Donne nella Grande Guerra, altro che “sesso debole” Donne nella Grande Guerra, altro che “sesso debole”

Donne nella Grande Guerra, altro che “sesso debole”

donne della grande guerraIl sogno femminista della parità, pienamente concretizzato, cento anni fa. Donne nei ruoli maschili, perché gli uomini validi erano al fronte, nelle trincee. Era una società al femminile, almeno per le classi d’età da richiamo, quella che si è realizzato nelle città d’Europa, dal 1915 a tutto il 1918.

Ne dà conto, in pieno centenario del primo conflitto mondiale, un’antologia dell’Associazione Controparola, nata nel 2000 per combattere la discriminazione di genere che limita la libertà, la creatività e l’affermazione delle donne. È costituita da giornaliste e scrittrici di tutta Italia ed è al quarto titolo, con Donne nella Grande Guerra, edito da il Mulino, 242 pagine 22 euro.

Non eroine, ma ragazze, mogli, signorine e signore, pronte a fare la loro parte in un momento difficile per i Paesi coinvolti. Nel nostro, si affacciavano per la prima volta nella società, fuori dal focolare domestico. Non solo sarte, maestre, crocerossine: ora, per necessità, le si poteva vedere infagottate in tute da operaie, addette ai servizi di pubblica utilità, impiegate, spazzine, tranviere, tassiste, boscaiole, cantoniere, perfino pompiere, come le diciassette di Siusi, guidate dalla caposquadra Zenzi Gasser.

Per chi restava a casa, il fronte era la guerra quotidiana con le privazioni e la miseria, portate nelle famiglie dal razionamento alimentare. Mamme, nonne e donne, si rimboccarono le maniche e fecero appello a tutta la loro esperienza. Di necessità, virtù. Eccole cuocere minestre di bucce di legumi,  impastare pane di segale, insaporire i piatti con le erbette coltivate nei giardinetti, ricavare caffè da tutti i surrogati possibili, sfornare dolci senza zucchero, farina, uova.

La reazione degli uomini? Gli operai rimasti nelle fabbriche inorridivano davanti alle colleghe, specie nel vederle fumare durante le pause. Oltre al lavoro, infatti, avevano assunto le abitudini maschili. E gli anziani? Alla notizia che le donne avrebbero guidato tram e taxi si scatenarono previsioni di incidenti e disastri, presagi apocalittici puntualmente smentiti dai fatti. Tutto continuò ad andare come prima solo nelle campagne, perchè da sempre la mano d’opera femminile contribuiva senza pregiudizi alle principali attività agricole, semina, raccolto, mietitura. Semmai aumentò la fatica, per la mancanza di giovani braccia maschili.

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Tutte al lavoro!

Elena Doni descrive con ammirazione le crocerossine, che come moderne Pietà assistono alle amputazioni tenendo i soldati quasi in grembo. Francesca Sancin sale in montagna con le portatrici carniche. Ci sono anche le spie innamorate:  una per tutte, Luisa Zeni, capace di superare indenne la prova, come racconta con sottile ironia Claudia Galimberti. Non sono secondarie le povere donne e ragazzine finite nei bordelli di guerra, coinvolte nel “traffico di carne umana” mentre magari credevano di sottrarsi al duro destino contadino. Maria Serena Palieri sottolinea che la legge Nicotera consentiva anche alle sedicenni di “esercitare”, pur avendo davanti ancora ben cinque anni di minore età.

E poi le intellettuali (Angelica Balabanoff), le giornaliste (Margherita Sarfatti e Stefania Turr), le artiste, le filosofe. Ultima in una gerarchia rovesciata, nell’introduzione di Dacia Maraini, la regina Elena, che “lavava e seppelliva cadaveri durante l’epidemia di febbre spagnola del 1917”. Coraggiosa e distante dal lusso, impegnata senza risparmio nel servizio volontario della Croce Rossa, è “figura anomala per la nostra monarchia, caratterizzata da personaggi mediocri, quando non addirittura vili”. Sono lei, la figlia Mafalda e la nuora belga Maria Josè, ad aver dato dignità alla storia della famiglia Savoia nel ‘900.

Spazio alle donne, in un mondo senza uomini. È stato inevitabile, ma anche prematuro. Dopo, tutto è tornato come prima, per quasi trent’anni. In Italia, nel 1915-18, le braccia e le capacità del “sesso debole” sono state sfruttate fin quando la guerra lo ha imposto. Terminate le ostilità, gli smobilitati cominciarono a tornare e tutto il mondo maschile, conservatori e progressisti uniti, pose freno immediatamente all’emancipazione, sospettando di non poter controllare le conseguenze. Le donne tornarono alle occupazioni casalinghe ed ai ruoli ancillari. Per il voto, occorrerà aspettare un’altra guerra. Il 2 giugno 1946 raggiungeranno finalmente le urne, emozionate e sorridenti.

Donne nella Grande Guerra è disponibile per l’acquisto su Ibs a 18,92 euro.

 

Autore: Krauss

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