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Gli scaduti di Lidia Ravera

gli scadutiQuando presente e futuro degenerano alla stregua di un passato lacunoso non resta che immaginare realtà apocalittiche per far sì che la fantasia ci porti alla realtà, per vie traverse. In questo gioco ottico di punti di vista Lidia Ravera, giornalista e scrittrice italiana conosciuta per il romanzo sessantottino Porci con le ali, ci aiuta con il suo ultimo libro Gli scaduti (Bompiani, pp.222, 14,50€), a immaginare un futuro prossimo. Quattro sono i personaggi principali: Umberto ed Elisabetta, la vecchia generazione;  il loro figlio Matteo e sua moglie Federica, la generazione dominante. Lìder Màximo, sta apportando una Riforma demografica, Matteo in quanto responsabile della Comunicazione del Governo, appoggia tutti i terrificanti cambiamenti in atto. Federica, venticinquenne, è la donna modello perché giovane e incinta, pronta a dare vita a nuove vite. Umberto ed Elisabetta non accettano il nuovo che li circonda e ridono della nuova realtà fino a quando lui, Umberto, è costretto dal governo a ritirarsi, nel Campo del Ritiro. “Tutti vivono alle spalle del Campo del Ritiro” ma nessuno sa dove si trovi e come i pensionati vengano trattati. Probabilmente gli adepti della nuova filosofia governativa li costringono a drogarsi, ad annullarsi al fine di evitare che la vecchia generazione si accavalli a quella nuova. Nessun disordine deve comparire all’orizzonte.

“Tutti i selfie bar sono scatole vuote: ci sono i tavolini, ogni tavolino è dotato di una tastiera, si ordina da un menù, si clicca e la bevanda, o il cibo richiesto saltano fuori da una botola. Ogni tavolino ha la sua botola. La musica è in cuffia. Gli avventori sono rigorosamente soli. Si isolano nella musica, non si guardano gli uni con gli altri. Ogni tavolino ha il suo flash. Ci si può fotografare o filmare mentre si mangia, mentre si beve, o mentre si aspetta che passi il tempo. Nei selfie bar non si può andare con qualcuno. Non c’è un barista, né una cameriera, niente.  Non si può conversare, né consumare cibo proprio. Elisabetta sedette nell’angolo più buio, cliccò un caffè, un toast. Era, il suo, l’unico tavolino occupato. Dopo essersi procurata il cibo, provò a usare la tastiera per collegarsi. La password generale, quella che era soltanto sua e la metteva in rete con tutta l’Europa, non funzionava. Poteva scrivere, ma non poteva spedire”.

Quelli descritti sono paradossalmente gli usi e i costumi attuali che visti dall’esterno fanno accapponare la pelle per la gelida apatia di sentimenti che trasmettono; usi e costumi tipici di un regime dittatoriale che tratta i suoi cittadini come pedine diventate con il tempo inconsapevoli, ignoranti, pacifici perché sedate dal potere alto con la droga della falsità. Ad esempio, Federica è felice ma assolutamente stupida. Elisabetta possiede ancora la capacità di pensiero e combatte contro le assurdità in cui vive cercando di salvare suo marito. Matteo è in bilico tra una vecchia generazione che gli ha insegnato a riconoscere il senso di giustizia e la nuova, con un senno di plastica. Lidia Ravera evoca con Gli scaduti un mondo orwelliano e lo fa in modo intelligente per il semplice motivo che la letteratura apocalittica sennonché sarcastica, stimola il senso critico e fa bene alla libertà, al tentativo di preservarla. Che ci siano chiari riferimenti al Matteo del governo italiano, è possibile. Per quanto riguarda gli aspetti romanzeschi e letterari alcuni passaggi e personaggi mancano di profondità e restano appesi al racconto: ci sono ma non si sentono. Frasi come “Scappiamo dall’Occidente, scappiamo dall’Occidente” (poi, per andare dove?)  perché qui gli anziani si cancellano dalla lista delle priorità quotidiane lasciano un po’ l’amaro in bocca. La critica al mondo occidentale da questo punto di vista non funziona o non è costruita bene. D’altra parte, ripeto, il tentativo di risvegliare le torbide anime umane, va apprezzato.

Autore: Francesca Ielpo

Mi laureo in Lettere presso la Sapienza di Roma, per poi continuare con una magistrale in Editoria e Scrittura. Giornalista pubblicista, mi dedico anche all’insegnamento dell’italiano per stranieri. Prima in quella città sporca e bella, ora in Turchia, dove profumo sempre di mare ma annuso la guerra.

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