I diari della patata di Barbara Picci

I diari della patata di Barbara Picci

In questo libro, uscito solo in versione ebook e disponibile su amazon, l’autrice racconta, sotto forma di diario, l’esperienza ospedaliera di Jane Doe, una donna di 36 anni che viene ricoverata d’urgenza nel reparto di ginecologia dell’ospedale Saint John of God nella cittadina di CastleRock.
Dopo svariate analisi, si rende necessario un intervento chirurgico che comporterà l’asportazione di una tuba di Falloppio. Nelle sue parole si nasconde la paura sia per l’intervento, sia per ciò che sarà il suo futuro “riproduttivo”, come lo chiamano i medici.

“Mi avverte che potrebbe rendersi necessario asportare la tuba, che nel caso mi resterebbe pur sempre l’altra, che si vive bene anche senza. Insomma le solite baggianate per non far cadere in depressione una donna di 36 anni senza figli, fidanzato o marito, e quindi senza “programmi riproduttivi prossimi” (così li ha chiamati).”

A contornare queste emozioni sono i racconti di quello che le capita, in un tourbillon di episodi e battute divertenti con il personale dell’ospedale, ed in particolare il suo botta e risposta col chirurgo che l’ha operata: il Dott. Angel, che si trasformerà in Dott. Devil per la sua assoluta intransigenza a piegarsi alle sue numerose e ripetute richieste.
La tendenza alla sdrammatizzazione permette alla donna di distanziarsi da quello che le sta accadendo e a renderlo meno grave, diminuendo la tensione che la sta attanagliando.

“E’ stata la prima domanda che ho fatto al dottore quando mi ha prospettato la possibilità di asportarla, se messa troppo male.
«Senta Dott. Angel… ma dopo questa operazione, se ci fosse necessità di togliere una tuba, potrei ancora avere dei figli?».
Mi guarda pietoso e, armato della sua consueta delicatezza, risponde:
«E certo che ne potrà avere, che domande… Basta praticare!».
Beh, se non altro avrò la scusa per adoperarmi. Sai com’è? Le possibilità sono dimezzate, quindi dovrò darmi da fare il doppio. E’ un ottimo modo di vedere la cosa, ora che ci penso…”

Il nome dell’ospedale, della città, dei quartieri sono evidentemente delle traduzioni inglesi di corrispondenti località del capoluogo sardo, città di appartenenza dell’autrice che, guarda caso, ha subito un ricovero proprio nel periodo descritto dal libro.
Che Jane Doe sia lei stessa e che i medici, le infermiere e tutto il resto del personale dell’ospedale non siano dei personaggi inventati ma rispecchino invece la reale esperienza che l’autrice ha dovuto affrontare?
Questo non è dato saperlo perché l’autrice non lo specifica, ma anche il nome della protagonista: Jane Doe, la traduzione femminile del classico  Mario Rossi italiano, sembra quasi un chiaro riferimento ad una identità misteriosa, quasi da celare. Un Io che non si vuole svelare, se non dietro lo scudo di una personalità fittizia.

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Autore: fiorellinodicampo

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