“Numero undici” di Jonathan Coe

Numero 11 Jonathan CoeIl ritratto grottesco della contemporaneità

L’11 novembre 2015 Jonathan Coe è tornato a deliziare il suo pubblico impaziente con l’undicesimo romanzo che sin dal titolo dichiara il gioco di richiami e legami invisibili che avvolge la lettura: tocca al “Numero undici” (edito in Italia in Marzo 2016), una testimonianza incisiva dell’assurdo spettacolo della contemporaneità. Mettetevi comodi, questo romanzo chiede innanzitutto sincerità.

Non fermatevi alle prime coincidenze legate al numero 11: indossate le lenti della satira più spudorata e ad accogliervi sarà non un romanzo vero e proprio, bensì cinque racconti isolabili che accompagnano la vita di due ragazze dall’età di 9 anni a quella di 25. Vicende che nonostante siano distribuite in un arco temporale molto ampio, sembrerebbero appartenere al medesimo cassetto di una scrivania scricchiolante e pericolosa, sinonimo della società in cui viviamo. Cinque storie raccontate con un sorriso graffiante e una punta di rabbia fotografano le ombre di uno stesso mondo da cinque punti di vista distanti eppure sottilmente allusivi. Come in presenza di un agente chimico, alcune parole disseminate tra le pagine si illumineranno con l’avanzare della lettura, all’insegna di una costante sorpresa: l’ingegnosa strategia dell’autore vi lascerà addosso una strana sensazione di coinvolgimento e nell’avvertirla familiare subentrerà un leggero brivido di paura.

Questo nobile connubio tra il comico e il grottesco prende il via nel 2003 con la prima storia che vede protagoniste due ragazzine, Rachel e Alison, la cui estate a Beverley è turbata da una strana donna che vive in una villa nel bosco, oltre che dall’insolita reazione dei nonni dinanzi ad un avvenimento di cronaca piuttosto sospettoso: il ritrovamento del cadavere di David Kelly. Si tratta dello scienziato britannico (nonché ispettore dell’Onu in Iraq) che aveva demolito i giochi di potere di Tony Blair, rivelando le sue bugie su un tema scottante per i salotti inglesi, la guerra in Iraq: «le autorità si premurarono di annunciare che Kelly si era suicidato».

“Una linea di demarcazione era stata oltrepassata. Una persona di valore era morta e niente poteva riportarla in vita. E il nostro primo ministro aveva le mani sporche di sangue.”

Nel secondo racconto attraverso la storia della mamma di Alison, Coe dipinge magistralmente l’intreccio tra la sfera del pubblico e del privato. Grazie alla passione per il canto, Val era diventata una star della musica britannica; cavalcando l’onda del successo e spinta da necessità economiche, decide di partecipare ad un reality show in cui non soltanto consocerà la fatica di prove fisiche estenuanti ma dovrà fare i conti con la cattiveria gratuita e l’odio immotivato di un pubblico che, con i potenti social media, è eletto a spietato sovrano di un campionario di vittime continuamente esaminate e giudicate per le loro azioni. Nessuno resiste al richiamo della libertà del poter dire la propria dietro un profilo virtuale, anche se fa soffrire. Così la stella promettente è costretta ad eclissarsi: la sua fama lascia il posto ad una vita di sacrifici come bibliotecaria disoccupata.

“Internet di per sé incoraggia una sorta di pensiero binario. Ti piace o non ti piace, o sei a favore o sei contro, mentre per me tutto nella vita risiede tra questi due opposti, nelle zone grigie, e questo non c’è sui social media.” (Tratto dall’intervista con Mariagiulia Castagnone)

A completare il puzzle iniziato dai primi due racconti, la vicenda dell’insegnante di Rachel e di suo marito, e di una vita condizionata quasi interamente da alcune dilaganti ossessioni moderne; il testimone viene poi passato alla famiglia Winshaw che ritorna sulla scena direttamente dal primo romanzo dell’autore. La sua ricomparsa sarà un ottimo espediente per affrontare la questione quotidiana della corruzione, anello di congiunzione di molti ambiti sociali, dalla politica allo spettacolo, dalle raccomandazioni sussurrate al mondo del giornalismo. A conclusione di questa silhouette narrativa dai toni noir fortemente evocativi, l’ultimo racconto eredita tutti i tratti della narrativa d’orrore di matrice gotica. Così il complesso percorso della follia, a partire da quella che si innesta con naturalezza nei gesti più elementari della vita di tutti i giorni, raggiunge la massima concretezza in uno scenario macabro, raccapricciante, in cui l’unico spiraglio di luce sembra davvero essere solo l’amicizia tra Rachel e Alison.

“Arriva il momento in cui rapacità e follia diventano indistinguibili. E poi arriva un altro momento in cui anche tollerare la rapacità e viverci fianco a fianco, o addirittura prendersene carico, diventa una sorta di follia.”

Dalla follia alla morale

Non importa in che nazione ci si trovi e a quale cultura si appartenga: Jonathan Coe percorre con uno stile satirico ed estremamente realistico, al punto da sfociare in un horror sociale, l’intera mappatura del moderno alla ricerca di denominatori comuni. L’insoddisfazione per i propri leader politici, il tradimento di una giustizia sociale promessa e sottaciuta, crimini ingiustificati che smascherano profonde strategie di potere che veicolano la verità, ribaltandola: è questo lo scenario macabro di cui si diventa burattini laddove la follia generale non risiede più in un caso isolato ma anche e soprattutto nella nostra disponibilità nel tollerare tutto ciò che accade. Più si continuerà a giustificare l’ingiusto, più si farà il gioco del folle: mettere nero su bianco questo lento logorio che rende ciechi è l’unico modo, evidentemente, per prendere consapevolezza dell’agghiacciante direzione imboccata e, soprattutto, delle ancor più sconcertanti conseguenze da essa derivanti. Ogni lettore leggerà un po’ della sua vita in ognuno dei cinque racconti, perché un po’ a tutti è capitato di sentirsi abbandonati, traditi, speranzosi, illusi di libertà, rassegnati. E mentre si affida il proprio disagio interiore ai social network, nessuno affronta di petto questo sprofondare lento e silenzioso.

Fa paura specchiarsi nel mondo tragicomico di Coe, soprattutto perché parla spudoratamente di noi.

Autore: Manila Tortorella

Laureata in Lettere moderne e in Scienze Filosofiche a Padova.
Ho da sempre avuto un debole per l’universo delle parole: scriverle, leggerle, ascoltarle. Il linguaggio è il nostro vestito quotidiano, imparare a coglierne le sfumature non è però così scontato.

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