Intervista a Alberta Tummolo, autrice de Di ago e di filo

di ago e di filo recensioneDopo aver recensito della sua silloge poetica, Di ago e di filo, la scrittrice emergente Alberta Tummolo risponde alle nostre domande.

I tuoi versi sono i fili con i quali tessi la trama della tua memoria: qual è il colore dominante?

Certamente se dovessi pensare ad un colore direi l’indaco, perché non è così chiaro come l’azzurro del cielo aperto, ma non così buio come il blu della notte oscura, è il colore di chi si immerge verso le profondità e la memoria, che per me, non è mai stata solamente la rievocazione di un passato che risveglia emozioni e stati d’animo cui ci rivolgiamo con atteggiamento consolatorio. Attingere alla memoria è ed è stato uno strumento per compiere un viaggio, forse una discesa, che chiedeva coraggio e determinazione, evitando di indulgere nel particolarismo. Arriva poi il momento in cui i fili servono per ricucire.

Sembra che tu riproponga il modello di una femminilità di altri tempi: quale valore o significato dai ad una pratica che apparteneva allo stile di vita di donne cui venivano negate occupazioni fuori dal confine protettivo della casa?

Quel modello in realtà è ciò contro cui mi sono ribellata con forza, e la scrittura ha rappresentato senza dubbio uno strumento di conoscenza, quel guardarsi dentro per liberarsi da una prigione e per trovare uno spazio fino a conquistare, pur faticosamente e non senza inciampi, un equilibrio e tirare una linea di confine.
Negli anni della mia giovinezza (fine Settanta) ho vissuto il conflitto tra le aspirazioni e le ambizioni di indipendenza e autonomia che crescevano dentro di me e una mentalità familiare e provinciale, ancora in bilico tra il passato e presente: così il contrasto con la famiglia che non negava apertamente, ma limitava le opportunità – più per timore che per convinzione – hanno favorito un senso di ribellione, di rottura insieme al rifiuto di un’iconografia femminile che prevedeva un certo percorso di vita. Così sono nati l’impegno nelle battaglie civili del tempo o nell’ambientalismo più tardi e una personale rilettura del ruolo di moglie e madre.

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Parli di ricordi di persone, ma sembra che il lato maschile del mondo sia ridotto ad icona: che rapporto ha questa donna bifronte con l’altra parte del mondo?

Se devo essere sincera, quando penso all’altra parte del mondo divento prudente, nel senso che secondo me il maschile è la possibilità di completamento interiore, solo se sa farsi amico nelle passioni, o compagno nelle scelte e poiché mi sembra che su questo terreno soprattutto gli uomini abbiano di nuovo molte incertezze ecco la prudenza mi viene spontanea.

Se non fosse in versi ma in prosa quale titolo daresti al romanzo della tua vita?

Un racconto che ho scritto qualche anno fa aveva per titolo ‘La scelta‘ e aveva come protagonista una formichina destinata alle retrovie perché zoppa, ma con un cuore da esploratrice, che decide di infrangere le regole per darsi altre opportunità, consapevole dei propri limiti, ma avendo piena fiducia in se stessa e sapendo di poter confidare solo nelle sue forze. Penso che ‘La scelta‘ potrebbe essere un buon titolo, ma il libro d’elezione che mi ha accompagnato sin dall’adolescenza è La metamorfosi di Kafka.

Autore: Ida Tortora

Sono affetta da “libridine compulsiva”. Per questo male, dall’eziologia ancora ignota, non esistono rimedi efficaci. È in fase di sperimentazione una nuova terapia che unisce alla lettura la stesura di recensioni di alcuni dei libri letti. Ho accettato di fare da cavia, ma ho notato solo un peggioramento dei sintomi e degli effetti secondari.

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