Intervista ad Ida Amlesù, autrice di Perdutamente

© Gala Belova

Ida Amlesù  con Perdutamente, il suo primo titolo edito da Nottetempo, è una recente promessa della  della narrativa italiana.
Questa giovane donna – scrittrice, vincitrice del premio letterario Salerno 2017 – ha evidenziato nel suo primo romanzo freschezza di stile, ricercatezza nei temi e nel lessico (abilmente celata in una apparente semplicità sintattica) che generano curiosità.
E dalla curiosità, si sa, nascono domande che cercano risposte; per questo ringrazio Ida per la disponibilità nell’ascoltare queste mie domande e nel loro le giuste risposte.

 

  • Ida direi di partire questa nostra chiacchierata dall’inizio, ovvero dal titolo del suo romanzo: Perdutamente.  
    Un avverbio che già dal titolo ha un che di itinerario, quasi a dire: si parte da un punto per arrivare a un altro. Come è arrivata a questa scelta?

Il titolo paradossalmente non è stato scelto da me. Il romanzo si chiamava Perduta Stante. Perdutamente però offriva una chiave di lettura diversa, maggiormente condivisibile. Dare un titolo di immediata comprensione è, in un certo senso, tendere la mano al lettore. Quanto all’itinerario, forse hanno influito le mie letture di bambina, principalmente romanzi di formazione, e il fatto stesso che io sia perennemente in viaggio, in cammino.

 

  • Nel leggere le sue pagine evidente è la frammentazione della storia, quasi una narrazione a flash.
    Non c’è una organicità (almeno apparente anche se arriva con lo snodarsi dei fatti) che sembra ribadita dal non aver dato alla protagonista un nome. Che motivi ci sono dietro a queste scelte?

La frammentazione del romanzo rispecchia la frammentarietà del ricordo. Ne discutevo un anno fa con Giorgio Ghiotti: nella vita – specie passata – non esiste vera continuità; si ricorda tutto per episodi, si ordina tutto per gerarchie. I momenti di raccordo, per ogni altro aspetto trascurabili, nel ricordo vengono effettivamente trascurati. E dimenticati.

Il cardine della storia è la storia stessa. Qualche tempo fa ho per caso ripescato dal dimenticatoio il mio primissimo romanzo, scritto a diciott’anni e fortunatamente incompiuto, ed è stato bizzarro scoprire come l’incipit fosse:

“La mia vita (o, almeno, quel noiosissimo insieme di avvenimenti senza un perché che hanno come unico elemento comune il fatto di accadere a me) è stata un eterno susseguirsi di incisi e di parentesi.”

Sono passati quasi nove anni, ma la penso ancora così.

  • Interessante il parallelismo della protagonista con le eroine della letteratura russa; è solo derivante dal suo “abitare” a Mosca o crede che le eroine russofone abbiano un fascino e una forza d’animo particolare da volerle in qualche modo riportare nel suo personaggio?

Dipende certo dagli autori in questione. Credo però che Dostoevskij abbia per primo concesso il grande dono del paradosso ai personaggi femminili. Non che questo li renda più realistici: si tratta sempre di donne immaginate da un occhio maschile. Donne terribili o salvifiche, e spesso terribili e salvifiche insieme. Variazioni su tema dell’immaginario maschile, dell’Eterno Femminino. Le protagoniste di Dostoevskij sono tuttavia sempre ambivalenti. E quanto più vogliono amare e salvare, tanto più tendono alla distruzione di sé e degli altri. Proprio come la protagonista di Perdutamente.

  • A pagina 29 al capitolo “Libri” descrive il rapporto della “protagonista” con le pagine dei libri. Protagonista/scrittore/lettore sembrano impegnati in una ricerca vicendevole: ci spiega questo rapporto?

I libri sono amici. Non c’è molto altro da dire. E, come i veri amici, spesso non hanno le risposte che speravi.

  • Un evviva per gli amici, “questi” amici linfa vitale per noi di RecensioniLibri.
    Proseguendo, ho trovato interessante un altro passo, quando parla dell’illusione della felicità:

“dopo la prima felicità non si riesce a desiderarne un’altra, se non quella avuta e poi persa”

Quasi a dire che la felicità è solo “cosa” effimera e non perfettibile nel  raggiungerla. È una convinzione della protagonista che forse condivide?

Non so se la penso ancora così. Ho la fortuna di essere molto amata, ora. Se perdessi questa felicità, forse tornerei a crederlo.

