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La suprema nostalgia di Domenico Ferla

La casa di ArimaneEra l’anno fatale 1979 quando Nicomede Folar, alias Domenico Ferla, diede alle stampe una lamina cartacea di poesie dal titolo insolito e profetico: La casa di Arimane.


Gran mentore dello sconosciuto scrittore era il glorioso editore Elvio Fachinelli, che lo stampò per la sua Erba voglio, già assurta agli scandali delle cronache culturali per aver pubblicato, tre anni avanti, i Minima (im)Moralia di Adorno, ovvero gli aforismi espunti, per non dispiacere al Partito Comunista Italiano, dall’edizione Einaudi.

Con quelle poesie Ferla dichiarava al grande pubblico, come declamano alcuni significativi versi, finiti poi su copertina e frontespizio, di:

«non aver più niente – da perdere più niente – da sperare più niente da temere».

Tutte le illusioni e le speranze nate tra gli anni Sessanta e Settanta erano svaporate; il mondo, da qualunque parte lo si guardasse, era dominato dal principio del male: era, appunto, la casa di Arimane.
Ritornava alla luce in pieno Novecento la religione che della luce si era fatta araldo: il Manicheismo.

La raccolta ricevé una girandola di interessi, colpì alcuni tra i maggiori intellettuali italiani e trovò accoglimento presso importanti e diffusissime testate nazionali.

Se fosse stato lo sfogo d’un più o meno giovane tra i tanti poeti che hanno sempre circolato dappertutto, non varrebbe la pena soffermarsi sul suo autore. Ma Ferla aveva, e ha, una storia unica ed eloquentissima.

Imparò a leggere e scrivere prima dei sei anni, compulsando tra gli altri, per come potesse, soprattutto Leopardi. Da qui fu un crescere, accumularsi e modellarsi d’un amour fou per la letteratura italiana, che Ferla conosce e domina come nessun altro.
Due o tre ore al suo cospetto valgono un intero ciclo di studi tra liceo e università, quand’erano istituzioni serie.
Non stiamo esagerando.
Al primo esame che tenne col mostro sacro Giovanni Getto, il diciannovenne Domenico fu da quegli nominato assistente sul campo, tanto il docente rimase sbalordito dalle conoscenze di quell’ignoto studente, da come le maneggiava.

Ferla però nutriva già i semi d’una purezza che per tutta la vita lo segnò. Dunque si alzò dalla sedia e rifiutò coram populo l’incarico, che coorti di studenti avrebbero volentieri scambiato col cadavere della madre.
Non ci stava, disse, a regger la coda, a farsi complice di un’istituzione – l’accademia – che aveva debellato il meglio della cultura italiana; quel meglio che, accanto agli ufficiali, Ferla aveva scoperto e coltivato già durante gli anni precedenti.

Un bibliotecario nel Partito Comunista

Si ritirò a vita privata, sinché non trovò un impiego presso la biblioteca della facoltà di matematica a Torino.
Frattanto era entrato nel Partito Comunista Italiano e per lungo tempo, alla sua volta, fu coltivato dalle gerarchie nel vivaio degli intellettuali che sarebbero dovuti diventare organici e, di conseguenza, la crema dell’intelligentsia italiana.

Fu un viaggio premio nella DDR, conferitogli dal partito, a rovinare la sua carriera.
Durante un incontro con le maestranze staliniste berlinesi, Ferla, dopo aver sentito cianciare di operai, diritti e sol dell’avvenire, pose una domanda, che sapeva esser incauta: «Qui da voi allora gli operai hanno diritto di sciopero, vero?».
Parole bollate all’istante come «eine faschistiche Provokation», che non necessita di traduzione.
Rientrato in Italia, il giovane uscì dal PCI ed entrò in contatto con i gruppi che facevan capo niente meno che al comunista più reietto della storia del comunismo internazionale, il vero fondatore, la guida carismatica e dottrinalmente blindata, del Partito Comunista d’Italia: Amadeo Bordiga.
Lo seguì per diversi anni, insino al 1966, e ne divenne amico quasi subito, legato a lui non solo da affinità politica ma altresì estetica. Sul giornale del piccolo partito bordighiano, Domenico Ferla scriveva:

«Ero, e sono, uno dei pochissimi che riconosce gli scritti di Bordiga sul “programma comunista”» 

Domenico studiava, studiava, studiava, memore anche dell’esortazione leniniana, letteratura, filosofia e marxismo, senza tuttavia cedere all’estetica comunista, senza essere intruppato, cervello all’ammasso. L’etica bordighiana era quanto di più differente, sotto ogni rispetto, circolasse nei circoli cosiddetti di sinistra, italiani ed europei, di quegli anni e non solo.

