Il linguaggio segreto dei fiori, recensione di un romanzo di colori, profumi e messaggi nascosti

Il linguaggio segreto dei fioriIl linguaggio segreto dei fiori (Garzanti, 14 € da Feltrinelli), di Vanessa Diffenbaugh è un romanzo d’esordio della scrittrice, ma che prima di essere pubblicato è stato conteso da molte case editrici per la sua bellezza e raffinatezza.

Victoria sta per compiere 18 anni, ma la sua vita è stata abbastanza drammatica, ed ha sviluppato diversi complessi nella personalità, diventando estremamente delicata.

Non tanto riguardo al corpo, quanto alla mente. Victoria infatti non vuole essere toccata da nessuno, ha paura di molte cose e i petali dei fiori sono gli unici ad avere questo permesso.

Lo stesso accade per le sue emozioni. Non vuole, e non si permette, di amare nessuno o di essere amata, sempre per la stessa paura. E per esprimersi, invece delle parole, usa gli stessi fiori che dapprima coltiva segretamente nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco, e poi li vende come fioraia. I fiori sono per prima cosa dunque il suo rifugio, il suo modo di comunicare verso se stessa e verso l’esterno.

Victoria, quando era ancora nella culla, è stata abbandonata dai genitori, e solo più tardi, nell’adolescenza, ha potuto trovare un anno di serenità con Elizabeth, una donna speciale che diventerà la sua unica madre, sconvolgendo la vita di Victoria e dandole un insegnamento speciale, la capacità di conoscere il linguaggio segreto dei fiori.

E il romanzo si dipana attraverso questa lingua, che è antica e usata specialmente durante il Vittorianesimo per comunicarsi, per la maggior parte tra amanti, messaggi nascosti oppure proposte. Secondo il tipo di fiore, la sua varietà e il suo colore, viene trasmesso qualcosa di intimo che il destinatario riceve senza bisogno di altre parole.

Proprio per questo li coltiva nel giardino di San Francisco, per poterci andare ogni volta che può e far vagare libera la mente: solo lì può restare in pace e farsi toccare, senza bisogno di esprimersi oltre. Uno dei passaggi che esprime meglio questo concetto è: “Non mi fido come la lavanda, mi difendo come il rododendro, sono sola come la rosa bianca e ho paura”.

E su questo linguaggio il libro, fisico, è costruito. Infatti è in vendita con quattro copertine differenti, ciascuno con un fiore diverso, per il carattere di ognuno: vi è la rosa rosa, che dona il significato di grazie, eleganza; la gerbera, per quando si è allegri; la buganvillea, per chi è passionevole; e la camomilla, per chi ha forza nelle avversità. Proprio quest’ultimo fiore, probabilmente, è quello che identifica maggiormente le vicende del libro.

Soprattutto quando, dopo aver iniziato a lavorare come fioraia con grande successo – trasmettendo la sua passione – incontra Grant, un ragazzo, pure lui fiorista, che pare sapere tutto sul suo passato, ma sembra pure l’unico in grado di vincere la paura di Victoria. E lei piano piano si lascia pure toccare, e comincia ad aprire il suo cuore, e pensa che forse anche lei potrebbe cambiare ed essere felice. Ma fino al punto in cui è costretta a fare i conti con una verità del passato che risveglia il suo senso di colpa, ed è costretta a decidere se affrontarla e rischiare tutto quello che ha guadagnato fino a quel momento, oppure prendere un’altra decisione.

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Lo stile della Diffenbaugh è particolare, la storia, anche se molto introspettiva e descrittiva, non permette al lettore di staccarsi dalle pagine tanto facilmente. Usa un linguaggio che spesso è molto poetico, anche se parlando di fiori non si può fare altrettanto. Ma sul come lo usa, si può dire che è equilibrato e originale.

Anche se l’autrice ci fa continuamente volare tra il passato e il presente di Victoria, non ci si perde. Ci fa solo conoscere i retroscena della protagonista, che l’hanno portata ad essere quella che è, perché nella ricostruzione psicologica di un personaggio non si può prescindere dal suo passato, che è forse la parte più importante. L’effetto è creare un ritratto vivido, a cui ci affezioneremo man mano che proseguiamo la lettura e ci coinvolge emotivamente.

La Diffenbaugh ha creato inoltre, anche grazie a questi rimbalzi temporali, un’atmosfera senza tempo, in cui tutto è racchiuso all’interno della psicologia di Victoria.

Nonostante la storia sia molto dura, il viaggio che l’autrice ci fa fare lo addolcisce sempre di più, fino all’incontro con Grant. Dalla solitudine, il rimorso e l’odio espresso attraverso questi fiori lascia il posto, gradualmente, da sentimenti molto più belli come l’amore materno, che porterà luce all’interno dell’esistenza di Victoria, e la passione del ragazzo, unico uomo ad averle letto nel profondo.

Il linguaggio segreto dei fiori però non è un romanzo rosa, come può venire classificato in libreria. E’ più un racconto psicologico, che ci addentra nei personaggi. L’abilità di Victoria di scegliere per ognuno il fiore più adatto a lui o a lei ricorda in alcuni tratti il film Chocolat, del 2000. Ma non solo: nell’inadattabilità di Victoria ritroviamo una tradizione classica della letteratura novecentesca – per esempio i personaggi inetti di Italo Svevo – ma da una prospettiva diversa, più mondana forse e inserita nella società. Tuttavia sempre dopo aver affrontato il problema principale di accettare a farsi accettare dall’altro.

Autore: Alex Buaiscia

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