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Raffaello segreto di Costantino D’Orazio

Raffaello segreto

Raffaello Santi da Urbino (1483-1520), pittore e architetto, era bello, fascinoso, beneducato, estremamente persuasivo e straordinariamente prolifico nella sua produzione artistica, di incomparabile qualità, concentrata in una vita tanto breve quanto intensa.
È il “ritratto” del grande urbinate, tratteggiato da Costantino D’Orazio nell’introduzione del libro “Raffaello segreto” (Sperling & Kupfer, 2015, 198 pagine 18 euro), che si addentra nel Sanzio uomo e artista, seguendo il clichè dei validi e fortunati lavori precedenti: “Caravaggio segreto”, “Leonardo segreto”, pubblicati sempre per Sperling nel 2013 e nel 2014.

Prima dello storico dell’arte romano, un altro grande agiografo degli artisti del Rinascimento, Giorgio Vasari (1511-1574) era stato irrimediabilmente attratto dall’esuberante personalità di Raffaello, la cui grandezza fece ombra a tanti, persino Michelangelo. La sua bulimia professionale riuscì a fargli ottenere commesse, che puntualmente venivano stornate da altri colleghi che, malgrado tutto, non riuscivano a volergliene, tanto era cordiale e leggero nel suo scivolare con tatto in ambienti difficili. Da quanto riporta D’Orazio, Vasari ne aveva una considerazione così alta e profonda, da risultare persino stucchevole nel suo elogio delle qualità dell’artista.

Il Santi aveva intralciato, ad esempio, la carriera del Sodoma (al secolo Giovanni Antonio Bazzi), ma al contrario mantenne una stima ed un’amicizia inaspettata per il giovane urbinate, anche quando Agostino Chigi lo preferì per l’affresco delle sale grandi della ricca villa in via della Lungara, a Roma, dove il Santi era già intento ad affrescare la camera da letto principale. Scippo recidivo, perché già Sanzio aveva ottenuto dal papa Giulio II l’incarico di affrescare le Stanze Vaticane, in un primo tempo promesse al Bazzi.

Chi proprio non digeriva l’astro marchigiano era il malmostoso Buonarroti, che lasciò Roma giurando di non rimettervi piede finché il rivale vi fosse stato in azione. Non dovette attendere molto: Raffaello spirò il 6 aprile 1520.

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Vasari si disse sicuro che la causa della dipartita prematura fosse stata il troppo amore. Il pittore e storico-biografo aretino conosceva bene la passione di Raffaello per le donne. Era arrivata fino a lui la leggendaria, febbrile attrazione che il sesso esercitava sul giovane artista. La sua amante, l’altrettanto leggendaria Fornarina dello splendido ritratto discinto, o anche qualche piacente cortigiana non dovevano mai mancare sui cantieri. In mancanza, minacciava di sospendere i lavori.
Soprattutto, però, Raffaello Sanzio era innamorato dell’arte: dipingeva per amore e ambizione, secondo motivo della bulimia artistica che lo condusse a distribuire straordinarie tracce artistiche, in appena trentasette anni di vita e venti di professione.
D’Orazio sviluppa la biografia raffaelliana mettendo in luce alcuni aspetti oscuri dell’artista, cercando di dissipare qualche dubbio sulla sua arte e le sue opere.

A proposito di segreti

Presto rivelato quello della precocità della sua affermazione come grande dell’arte al cospetto ai contemporanei, dovuta alla sua intelligenza nel sapersi muovere senza strappi. Aveva compreso, fin dalla tenera età, che per affermarsi avrebbe dovuto usare un passo leggero, senza innovare di forza, come Leonardo.

Partito da Urbino giovanissimo, entrato a Roma in punta di piedi, sbaragliò in fretta un’intera generazione di artisti, accumulando successi e denaro ed usando la pittura come leva per scalare i livelli sociali, accompagnarsi a nobili e cardinali, dare del tu ai pontefici.
Fu la sua stessa impazienza di vincere a renderlo cauto: il pubblico va accompagnato per mano verso il nuovo, pensava, non va spiazzato. Per questo, imitava le figure dei grandi dell’epoca (Perugino, Pinturicchio, Da Vinci stesso) “liberandole” via via, in una graduale metamorfosi. Una rivoluzione gentile.

Autore: EffeElle

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