“Giochi di società”, Dorothy Parker

Giochi di società Dorothy ParkerGli anni Venti, l’America e Dorothy Parker, questo è “Giochi di Società”, edito in Italia per i tipi della Bur nel 2013.

Lustrini e paillette, nell’America di Dottie  

Esistono biografie così articolate e piene di mistero, che tentare di riassumerle diventa un lavoro pressoché impossibile. È il caso di Dorothy Parker, la scrittrice dalla mente tanto complessa quanto elegante, che tentò di affermare la piena coscienza di ciò che era, allontanandosi in modo definitivo dal mondo che la voleva incatenata a un ruolo prestabilito. Un compito piuttosto arduo se si pensa che stiamo parlando di una donna e di un’epoca, i famosi roaring twenties americani, dove il femminismo vero e proprio era ancora in fase embrionale, in attesa di svilupparsi.
Dorothy Parker rinunciò agli agi della sua famiglia e cominciò a lavorare, a guadagnarsi ogni centesimo da spendere in boa di struzzo, whisky, sigarette e perché no, abiti che arrivavano quasi fin sopra il ginocchio. E lo faceva da sola. Gli uomini nella sua vita s’intrecciarono come fili di un abile ricamo, collaboratori, amici, amanti e mariti, che le servirono ad esprimere il senso di libertà intellettuale e sessuale, che alle donne di quell’epoca non era concesso.
Prima e unica rappresentante femminile che sedette attorno all’Algonquin Round Table, il celebre “circolo vizioso” newyorkese, che, fino alla grande depressione del ’29, raccolse molti dei più famosi scrittori e critici americani di quegli anni. Dalle futili didascalie che scriveva come editorialista per Vogue a dieci dollari la settimana, Dorothy ne fece di strada, eccome, riuscì perfino ad ottenere una nomination all’Oscar per la sceneggiatura di “A star is born” nel 1937.

Il cinismo per raccontare i “Giochi di Società”

Giochi di Società” è una raccolta di storie e bozzetti per la maggior parte inediti in Italia. Si tratta, in sostanza, di un’antologia di racconti apparsi per la prima volta su periodici statunitensi come il New Yorker, il Woman’s Home Companion, Cosmopolitan, Esquire, The Saturday Evening Post, e il Ladies Home Journal, tra il 1920 e il 1958. Dottie ci restituisce attraverso le sue parole, le persone, i luoghi, gli abiti e le abitudini della piccola borghesia americana, e lo fa da un punto di vista privilegiato.
Regina delle soirée newyorkesi, Dorothy osserva e descrive con abilità e sarcasmo il mondo che la circonda.
Si compone così un ventaglio di umanità e situazioni tanto assurde quanto verosimili, personaggi circondati da ricchezze e presunti amici, in realtà ognuno con una personale solitudine. C’è la donna in abito nero di lustrini che ama viaggiare ma che non è mai stata da nessuna parte; c’è la coppia di newyorkesi in vacanza in Costa Azzurra vestiti in perfetto stile marinaretto, pronti a sparare a zero su tutto ciò che li circonda, come dei perfetti figli del loro tempo che si nutrono di ciò che disprezzano. E ancora: la donna con il vestito di crêpe de chine, che si lamenta perché non capisce coma mai Lila sia sempre così triste; in fondo lei non fa mica niente di male, a parte flirtare costantemente con suo marito Larry. Ci sono le donne impegnate come Mrs Martindale, che lavora presso il Quartier Generale di assistenza bellica per il quale cuce camici per i pazienti degli ospedali, e dove la povertà contrasta con la sua immensa ricchezza. Un ossimoro che ritroviamo ancora più lampante nella storia di Miss Mary Nicholl e della ricchissima Mrs Hazelton. Mary lavora come segretaria e ogni tanto si concede una “gita di lusso” nell’appartamento della ricca “amica”, Mrs Hazelton; in questo racconto è palesato in tutta la sua evidenza il contrasto tra le classi, almeno fino a quando la donna ricca scopre di avere una vita più misera della segretaria, ribattezzata Miss Nicker, uccisa da un fulmine mentre, per contro, si lamentava dell’inettitudine della prima.
Nei Bozzetti il mondo di Dottie si dilata e le coppie di personaggi si trasformano in gruppi più o meno affiatati.
Gli ospiti dell’albergo sul mare rappresentano un quadretto di tipi stravaganti che a fine giornata si ritrovano tutti sul patio in attesa che la scrupolosa Mrs Bracket, capo riconosciuto della commissione censura delle sedie a dondolo, scovi qualcuno tra gli ospiti a cui concedere il suo personale timbro di approvazione. Ci spostiamo in seguito in un condomino, per condividere a pieno le “abitudini condominiali”, passando dal pianterreno fino all’ultimo piano: dai Cuzzens ai coniugi Plank, i personaggi vengono presentati nella loro quotidianità, come una sorta di potpourri, talmente eterogeneo che riesce a fissarti ben impresso nella mente ogni personaggio, persino il piano in cui abita.
“Apogeo del gruppo” è rappresentato dall’ultimo dei bozzetti. Una “squadra” di eccentriche coppie, che ogni estate si ritrova nello stesso albergo, per trascorrere assieme la stagione all’insegna dell’allegria e del divertimento, ma troppo impegnati nel corso dell’anno per riuscire a incontrarsi anche al di fuori del periodo estivo. Quando, finalmente, dopo varie peripezie riescono a riunirsi, a New York, nell’appartamento di una delle coppie, l’esito di questa réunion fuori contesto ha un esito pessimo: ognuno manifesta una tristezza quasi incomprensibile, come se il vero collante del gruppo fosse la stagione estiva e l’albergo sul mare.

