Un libro di narrativa racchiuso in 14 racconti. Intervista a Edoardo Monti autore de “Il vangelo del cavolo”

– La tua prima opera narrativa: come mai hai scelto di scrivere delle istantanee?

Detto così può sembrare strano: ma io credo che il modo in cui una storia va raccontata sia – in un certo senso – la storia stessa a “deciderlo”. Il particolare taglio narrativo che ho dato alle storie di Vangelo del cavolo si è quasi imposto da solo, man mano che le scrivevo. Ero sempre più convinto che le parole, i pensieri e i modi di dire dei personaggi fossero in grado di “raccontarli” molto meglio delle loro azioni, o di lunghe descrizioni. Come quando sei su un autobus e ascolti le conversazioni altrui; anche se tu non le guardi in faccia, i discorsi delle persone ti dicono molto di ciò che sono: il loro carattere, i loro difetti.

-Molti dei personaggi presentati in “Vangelo del cavolo” potrebbero essere i protagonisti di un libro sviluppando ognuno la sua storia: hai in mente di usarne uno per la tua prossima opera? Se si quale?

Non penso che lo farò: ciò che avevano da dire, quei personaggi lo hanno detto. In fondo sono, tutti quanti, delle persone fin troppo comuni. In essi non c’è niente di epico o straordinario.

-Il personaggio di Rettorino: quanto c ‘è di te in lui?

Qui non è semplice risponderti. Diciamo che è un misto di me stesso e di mio padre. O meglio: è un “me stesso” in cui ho voluto accentuare le caratteristiche che come figlio ho ripreso da mio padre. In particolare la tendenza ad avere, verso il mondo, un atteggiamento piuttosto rigido, direi anche moralistico. Un atteggiamento sbagliato in partenza, con il quale è impossibile cercare di capire il mondo, o anche solo trattare con esso… Ma Rettorino è troppo giovane: ancora non lo sa.

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-Nelle storie narrate c‘è poca speranza: veramente credi che viviamo in una società in cui c‘è addirittura bisogno di pagare per avere un lavoro altrimenti non sei accettato?

A me sembra abbastanza evidente. Facci caso: ogni volta che ti capita di conoscere una persona nuova, una delle prime, immancabili domande che ti farà è “Cosa fai nella vita?”, riferendosi al tuo lavoro. Per la gente è una sorta di test d’appartenenza. Secondo me, il reale significato di quella domanda è: “Allora, sei dei nostri oppure non lo sei?”. Cioè a dire: Hai un lavoro come tutti quanti noi, o sei invece un tipo strano, inaffidabile, con seri problemi? Mettici anche che nel mondo d’oggi (un mondo di avvocati, impiegati, consulenti) è impossibile poter rispondere: Io faccio lo scrittore… A meno che tu non sia famoso come Baricco, o Umberto Eco, la gente pensa: “Ma non è un mestiere… In realtà sei un nullafacente!”.

-Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Sono troppi per poter essere citati in poche battute!

-Ti sei tolto qualche sassolino dalla scarpa scrivendo il “Vangelo del cavolo”?

In effetti mi fai pensare che è anche per questo che scrivo.

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