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Capurso ci parla del suo “Il sentiero dei figli orfani”

Giovanni Capurso è l’autore del romanzo Il sentiero dei figli orfani, edito da Alter Ego Edizioni. Scopriamo in questa intervista qualcosa di più sull’opera e sul suo autore.Giovanni Capurso è l'autore del romanzo Il sentiero dei figli orfani, edito da Alter Ego Edizioni. Scopriamo in questa intervista qualcosa di più sull'opera e sul suo autore.

Lei lo cita nell’esergo del volume e lo si respira in vari riverberi: La luna e i falò, come anche altre opere di Cesare Pavese quali Paesi tuoi e La bella estate, emerge spesso nella testa del lettore durante la lettura di Il sentiero dei figli orfani. Capurso, quanto ha influito la lettura del celebre e ultimo romanzo di Pavese nella sua formazione umana, professionale e ora anche letteraria?

 

I romanzi di Cesare Pavese sono stati tra le principali letture della mia giovinezza.  A lui viene fatta una particolare dedica, perché l’amico fidato del protagonista si chiama Anguilla proprio come il protagonista de La luna e i falò, emigrante dall’America dopo la liberazione. Ma è certamente da La bella estate che vengono tratte numerose suggestioni: il romanzo di Pavese, come il mio, parte dalla medesima situazione di spensieratezza estiva per poi mutare repentinamente in una realtà cruda e difficile da accettare.

 

San Fele è descritto non come un luogo in cui per forza un romanzo deve svolgersi, ma, attraverso i suoi paesaggi e le sue tradizioni, come un personaggio stesso del romanzo; un luogo dell’anima che lei ha scelto per quali ragioni?

 

Tra tutti i luoghi che potevo scegliere, San Fele sicuramente mi sembrava il più ancestrale e il più evocativo. Come dice lei, con le sue tradizioni, i suoi paesaggi e i suoi personaggi ne dà quasi l’idea di un locus amoenus, un luogo che non ha ancora subìto completamente la corruzione e il degrado della società postmoderna. La storia si concentra anche su questo scontro/incontro tra due modelli di vita alternativi.

Intervista a Giovanni Capurso, autore de “Il sentiero dei figli orfani”

Partendo dal concetto che ogni libro ha una quantità variabile di autobiografia dell’autore che lo compone, quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?

 

In altre occasioni ho scritto più per un potenziale lettore come si può scrivere un thriller o un giallo. Questo romanzo invece l’ho scritto per me: avevo qualcosa da dire a me stesso. Tutti i personaggi che ho creato sono parti di me come in un puzzle, non nel senso biografico, ma come proiezioni del mio io. A partire dal protagonista, Savino, poi dal padre scontroso e che non mantiene le promesse e lo zio, il più colto della famiglia, ma che in un contesto così semplice di un paesino assume dei tratti bizzarri. Sono tutti personaggi in cui rivedo qualcosa di me stesso. E magari nella storia ci sarà anche qualcosa che vi ho proiettato inconsciamente.

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In una parte del libro analizza i rapporti quasi inconciliabili tra persone di campagna e quelle di città; ingenuità e praticità della vita. Esistono tuttora queste distanze sociali nelle piccole realtà del Meridione? E se ci sono, come sono cambiate nel corso dei decenni?

 

Agli inizi degli anni Novanta sicuramente c’erano. Oggi, nonostante non siano passati tanti anni, ci troviamo in una società pienamente globalizzata: la diffusione dei social permette lo scambio rapido di informazioni e idee. Le persone condividono opinioni, credenze, linguaggi, valori e antivalori. Abbiamo una società molto più aperta, ma con il rischio di illudersi di poter fare a meno dei propri riferimenti identitari come accade a Savino.

 

Questo è il suo terzo romanzo. Dà fede perciò al vecchio adagio “Non c’è due senza tre” e ci proietta al prosieguo che fa “… e il quarto viene da sé”. Ha già un nuovo lavoro in cantiere?

 

Ho almeno tre quattro storie che mi ronzano nella testa. Questa fase può durare anni. Una è in fase di stesura da un annetto, sul quale posso dire che affronta un tema di impegno e riscatto sociale e la cui protagonista è una giovane donna. Poi ho un saggio filosofico quasi ultimato. Vedremo tra i due quale andrà in porto per primo.

 

Autore: Antonio Pagliuso

Ometto di Lamezia Terme, città al centro della Calabria con vista sulle isole Eolie. Ama leggere, scrivere e viaggiare e reputa la lettura dei classici della letteratura un must a cui ognuno di noi dovrebbe volgere. Redattore di altri canali di recensioni e divulgazione culturale, è ideatore della rassegna "Suicidi letterari" e autore del giallo "Gli occhi neri che non guardo più".

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