Manuale di solitudine, il cinico mondo estraneo dell’ultimo Rugarli

manuale di solitudine recensioneIl bambino è caduto. Tre, quattro anni, non di più. Figlio unico dei coniugi Bernasconi. È precipitato dall’attico, al settimo piano del condominio Le Colonne d’Ercole, unico edificio svettante in un piccolo centro campano di casette a un piano. Disabile, mancava di una mano, un occhio e il naso. Era nato così: uno scherzo della natura e a Giampaolo Rugarli sembra non dispiacere affatto “che sia andato giù e poi salito su fino alle stelle, chissà?” Questo Manuale di solitudine, uscito postumo per Marsilio (234 pagine 17,50 euro), dopo la sua morte a dicembre del 2014, è un libro che racconta alla maniera spietata dello scrittore napoletano una storia di persone contorte e di sentimenti politicamente scorretti. Il protagonista è sgradevole, non risparmia commenti disarmati. Quel mostriciattolo non c’è più e si è risparmiato la vita da un Cottolengo all’altro: è così che la pensa, un settantacinquenne amaro e amareggiato, che rimasto vedovo ha sposato una donna di trent’anni più giovane. Non la ama, come non apprezza nessuno degli esseri umani con i quali entra in contatto. Stravede invece per il personaggio di un film di Zeffirelli, Jane Eyre, l’eroina romantica della Brontë, nell’interpretazione dell’attrice francese Charlotte Gainsbourg, ritenuta da tutti bruttina, con quegli occhi sporgenti, a palla e il naso pronunciato. Adora quella ragazza, gli sembra discesa dal cielo, con le pupille piene di sbigottimento. La sogna di notte e la invoca, provocando la gelosia della moglie Irene, un’ex infermiera. La figlia di Jane Birkin risveglia il torpore coniugale in cui è giace questa coppia per convenienza, unita solo per mettere insieme un buon stipendio ed ora una pensione puntuale ogni mese, con un minimo di accudimento. Sesso e sentimento non sono compresi nel patto matrimoniale. Questo è fin troppo chiaro. In quel condominio l’esistenza in vita delle persone è davvero una condizione precaria. Dopo un po’ muore Beatrice, la ragazza del Burkina Faso che il cinico dott. Decubito – medico radiato dall’Ordine – faceva battere organizzandole con discrezione gli appuntamenti. Ha preso una butta broncopolmonite e l’allergia alla penicillina ostacolava la ripresa. Fatto sta che la giovane prostituta in incognito è deceduta di shock anafilattico: il sostituto procuratore dott. Garofano legge il risultato dell’esame post mortem. Ormai il magistrato è un abituè nel condominio. Muore anche la mamma del bambino precipitato. Resta folgorata dal phon mentre fa il bagno nella vasca. Il magistrato torna sul luogo di questi numerosi eventi e un po’ tutti segnano a dito Irene. Per un motivo o per l’altro, è collegabile a tutti i casi. Era presente sui luoghi dei decessi appena pochi minuti prima. Ma il marito non lo crede possibile. Non sua moglie. Non lei. Passa una settimana e si spera che la faccenda dei decessi nel palazzone venga dimenticata. Ma ecco un’altra morte, la nonna centenaria del bambino. Dipartita naturale per la vegliarda, come la chiama Rugarli? Per niente. Avvelenamento. O meglio, ancora più irragionevolmente: overdose da cocaina. Nelle Colonne d’Ercole i sospetti puntano sempre più contro Irene. Il marito la difende. Qualcuno arriva a definirla una poco di buono davanti al dott. Garofano senza troppi giri di parole. Il marito la difende ancora. Non si esita a collocarla, come detto, su tutti i luoghi dei delitti e con gli strumenti giusti a portata di mano. Il marito continua a difenderla, nonostante tra loro il fuoco della passione si sia spento da un’eternità. Anzi, nessuno l’ha mai acceso. È bene puntare i fari su quest’uomo. Un soggetto decisamente sopra le righe, con la sua mania di persecuzione che si tinge di paranormale. Si sente minacciato da una setta di non si sa chi o che, demoni, fantasmi, anime dannate, con lunghi domini neri e cappucci appuntiti. Li chiama i Comerzi. Sostiene che discendono dal Caucaso. Anche quel condominio è un posto strano. E anche quella cittadina, vicino Sapri – ma che non è Sapri – un borgo nel quale l’amministrazione locale elargisce amianto a poveri ed extracomunitari. Tonnellate di materiale cancerogeno distribuite a titolo di beneficenza ad immigrati e famiglie disagiate. Si sa che ce n’è tanto e non lo vuole nessuno. Un prodotto venefico, proprio com’era il mondo estraneo e crudelmente ironico di Giampaolo Rugarli.

LEGGI ANCHE:  "Fabro" di Francesco Vidotto

Autore: EffeElle

Condividi Questo Post Su

Invia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest