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Il mago | William Somerset Maugham

Somerset Maugham non ammalia neppure con Il mago. L’ultimo romanzo dello scrittore britannico stampato da Adelphi è un freddo mosaico, un’illusione di romanzo. Molto meglio il dimenticato John Fowles: lui sì un vero mago della scrittura.

recensione Il mago | William Somerset Maugham

Posto che William Somerset Maugham abbia mai scritto un capolavoro (e non lo ha fatto), Il mago non è certo tra questi. Lo manda in libreria in questi giorni Adelphi nella traduzione di Paola Faini e fa parte della lunga serie di romanzi dello scrittore britannico, che l’editore milanese sta da anni ristampando con nuove traduzioni.

Il mago è ispirato alla figura di Aleister Crowley, qui chiamato Oliver Haddo, malandrino oscuro morto nel 1947 e protagonista in diverse occasioni di scandali pubblici che egli stesso suscitava consapevolmente e che attirarono le attenzioni di alcuni governi: Mussolini ad esempio, nel 1923, lo cacciò via da Cefalù e dall’Italia, tanto era colma la misura.

Lo stesso Maugham pare avesse conosciuto Crowley e come molte persone le quali entravano in contatto con lui, ne dovette rimanere affascinato. Non si capisce infatti perché uno scrittore dedito prima e dopo quel romanzo ad altre tematiche dovesse occuparsi di un soggetto così singolare. Infatti Maugham, per sua stessa ammissione, per scrivere il romanzo dové immergersi in ampi studi occulti. C’è tuttavia da rilevare che nel torno di tempo a cavallo tra Otto e Novecento, nel cuore dell’Europa, le scienze occulte e tutto ciò che travalicava la realtà empirica era in gran voga. Esso fu, anche da questo punto di vista, un periodo estremamente fecondo. Ricordiamo che allora emergono nomi quali Gurdjieff, Guénon, Kardek e che parecchie persone dal curriculum insospettabile – Ezra Pound, Alfred Orage, Pierre Schaeffer, Edith Piaf e innumeri altri – si avvicinarono, e anche in modo entusiastico, a taluni di loro. È abbastanza normale pertanto che un autore sensibile alle cose del mondo, si interessasse per una volta anche all’ultramondo; o almeno a uno dei ricercatori più eminenti, se così vogliamo definirlo, di quel dominio. Il romanzo uscì infatti nel 1908, ossia in piena rinascenza occulta. E da come Maugham descrive il potere esercitato dal protagonista sulla giovane Margaret, una delle figure centrali del romanzo, è indubbio che sapesse di cosa stesse parlando. Noi possiamo parlare di indentificazione.

Pur ammettendo che la psicologia di Crowley viene tratteggiata abbastanza bene in queste relativamente poche pagine, non è ancora per nulla sufficiente e Maugham mostra tutti i suoi limiti di scrittore.

Sotto la penna di altri (fate voi la scelta) colui che si definiva «la Bestia 666» e «l’uomo più cattivo mai esistito», che nella sua vita sperimentò – per motivi, diceva, di ordine occulto – quasi ogni variazione sessuale, più molto altro, sarebbe uscito più vivido e credibile. La scrittura di Maugham rassomiglia a un mosaico perfetto. Ci sono tutte le tessere di vetro della vicenda e sono tutte ben giustapposte e incollate. Ma resta un’opera fredda, come appunto quel materiale. I personaggi, a cominciare dal protagonista, sono psicologicamente stereotipati, prevedibili e bidimensionali. A parte alcuni passaggi in capo a Oliver Haddo, quasi tutto il romanzo è intriso di frasi tolte da un prontuario letterario e anche là dove dovrebbe vibrare, c’è solo una calma piatta.

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Perché se abbiamo a che fare con un romanzo mediocre e trascurabile gli dedichiamo una recensione? Perché è il tema a farne un libro meritevole di attenzione.

Il titolo originale è The Magician. Letteralmente significa illusionista ed è così che si chiama il Bagatto, primo degli Arcani Maggiori. E davvero tale risulta essere Crowley-Haddo nella versione di Maugham, il quale, oltreché nella figura di Margaret, si riflette altrettanto nello scettico studioso di scienze occulte, il dottor Porhoët: non ci credo ma studio, perché nessuno può sapere davvero. Non c’è nulla di fisicamente effettivo nei poteri ostentati dal mago. O meglio: c’è, ma il soprannaturale è soltanto qualcosa di naturale – solo, colto da un’altra prospettiva. D’altra parte Maugham fa ammettere ad Haddo: «La magia non è altro che l’arte di impiegare consapevolmente mezzi invisibili per produrre effetti visibili. Volontà, amore, immaginazione sono poteri magici che chiunque possiede; chi sa come svilupparli appieno è un mago. La magia ha un solo dogma, ovvero che il visibile è la misura dell’invisibile». Parole che potrebbe sottoscrivere Alejandro Jodorowsky, lo psicomago.

Al lettore interessato all’osservazione del fenomeno magico (qualunque cosa intenda con questo aggettivo), suggerisco lo studio di un altro romanzo. È del sommo John Fowles e in italiano è pubblicato col titolo Il mago, ma nell’originale suona The magus, ossia colui che lancia incantesimi. E qui saremmo, di rigore, fuori dall’ambito della psicologia, come invece ci ritroviamo accanto a un magician. Tuttavia i termini sono sovrapponibili, almeno leggendo il capolavoro (questo bensì un romanzo memorabile e potente) di Fowles, autore più noto in Italia per La donna del tenente francese. Il mago è una delle punte di diamante del secolo scorso e in generale della letteratura occidentale. Uscì nel 1965 ma sin da allora passa parecchio sottotraccia, così come quasi tutti le opere di questo scrittore. Ad accorgersi di esso, più o meno a metà degli anni Settanta, ci furono due americani, ossia Richard Bandler e John Grinder, i quali apposero un lungo passaggio del Mago in epigrafe al loro La struttura della magia. Era il libro che fondava di fatto la Programmazione neuro-linguistca: una delle tecniche psicologiche, o meglio: di manipolazione psicologica più efficaci mai inventate e sperimentate nel XX secolo.

Dobbiamo infine domandarci quale sia lo scopo del romanzo di Maugham. Tratteggiare una celebre figura di mago? Illustrare il potere che esso ha sulla mente e in particolare su una mente fragile? Qualunque esso sia, il risultato è claudicante e artefatto. Di più: c’è il trucco e qui si vede, e come. Prima di scrivere di magia – qualunque cosa si intenda con questa parola – bisogna essere dei maghi della scrittura.

Autore: Luca Bistolfi

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