“La corsa di Billy” | P. N. Warren

La corsa di BillyLa corsa di Billy” irrompe nella vita di Patricia Nell Warren, l’autrice, nel lontano 1968.

All’epoca era una donna sposata, alla carta realizzata, con delle convinzioni che chiamava certezze e delle regole di vita preconfezionate. Fin quando una strana consapevolezza affiora nella sua mente: l’attrazione per l’universo femminile, quello al quale appartiene. La fa sentire rinata, impaurita, innamorata. La confonde, la atterra, le chiede dove fosse stata sino ad allora. È una sensazione che sfugge alle definizioni comuni eppure nutre come linfa vitale. Ha il retrogusto della paura e la scossa vibrante del desiderio; il rossore dell’imbarazzo, il coraggio della rivincita. Non sa darle un nome, o forse sì. La chiama Billy, le dona una vita propria e due agili gambe. Tira un sospiro di sollievo e inizia a correre al suo fianco in nome della libertà.

Fazi Editore ristampa un libro dall’eco immortale; edito per la prima volta nel 1974 “The Front Runner” è una di quelle pietre miliari della Letteratura di rottura, che hanno dato il via a una lenta e silenziosa rivoluzione della dignità umana. Siamo negli anni Settanta, nella cornice dell’intramontabile leggenda americana. Eppure, vivere negli Stati Uniti, in quegli anni, ha il suo caro prezzo: sotto la furia di un vento conservatore, l’uomo e la donna annaspano nell’ombra delle rispettive etichette sociali. La famiglia, un’educazione rispettabile, la religione, il severo patriottismo dei Marines. Tutto scorre verso una direzione dettata dall’alto che non lascia spazio a mezze misure.

L’amore, però, delle imposizioni se ne frega.

E a quel punto o si salpa con lui, controcorrente, o si rimane schiacciati nel silenzio della propria ombra.

“La corsa di Billy” racconta la storia di Harlan Brown, un conosciuto allenatore della nota Penn State University, con un matrimonio infelice e due figli. Con sua prima grande sorpresa, riscoprirà di essere “affetto” da quella che per la maggior parte degli Americani dell’epoca è una malattia immorale, contagiosa e quindi degna dell’emarginazione sociale: l’omosessualità.

Non passò molto tempo prima che anch’io conoscessi quel senso di smarrimento e di rabbia soffocante che provano i gay. Eravamo animali da preda. Ammassati nel buio del sottosuolo, come cristiani nelle catacombe, proteggevamo la piccola fiamma della nostra fede sessuale. Che male facevamo? Gli assassini e i ladri fanno del male alle persone, noi non facevamo male a nessuno, salvo forse, confusi e pieni di sensi di colpa irrisolti com’eravamo, a noi stessi.

Ancor di più nello sport, l’omosessualità sembrava dileguarsi con facilità sebbene rimanesse forzatamente chiusa a chiave negli armadietti degli spogliatoi: negli stessi luoghi in cui i fisici prorompenti educavano i loro talenti, si nascondeva “il più grande scheletro nell’armadio dell’atletica americana”.

Il sospetto sulla non-tradizionale sessualità di Harlan bussa come un chiacchiericcio fastidioso alle porte delle istituzioni dell’Università. In questi casi il protocollo contempla un’unica soluzione: difendere la reputazione della Penn; Harlan Brown è allontanato dalla Penn State University, con la scusa di sopraggiunti problemi di salute.

Insieme alle valigie Harlan porta via con sé una promessa dolorosa: resistere all’attrazione per gli uomini e soffocare la sua vera inclinazione.

Viene accolto in un piccolo college di New York, il Prescott. Tutto procede sotto l’insegna di un finto equilibrio conformista fin quando Harlan incrocia gli “occhi insolenti” di tre promettenti atleti bollati perché ragazzacci: Vice, Jacques e Billy.
Scoperti omosessuali, privati delle loro borse di studio e allontanati dall’ambiente accademico, vengono indirizzati nello stesso piccolo college del nostro allenatore, per il medesimo passato di cui l’avvocato dei tre, una mosca bianca in quell’orizzonte di discriminazione sessuale, è a conoscenza.

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Harlan riconosce nelle loro storie la propria: “tre passerotti cacciati dallo stormo“, esattamente come lui. Li accoglie e, questa volta, sceglie di correre con loro. Anche a costo di innamorarsi di nuovo. E di rischiare la propria vita.

A far cadere le certezze e le promesse di Harlan Brown, contribuisce Billy Sive, con la sua arrogante tenacia nel rincorrere la verità, “l’unica maniera che conosceva per sopravvivere”. Certo da uno dei più promettenti atleti per i diecimila metri non ci si poteva aspettare altro. 

I gay per anni erano scappati, si erano lasciati mettere spalle al muro, avevano sopportato insulti e arresti, perché dentro di loro pensavano che il fondo quello era il loro destino. Ma quella sera, davanti allo Stonewall, senza stare tanto a ragionare ma dando ascolto alle proprie viscere, si dissero che ne avevano abbastanza. Lanciavano sassi e bottiglie, quelle ‘marmotte incipriate’. Si battevano a mani nude contro i poliziotti più temuti. Li sfidavano a pestarli con gli sfollagente.

Quello che inizialmente sembrava un gesto di “cristiana umanità” si trasforma lentamente in altro. Billy è una forza della natura. Lì dove punge l’ago della derisione, lui ride e strizza i grandi occhi azzurri. Si allena con costanza, il suo entusiasmo è trascinante. Sogna le Olimpiadi di Montreal (del 1976): l’energia della sua corsa coinvolge, contagia quell’uomo spento e stufo della vita quale è Harlan.

Quando Billy cade, si affretta a rialzarsi, prosegue fiero verso traguardo, taglia l’aria con la sua eleganza atletica sfidando i propri limiti in ogni singolo istante. Harlan lo osserva, lo allena, lo ammira.

E in quel traguardo legge il senso della sua, della loro battaglia.

Legge lo sforzo disumano di urlare al mondo la propria omosessualità, la fatica e l’umiliazione del dover convincere tutti che sia normale. Legge l’amore per lo sport, che dovrebbe unire e non dividere, indipendentemente da chi porterebbe a cena fuori l’atleta per cui si scuote la bandiera sugli spalti.

E finalmente anche Harlan taglia il suo traguardo.

Comprende che la corsa di Billy non è un mero macinare metri per battere un record. È la corsa dura e lunga di chi è sempre chiamato a dimostrare qualcosa, di chi insegue ogni giorno un sogno, un risultato, la propria natura, una nuova vita. È il sorriso di chi non si preoccupa più per un’espulsione perché sarebbe il prezzo da pagare per aver scelto la più spietata e raggiante verità. 

Gli ci è voluta una vita ma finalmente Harlan è tornato a correre.

Autore: Manila Tortorella

Laureata in Lettere moderne e in Scienze Filosofiche a Padova. Ho da sempre avuto un debole per l'universo delle parole: scriverle, leggerle, ascoltarle. Il linguaggio è il nostro vestito quotidiano, imparare a coglierne le sfumature non è però così scontato.

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