gasic, autrice del romanzo d’esordio pubblicato dalla milanese Oltre Edizioni, con il sostegno del Ministero croato della Cultura, che, assieme ai titoli di altre due connazionali, inaugura Oltre Confine, una collana “contro l’omologazione dell’offerta culturale“.

Diretta dallo scrittore e giornalista Diego Zandel,Oltre Confine propone inoltre “Odore di madre”, di Vedrana Rudan e “Creature di Dio”, di Tatjana Gromaca, in libreria da gennaio 2017.

Una collana? Una sfida, quella di ignorare il mercato editoriale e le sue regole commerciali – o di affrontarlo a muso duro – andando a scoprire scrittori che mai l’editoria strutturata si azzarderebbe a proporre.

Ovviamente non è in discussione la qualità dei romanzi, ma si tratta di firme fuori del circuito chiuso dei bestseller, che si alimenta di popolarità: più un autore è noto più vende e più si vende, ancora più si finisce per vendere.

Andare a caccia di proposte che vengono da “letterature periferiche” e lontane dagli “standard di consumo” pretesi dal business editoriale, potrebbe spaventare chiunque. Non Zandel, a sua volta scrittore, che mette in mostra il suo fiuto di talent-scout, dando per cominciare uno sguardo alla porta accanto, a quella Croazia nata dall’implosione della Repubblica federale jugoslava, dopo la caduta del muro che ha privato di un punto di riferimento storico-politico i Paesi d’oltrecortina e quelli retti da governi comunisti.

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È da poco più di una quindicina d’anni che gli effetti più evidenti della liquefazione del regime titoista hanno cessato di mettere a ferro e fuoco i Balcani. Eppure, la Jugoslavia di Josip Tito sembra lontana un secolo, con le tante etnie fuse, anzi, “confuse” in una nazione che aveva tutta l’apparenza di uno stato unitario, sebbene multietnico e a ordinamento federale.

La Croazia seguì da presso e molto sanguinosamente la Slovenia, nel regolare i conti della sua autonomia statale. Assunse la bandiera con lo scudo a scacchi biancorossi come vessillo della neonata Repubblica, 4 milioni e 300mila abitanti, indipendente dal giugno 1991.

È tuttora latente la memoria dei conflitti etnici che seguirono alla dissoluzione statale, dell’instabilità, degli odi e rancori scatenati in quella fase.

Il romanzo della sensibile Gasic la registra puntualmente, attraversato com’è da una vena costante di instabilità psicologica. I croati non hanno ancora chiuso i conti con la loro storia recente. È evidente.

Nada Gasic è nata a Maribor, ora in Slovenia, nel 1950, ma dal 1952 risiede a Zagabria, dove ha studiato sociologia, nell’Università della capitale. A fine 1900, ha vissuto l’indipendenza e le guerre nella ex Jugoslavia, come tutti gli abitanti della strada del centro, con il filare di alberi, lungo la quale si sviluppano le storie, gli incontri, gli scontri e gli omicidi del romanzo.
È agosto 2003, l’estate è più calda di ogni tempo da quando si registrano le temperature ambientali, dal 1861.

Nel viale si consumano le vicende di tanti.

Gay attempati, villani attaccabrighe, anziane signore, una residente piuttosto attenta a quanto accade fuori del suo appartamento. Si fa gli affari degli altri, non può fare a meno di sbirciare, ma non è pettegola o se pure lo diventa, esterna a modo suo, riempiendo di disegni criptici un quadernetto.
Come si vede, vive gente disparata in quella via di Zagabria, persone di tante religioni, di orientamenti sessuali diversi, di origini etniche politicamente scomode in una società come quella croata post-jugoslava, dove le differenze non sfumano affatto una nell’altra, ma si tagliano con l’accetta, impugnata dagli epigoni dello sciovinismo croato.

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C’è chi si è visto nazionalizzare l’appartamento e sottrarre, perdendo anche l’attimo fuggente che gli avrebbe consentito, a domanda, di diventarne “inquilino protetto”.

E c’è chi si ritrova straniero in patria, perché evaporata la cittadinanza jugoslava deve affrontare un’interminabile trafila burocratica per acquisire quella croata.

Il romanzo si muove tra sogno, alcol, medicinali, psicofarmaci, tanfo di chiuso e tenace afrore di sudore.

L’autrice lo sviluppa mescolando racconto, pagine di diari, lettere, verbali di polizia, messaggi ed anche disegni: di un colletto, una salopette, un paio di calze di seta da donna con la cucitura nera del peccato, un abito femminile lungo.

Il passato pesa e pesa anche la diversità, visto che capita ancora di sentire gridare rabbiosamente per strada “spazzatura bosniaca!” all’indirizzo di qualcuno.

Unica difficoltà nella lettura di questo romanzo? I nomi propri pieni di consonanti, tutti a spigoli taglienti. Davvero impossibili.

Autore: EffeElle

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