Intervista a Simone Gabrielli autore di Radiosimo

Intervista a Simone Gabrielli autAore di Radiosimo

Intervista a Simone Gabrielli autore di Radiosimo

Radiosimo ha spesso il gusto del diario, di un appunto colto quasi con lucida distrazione. Pensa che il lettore possa immedesimarsi nel protagonista dell’opera? E come se lo immagina?

 -Si, Radiosimo segue un filo logico che va colto nella quotidianità delle cose che accadano. Dalle più piccole scoperte, alle più grandi abitudini a cui siamo sottoposti. Radiosimo ha la cadenza di un diaro che non si limita a raccontare, ma riflette e respira, segue un binario che parte e arriva in punti precisi ma che, durante il tragitto, non corre assolutamente su una linea retta. Credo di si, sono quasi certo del fatto che il lettore possa immedesimarsi nell’intimità del protagonista. Questa sicurezza deriva dal fatto che Radiosimo parla veramente di quei piccoli grandi meccanismi che muovono, ogni giorno il mondo. Il lavoro, la salute, gli amici, l’amore. L’affrontare temi universali rende l’approccio un costume adatto ad ogni misura, un costume che muta, però, in base a chi lo indossa, assumendo varie sfumature e vari punti di vista. Come il lettore immagina il protagonista? Difficile rispondere. Quello che mi auguro è che ognuno abbia la sua visione, che ognuno attraverso il protagonista colga l’essenza di quello di cui il protagonista parla.

In Radiosimo sono ritratti i mille volti (speculativi) della quotidianità. Crede che numerose incognite della nostra vita abitino i momenti all’apparenza più banali?

-Penso che dalle più piccole e sperdute particelle della banalità possa nascere un mondo. Un mondo di riflessione, non per forza pesante. Penso che dalla quotidianità e dalle cose apparentemente più banali, la vita prenda spunto per metterci alla prove. Ognuno ha la sua visione, la mia banalità può essere la linfa di chi mi sta accanto e viceversa, proprio per questo motivo nulla dovrebbe essere definito oggettivamente banale. Dentro ad ogni minima sciocchezza possono nascondersi storie, vere, immaginarie, leggere, cupe, ha importanza? Se hanno segnato il nostro cammino valgono la pena di essere raccontate.

Da cosa o da dove nasce la molla introspettiva che troviamo, come una costante, nelle pagine della sua opera?

-Nasce da un pensiero tremendamente lucido e a prova di ogni obbligo letterario, libero da qualsivoglia filtro, libero di esprimersi semplicemente come è. L’introspezione nasce da domande che si susseguono da interrogativi che portano a scoperte di alcuni antri di noi stessi che non spolveriamo mai. La molla scatta nel momento in cui lascio andare a briglie sciolte il pensiero più nascosto di me. Mi libero dalla vergogna ripercorrendo attimi di vita difficili, dando gas quando la voglia di reagire è tanta. Il sottotitolo del libro ha un suo perché: “liberi pensieri per esistere e resistere”. Quando si viene sfidati dalla morte è facile stringere la mano all’esistenza  l’esigenza, poi, di fare i conti col vero vivere (inteso come l’evitare dello scorrere semplice ed inesorabile del tempo) diventa fondamentale.

Quanto ha inciso la ricerca stilistica in rapporto alla necessità di veicolare dei contenuti?

 -Nessuna ricerca stilistica. Parte dal cuore, dalla mente dall’anima e da qualsiasi parte di me e si trasforma in parole. A volte sbagliate, a volte scritte in modo semplice altre in modo complesso ma non ho ricercato uno stile. Se sono riuscito a creare un modo che possa esprimere il mio “dentro” è davvero per puro caso. Meglio è per l’apprendimento che la mia passione per la lettura si è amalgamato in me. Volevo qualcosa di mio, tremendamente mio, per questo ho lasciato un editing di Radiosimo blando, ho voluto “vomitare” quello che avevo da dire e l’ho lasciato li. Alcune espressioni del mio lato bambino e altre del mio lato cresciuto davvero troppo in fretta, ho voluto che rimanessero tali per poter dare naturalezza all’opera  Non corrispondono alle più basilari regole della lingua Italiana? Può essere ma a me dava la sensazione di raccontare guardando negli occhi un ipotetico lettore.

Quando ha iniziato a scrivere, ha tentato di ispirarsi, o ritiene di essere stato influenzato, da qualche riferimento letterario in particolare?

-Come accennavo in precedenza, la passione per la lettura ha fatto si che la mia formazione prendesse corpo nelle mia corde amalgamandosi fra diversi stili. Leggo davvero di tutto, prediligo letture che non siano scontate, amo i piccoli grandi talenti nostrani e la letteratura di nicchia. Sono cresciuto “sulla strada” leggendo i classici della letteratura Italiana e straniera. Non chiedetemi di citare un autore in particolare, quando ho iniziato a scrivere, probabilmente non mi rendevo nemmeno conto di quello che stavo creando. Sentivo di doverlo fare, l’ho fatto.

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