  • Ho trovato davvero  curiosi gli incontri della protagonista che hanno assolutamente i tratti dell’avventura. Tutti o quasi, sembrano in bilico tra il salvifico e l’evocativo “letterario” (russo nel particolare). Sembrano dei trampolini di lancio, delle scuse per una riflessione, una qualche maturazione nel racconto e nella narrazione. Ci racconti qualcosa in proposito.

Io credo che, in letteratura come nella vita, il Filtro crei la Realtà. Il Filtro è l’artista. Quello che avviene è sempre e solo simbolo.  L’universo dell’artista attraverso il simbolo si indirizza e si dispiega. E’ il trionfo dell’Idea. In Perdutamente, tutti gli incontri sono necessari e nessuno lo è. Non si ha mai alcuna prova che siano avvenuti davvero: in fondo, la protagonista si muove sempre sola, non ci sono altri testimoni se non lei stessa di quanto accade.

  • Ho trovato intrigante la scelta stilistica dell’intermezzo, quasi un racconto nel racconto: come nasce questa scelta narrativa?

L’intermezzo viene dalla musica. Un tempo morto che si anima, si prende gioco del testo, tesse in altro modo quanto è stato detto. In altre parole: un balletto di maschere, un Carnevale.

  • Come un filo rosso, sempre presente è la sofferenza della protagonista. Una sofferenza che parte da essere “solo” vissuta a diventare, una volta elaborata,  “costruttiva”.
    Ci spiega questo rapporto che si instaura tra sofferenza e la protagonista? Forse ci si ritrova  un po’ come donna, persona o come scrittrice?

Il dolore è una grande opportunità per un artista, uomo o donna che sia. A tutti gli altri, non lo consiglio.

  • Tra tutti i molti dialoghi tra il vero, il presunto e l’immaginato sicuramente il più curioso ed emblematico è quello con il drago/diavolo che impone alla protagonista il “dovere di vivere”. Può spiegare  ai nostri lettori come nasce e cosa rappresenta davvero?

Il passo di Pietroburgo è forse il più difficile da interpretare. L’ho immaginato come una rivisitazione in chiave simbolica di una bylina, la “chanson de geste” russa, di cui riprende anche la sintassi. Ha qualcosa di molto medievale; è una pala, un trittico su San Giorgio e il drago. A Pietroburgo, città mistica per eccellenza, la concretezza si perde del tutto. La protagonista affronta una sorta di iniziazione alla vita: l’amore è vissuto come rito estremo, consunzione. Attraversare il fiume dove vive il drago diviene innamorarsi  del drago-diavolo, provare ad accompagnarlo nel suo viaggio, morirne, rinascere.

  • Recensionilibri è un portale per lettori “seriali”, nel suo romanzo si percepisce uno stretto legame tra “letteratura e lettura”. Quale è il suo  rapporto con la letteratura e con la lettura? Ha un romanzo “preferito” o  da suggerire? Che autore l’ aspetta  sul tuo comodino?

Mi piace dire in giro che il mio romanzo preferito è Orlando di Virginia Woolf. Se sia poi vero, non so. Al momento sto leggendo molte cose insieme, Gertrude Stein, Pamuk, Sagan, rileggendo Gogol’. Gogol’ è forse il più grande autore al mondo. Sto rileggendo pure Dino Campana, ogni volta è una scoperta.

  • La domanda di rito (che poi tanto di rito non è mai) è se possiamo sperare che a questa prima esperienza letteraria, ne succederanno delle altre? Ha già  una nuova storia, una nuova poesia o un’opera in musica (visto  la tua vicinanza alla lirica)?

Sto scrivendo molto in questo periodo. Poesia, prosa, un poco di tutto. Ho quasi finito un altro romanzo. Chiara Valerio mi dice sempre: Ida, attieniti alla prosa. Credo che sia perché la poesia fa diventare poveri. Ma io non corro alcun rischio: sono già povera.

Ringrazio e ringraziamo Ida Amlesù  per la sua originalità nelle risposte e nello spiegarci il suo scritto che troverà, sono certa, ancora molti estimatori.

Aspettiamo, però, fiduciosi nuove pagine (di prosa o poesia poco importa) da questa autrice che si definisce povera, forse economicamente parlando, ma davvero molto ricca di quei pungoli riflessivi di cui l’esistenza e il lettore hanno sempre bisogno.

Autore: Marzia Perini

Scrivere, leggere due aspetti palesi di un'unica passione: la letteratura. Alterno scrittura originale (racconti, poesie, resoconti letterari) a recensioni librarie. Completano il quadro personale altre due passioni più "movimentate" , ma che si intrecciano e completano le precedenti: la fotografia con mostre dedicate a Roma Bergamo e Venezia e i viaggi (solidali e non). Sono Accredited Press al festival di Pordenonelegge dal 2015.

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