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Dorothy Parker e il suo mondo

“Giochi di Società” rappresenta uno di quei rari casi in cui la biografia di chi scrive ha davvero importanza, in quanto le sue idee e i riferimenti con il suo vissuto, emergono con straordinaria forza. Passando in rassegna i suoi racconti non si può fare a meno di notare quanto questi siano legati in maniera inscindibile a Dorothy Parker. Forse perché amava scrivere di ciò che la circondava, del mondo a cui aveva scelto di appartenere ma che detestava.
Dottie era alcolizzata e, in effetti, lascia che il vino scorra a fiumi nei suoi racconti. Come durante la cena a casa di Mrs Parker dove, con velati riferimenti sessuali, una donna dal “bicchiere facile”, cerca di portarsi a casa uno degli uomini che le siedono accanto. Un velo di tristezza avvolge invece la descrizione del rapporto tra un ragazzo adolescente e la madre alcolizzata, ritrovatasi improvvisamente sola.
Le contraddizioni di una personalità così difficile da arginare vengono a galla soprattutto in quegli scritti dove le descrizioni fisiche dei personaggi femminili, combaciano perfettamente con la sua. Una donna “libera” e indipendente, una che si sposa solo per cambiare cognome, non la diresti interessata all’abile arte del “civettare”, dell’attrarre gli occhi interessati degli uomini.
Eppure Dottie indossa gli occhiali di nascosto, convinta com’è che “gli uomini sono meno galanti con le donne che indossano le lenti” (Men seldom make passes, at girls who wear glasses). E in “Lolita” troviamo proprio una ragazza che porta gli occhiali e che viene definita, dalle “amiche” della madre, una “pallida larva” che non potrebbe mai, neanche lontanamente, pensare di piacere a un uomo.
In una raccolta dal nome “Giochi di Società” il tema del gioco, nel senso letterale del termine, non può certo mancare. Annabel e Midge amiche per la pelle, basano tutto il loro rapporto, comprese le incomprensioni, solo ed esclusivamente in confronto al gioco: “Cosa faresti con un milione di dollari?” e via alle risposte più improbabili. Il racconto intitolato “Il Gioco” è una sorta di giallo “mimato” in cui si intrecciano relazioni poco chiare, i cui principali protagonisti sono alcolisti e mariti fedifraghi.
Il racconto che certamente merita più attenzione è sicuramente il bozzetto dedicato alla tavoletta Ouija.
I circoli del bridge si trasformano in serate spirituali, dove le eleganti signore vestite di pailettes si sfidano a movimenti di planchette, per aggiudicarsi lo spirito più “intellettuale”. Una sorta di “cerchio mistico” diffusosi a livello nazionale nello stesso periodo in cui l’alcolismo si è fatto mite come un agnellino. Dorothy afferra l’occasione che le si presenta per rivolgersi direttamente al lettore e raccontare la sua personale esperienza con la tavoletta, che a quanto pare, sembra non voler collaborare. Tanto che conclude con l’affermare “…arriverei perfino a dire che l’intera faccenda degli spiriti mi ha stancato. A morte!”.
L’immagine di Dorothy Parker è sempre, instancabilmente, legata al mondo che descrive, ai giochi che la società americana degli anni Venti e Trenta, nasconde sotto un manto di buone maniere e raffinatezza. Ma la Parker è qualcosa di più. Spesso infatti si tende a mettere in secondo piano il suo attivismo politico, che le è valso anche l’appellativo di “comunista” e la conseguente entrata nella “lista nera” di Hollywood. Dorothy difende le persone di colore in un mondo piegato dall’antisemitismo e dall’odio. Non amava portare un cognome ebreo, Rothschild, ma difendeva i diritti di quelli ritenuti “inferiori” perché a loro modo “diversi”.
Dorothy tentò più volte il suicidio, tanto che gli dedicò uno dei suoi versi più famosi.
Leggere le pagine di una raccolta come questa dà l’impressione di osservare un tipo molto preciso di società, tagliata al coltello da una mente irriverente, sarcastica, pungente e coraggiosa. Quando scorri le pagine non puoi far a meno di pensare! Cosa rara di questi tempi!
Ci sarebbe ancora molto da dire ma si può riassumere affermando che leggere questo libro fa bene!

Autore: Maria Del Medico

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