Del seme più forte. Una raccolta di racconti e di istantanee di vita.

recensione-libro-del-seme-piu-forte-stefano-di-stasioPiù che racconti sono immagini tradotte in parole, vere e proprie istantanee di vita captata, che Stefano di Stasio (“Del seme più forte” – racconti per Immagine, ed TuttiAutori, 13 Euro in vendita da LaFeltrinelli) , cinquantenne casertano, fa precedere da foto in bianco e nero ambientate nella natura.

Scene che fissano la vita che c’è dentro lo sforzo di un maschio di lince dei Carpazi nel liberare la propria compagna incinta dalla prigionia di uno zoo per consentirle di crescere i loro cuccioli, nel fastidio di una quotidianità condizionata da stupidi imprevisti (il bancomat non funziona, premi assicurativi e delle tasse che aumentano senza alcun preavviso o motivo, documenti scaduti) e da problemi più seri, tipo le spese che si accumulano senza preavviso e il conto che va in rosso a causa della carta di credito; la vita che c’è nella preoccupazione, felicemente risolta, di riuscire a trasmettere alla prole le esperienze fondamentali legate alle storie familiari, come l’immersione nella acque sulfuree delle terme di Telese (“Nella vasca con l’acqua sulfurea, il passato ritornava da dove era sepolto e i ricordi si animavano di personaggi e fatti quasi reali”), magico fluido della memoria.

O gli squarci di vita che traspaiono da conversazioni captate in viaggio, come la hostess dell’aereo che prende un appuntamento galante al telefono e poi mente ai propri figli, raccontando di non poter tornare a casa perché deve lavorare.

E il viaggiatore accanto a lei immagina il dolore dei figli e sogna che arrivi il padre a riempire quel vuoto. La vita mancata di un uomo che s’invaghisce di una donna che fa la tabaccaia, ma si limita a incontrarla in tabaccheria, senza approfondire l’amicizia, finché la tabaccheria chiude e quando riapre la donna non c’è più. Un’iniziativa  mai presa, un’azione sempre rimandata che lascia con il rimpianto, l’amaro in bocca. Lampi di vita/morte: le mummie custodite nelle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, rimaste per secoli in pose che contraddicono, deformandola orrendamente, la vita; la solidarietà che ha unito due uomini nella sepoltura del padre di uno di loro nella terra ghiacciata della taiga siberiana, e si trasforma in un’amicizia durata quarant’anni.

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Come in un confronto impossibile tra mondi opposti, dalle disavventure di un uomo che si imbatte nella burocrazia si passa ai funerali indù sulle pire lungo un affluente del Gange e alla spiritualità del Nepal.

E ancora, le sensazioni ambigue e contrastanti che vanno dall’immedesimazione nelle disavventure di due donne (la prima, una “zingara d’Italia” che, perso il lavoro, emigra a Londra, trova la forza di ricominciare e addirittura quella di tornare per ritentare in Italia grazie alla solidarietà di un’amica; la seconda, che a Canne della Battaglia prende molto sul serio il suo lavoro di addetta alle pulizie di una toilette nonostante i suoi sogni fossero altri) – al fastidio causato dal modo irrazionale di lavorare di altre due donne che si rimpallano il narratore e lo chiudono in un circolo paradossale: la sua carta di credito non funziona perché si è smagnetizzata / non è vero, la carta è a posto, e la macchinetta del supermercato che è difettosa … finché il tutto non vien risolto al telefono da una rassicurante voce d’uomo.

E poi l’ultimo, straniante racconto di un uomo a cui muore la padrona di casa, anziana usufruttuaria che non ha lasciato eredi, e cerca disperatamente – trasformandosi in un vero e proprio detective – di scoprire chi è subentrato nella proprietà per accorgersi che si tratta, di nuovo, di un’anziana usufruttuaria senza eredi e quindi, di nuovo si prospetta la ricerca del vero proprietario, ecc.

Stefano di Stasio racchiude in un italiano molto curato le sue impressioni il cui filo conduttore non è immediatamente comprensibile: forse è la fatica di vivere che è tanta e sta nelle cose grandi come, ancora di più, in quelle piccole, che sono sfiancanti perché sono tante e mentre si cerca di risolverle si passa il tempo a chiedersi: “Perché mi devo sfinire per queste scemenze? Perché non è tutto semplice, razionale, lineare?”

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Infatti, perché? E’ segno di qualcosa che abbiamo in più o qualcosa che abbiamo in meno rispetto agli organismi naturali?

Autore: alessandra

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