Il discepolato e soprattutto l’amicizia con Bordiga erano, sebben condotti sotto il segno d’una convinzione che pareva immarcescibile, solo il prodromo di ciò che venne poi e che La casa di Arimane compendia e sigilla.

Bordiga era il latore d’una visione del mondo fondata sul bene, cui si opponeva un mondo il quale, in quel linguaggio politico, era intriso di opportunismo, versione marxistico-bordighiana del concetto religioso di male. La dimora del princeps huius mundi era la borghesia, era il capitalismo. Si attendeva ora l’apocatastasi, il trionfo della società giusta.

Bordiga e i suoi – pochissimi – erano i comunisti più isolati, perché dottissimi e intransigenti, indefettibili interpreti della pura dottrina, in tutta la multi-proteiforme galassia comunista, vera e/o presunta.

Niente, ma proprio niente a che vedere con le LOTTECONTINUE e i POTERIOPERAI

I bordighiani erano comunisti più mistici degli altri mistici comunisti. Ma Bordiga morì piuttosto presto (il 24 Luglio 1970) e i gruppi da lui seguiti (non guidati!) si sciolsero, divenendo Freikorps oppure organizzandosi altrove, in altra maniera.

Che fare, per Domenico Ferla?
La provvidenza giunse in soccorso e fu l’incontro con la religione manichea e con le eresie dualiste, bogomilismo e catarismo.
Ancora una volta Ferla studiò, studiò, studiò, sinché non fece propria quella visione così lirica, romantica, così presente da giungere a ritenere ancor viva, seppur celata, la ufficialmente estinta Chiesa manichea, di cui egli invece ravvisava profonde tracce, veri e propri segnali, negli autori che non smetteva di scoprire e leggere.

Tra i primi il negletto filosofo italiano Piero Martinetti, dichiaratamente dualista, alla cui biblioteca privata, passata alla sua morte all’università torinese, Ferla attinse a piene mani avendovi in quelle more trovato posto.
Erano gli anni Settanta e da allora Ferla rimase a lungo intransigentemente fedele a quel dettato.

Una suprema nostalgia

Trascorse così i suoi ultimi anni di lavoro e studio, tra migliaia di libri letti e meditati, sino a quando, 2005, un ictus non lo inchiavardò su di una sedia a rotelle. Poco avanti alcune sgradevolissime vicende personali lo avevano travolto, ovviate tuttavia dalla ricomparsa improvvisa di Rosetta, un’antica compagna conosciuta nel 1975 e poi persa di vista, che ora da dodici anni di Domenico è il fedele angelo custode.

Nonostante la sofferenza fisica («Sono schiacciato tra la vecchiaia e la morte», dice oggi con ironia Ferla), questa intelligenza unica ha avuto la forza di dare alle stampe un capolavoro di poesia e prosa insieme, che ci racconta la sua Una Suprema nostalgia (per i tipi di Colibrì, Milano).
L’epopea d’una vita a lunghi tratti tormentata, da cui traluce al suo inizio ciò che verosimilmente è l’incubatrice di molte delle scelte, comprese quelle politiche, di Domenico. «C’era la guerra, l’orrenda guerra e io ero piccolo», ci racconta, «Un ragazzo mi vedeva giocare. E rideva, rideva, rideva, gaio. Ecco qual è la mia suprema nostalgia».

Domenico oggi non è più arrabbiato come al tempo della Casa di Arimane e come rimase per lunghissimo tempo contro questo mondo malvagio.
Domenico FerlaL’età, il corpo offeso, la possibilità di riflettere sul suo passato e sulla vita che lo circonda, lo hanno addolcito, quasi rappacificato con uomini, cose e fatti e, pur non sperando più niente ancora, ricerca là dove qualcosa di reale c’è ancora – l’infanzia, la memoria – il sostegno alla fatica quotidiana.

Ma non si cada nell’errore di intendere Ferla come l’ennesimo poeta dell’infanzia perduta. Guai. Egli par quasi invece aver rovesciato, in un gesto psicologicamente onestissimo, tutte le aspirazioni e le speranze che hanno attraversato la sua esistenza, riportandole alla loro originaria scaturigine.

Non crede più nel comunismo, non crede più nell’apocalisse e nella Gerusalemme celeste. Vede solo ciò che fu.
La nostalgia di Domenico Ferla è quella che un poeta della filosofia quale Ernst Bloch, nella chiusa al Principio Speranza, definisce con icastiche parole:

la patria che a tutti brilla nell’infanzia ma in cui nessuno è ancora stato

Domenico invece ci è stato.
È questa la sua utopia, tanto concreta quanto destinata solo alle pagine d’un piccolo, grande capolavoro della nostra poesia, di cui raccomandiamo la lettura.

Autore: Luca Bistolfi

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