Intervista a Franco Mimmi, autore de Una stupida avventura

Franco Mimmi

Franco Mimmi

Quattro chiacchiere con Franco Mimmi, giornalista e scrittore, autore de Una stupida avventura, romanzo storico edito da Lampi di Stampa.

Crede davvero, come Rossana, che la vita sia Una stupida avventura?

Come Rossana e soprattutto come Albert Camus, che considerava l’assurdità dell’esistenza neppure una conclusione alla quale giungere ma un punto di partenza per una vita che, diceva, “sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso”. E tuttavia quella stessa assurdità diventa uno stimolo a superarla, nella solidarietà e nella lotta contro l’ingiustizia.

Il suo romanzo Una stupida avventura viene ritmato da canzoni lungo tutto il percorso scenico, tanto da scrivere «Quella di cantare, o meglio canticchiare, è l’unica bizzarria che si conosca di Rossana, ironica cittadina di “una Repubblica basata sul lavoro e sul Festival di Sanremo”». Repubblica, lavoro e Sanremo: uno su (mille) tre ce la fa?

Ce la fanno (o non ce la fanno) tutti insieme. Le canzoni sono un fenomeno sociale importante, che spesso caratterizzano e definiscono tutto un periodo o addirittura tutta un’epoca: basti pensare a quelle, citate nel libro, che rappresentarono una fronda al fascismo. In questo caso, poi, oltre a definire i vari periodi della vicenda sono anche un contrappunto ai grandi fatti della storia, un modo per sottolineare l’assurdità di tante tragedie. Così come l’apparente disordine cronologico dei capitoli è un modo per sottolineare la casualità degli avvenimenti.

Lei ha scritto alcuni romanzi storici: Il nostro agente in Giudea e Cavaliere di grazia. Ma afferma di averlo fatto per descrivere e denunciare i problemi sociali del nostro tempo.

Sono molti i romanzi storici che parlano del presente, basti pensare allo splendido Opera al nero di Marguerite Yourcenar, che si svolge nel XVI secolo ma descrive l’eterna lotta degli spiriti liberi contro i dogmi della religione e della società. E Thomas Mann, nella tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli, usò la vicenda biblica come una allegoria dei conflitti ideologici del presente, dove la figura di Giuseppe il nutritore adombrava quella del presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il suo New Deal. Nei miei due libri che lei ha citato io ho voluto affrontare, nel primo, il tema della relazione tra potere politico e religione, e l’assurdità dello scontro di civilizzazioni nel secondo.

Qual è, secondo lei, il vero compito di uno scrittore oltre il “mero intrattenimento”? Fare politica oppure astenersi dal prendere una posizione?

Come è possibile non prendere posizione? Già questo è un prendere posizione. L’uomo, diceva Aristotele, è un animale politico, che vive in comunità e perciò ogni suo atto e ogni suo non atto è fare politica perché ha un riflesso sulla comunità. Io credo che uno scrittore non possa fare a meno di osservare il tempo in cui vive, e descriverlo, e giudicarlo: credo che questo sia non solo il suo compito ma il suo dovere, il suo modo di scendere in piazza, il suo modo di lottare per un mondo meno ingiusto.

Nell’ultimo anno ha pubblicato tre libri: Lontano da Itaca, Il nostro agente in Giudea e, ovviamente, Una stupida avventura. Ce ne parli brevemente.

I primi due sono in realtà riedizioni. Lontano da Itaca è la storia di Ulisse dieci anni dopo il suo ritorno a casa: se quasi ogni soldato soffre la sindrome del reduce, figurarsi quale doveva essere lo stato d’animo dell’eroe protagonista della guerra di Troia e delle vicende mirabolanti dell’Odissea, una volta costretto nei confini angusti del suo isolotto. Invece Il nostro agente in Giudea è una rivisitazione della vicenda di Cristo, ma per mettere in risalto, come dicevo, la stretta relazione tra potere politico e potere religioso. Ha vinto il Premio Scerbanenco-La Stampa ed è stato tradotto in varie lingue. Quanto a Una stupida avventura, rimando il lettore alla recensione che lei gli ha dedicato.

Dalle tradizionali case editrici, con le quali ha pubblicato una decina di romanzi vincitori anche di vari premi letterari, lei è passato alla pubblicazione delle sue opere con il self publishing Lampi di Stampa. Cosa l’ha spinto a prendere questa decisione e perché crede in questo nuovo meccanismo di autoedizione?

Il mondo editoriale e letterario, con certi suoi ineffabili fenomeni come i premi o i corsi di scrittura creativa, mi ha dato qualche spunto d’ispirazione, per esempio per Tra il dolore e il nulla e per Corso di lettura creativa, però mi ha dato anche parecchie delusioni, costringendomi perfino a ricorrere al tribunale per farmi pagare il dovuto e soprattutto per recuperare i diritti dei libri. La mia decisione di fare da me è dovuta in parte a queste delusioni e in parte al fatto che il mondo del print on demand e quello degli ebook poggiano su internet, che a me sembra uno strumento destinato a rivoluzionare l’editoria tradizionale senza per questo cancellarla. Internet è una vetrina aperta a milioni di lettori, una esperienza nuova che non volevo negarmi e che seguo con grande attenzione, perché ovviamente è ancora piuttosto caotica. Mi stupisce per esempio che certi siti letterari, venendo meno alla loro stessa natura, recensiscano solo libri pubblicati da editori tradizionali, i quali già hanno a disposizione i mezzi tradizionali. Perché non aprire almeno una finestra apposita per l’autopubblicazione? In realtà è quanto dovrebbero fare anche i giornali, anziché inseguire tanti improbabili “casi letterari”.

È meglio essere giornalista o scrittore?

Il giornalismo e la letteratura possono incontrarsi oppure scontrarsi, tutto dipende dalle qualità letterarie del giornalista e dalla sua capacità di passare dal fatto alla categoria, tutto dipende dalla capacità dello scrittore di aderire alla realtà e di non lasciarsi portare dalla scrittura. Potremmo dire che è meglio non essere giornalista e scrittore nello stesso momento. Ricorda la scrittura diurna e la scrittura notturna di cui parlava Ernesto Sabato, un concetto poi ripreso da Claudio Magris? La prima per cercare di dare un senso al mondo, e la seconda per lasciarsi cadere nelle proprie più inconfessate profondità.

I suoi progetti per il futuro?

Temo che per uno scrittore scrivere sia quasi una condanna. All’ergastolo.

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Una risposta a “Intervista a Franco Mimmi, autore de Una stupida avventura”

  1. nicoletta pallini scrive:

    ottima intervista! condivido!

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