Fiore di fulmine di Vanessa Roggeri

fiore di fulmine recensioneNon ho letto il precedente libro di Vanessa Roggeri, Il cuore selvatico del ginepro, pur avendo riscontrato critiche positive, però ritengo che Fiore di fulmine sia un bel romanzo. La storia è ambientata in Sardegna negli anni a cavallo tra la fine dell’ ‘800 e i primi del secolo successivo.

La trama

Una bambina, Nora Musa vive in un paese sulle montagne i cui abitanti sono per lo più minatori. Nora ha appena perso il padre e la madre si rifugia in un silenzio torvo, così la bambina, già abbastanza autonoma, vaga per i campi e in una sera di temporale giunge fino ad una quercia. Il caso vuole che un fulmine colpisca proprio la quercia e la bambina, facendola sbalzare lontano e perdendo la vita. Ma Nora è una bambina fortunata perché le sue urla si sentono attraverso la bara e ritorna in vita. La bambina però non è più la stessa. Ha un pallore sconvolgente, gli occhi di un verde profondo incutono timore, e poi sul corpo è sorta una strana cicatrice a forma di fiore che la attraversa dal collo al piede sinistro. Appunto un fiore di fulmine. Inoltre la fanciulla ha acquisito la capacità di vedere gli spiriti dei morti, ne è circondata e riesce persino con fare veggente ad intuire l’approssimarsi della morte a chi ne è vicino. È naturale che in paese nessuno vuole più averla accanto e anche la famiglia ne subisce con terrore i suoi poteri. Essa è definita bidemortos: coloro che parlano con i morti. Per la bambina la situazione è drammatica soprattutto quando viene mandata via dal paese e dalla sua famiglia e accolta da un orfanotrofio a Cagliari. Da chi si aspettava più aiuto, da sua madre, la cui comprensione anelava; dai suoi fratelli, così grandi e possenti; Nora riceve solo rifiuto e vive circondata da queste presenze spettrali in attesa di essere presa dal convento. Così il suo cuore si chiude sempre di più e non lascia avvicinare nessuno a sè, non instaura alcuna amicizia, alcun rapporto con le suore, alcun legame. La sua solitudine è sempre più profonda finché un giorno giunge Donna Trinez, la viscontessa misteriosa e affascinante che chiede espressamente di lei e la porta a casa sua come domestica. La vita di Nora viene ora stravolta da questa nuova situazione, dapprima perché mai avrebbe immaginato di finire a fare la serva, poi perché si trova ad affrontare una situazione familiare misteriosa e complessa. Nora stringe amicizia, seppur lieve, con la cuoca e l’altra domestica Annica ma è su Donna Trinez che Nora esercita più curiosità. Infatti la viscontessa la fa accedere alle sue stanze e la fa diventare la sua cameriera personale, suscitando le ire e i dispetti della governante. Nora ha un’abilità straordinaria che ha sviluppato nell’orfanotrofio: sa ricamare con meraviglia. Non ha bisogno di alcuna indicazione, fa andare le sue mani seguendo l’istinto e il disegno che la sua mente le dà. È questa sarà una svolta per la vita della ragazza. Nel palazzotto della viscontessa vive la sua famiglia composta anche dal suo secondo marito e dai nipoti giovani, ma affetti da problemi di salute e dalle conseguenti esagerazioni caratteriali. Un mistero avvolge la casa, alcune stanze non possono essere aperte e ogni venerdì giungono degli ospiti che si rinchiudono in un salotto privato. Cosa avverrà? Cosa comincia a sospettare Nora e perché le sue notti sono sempre più agitate? Perché viene circondata e avvinghiata da queste visioni e chi sarà la figura che scorge talvolta alla finestra?

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 Ben presto Nora scoprì che la casa era affollata come un giorno di grande festa, o di funerale, e che i morti erano oltre ogni dubbio in cerca di lei. Si mischiavano ai vivi senza mostrare nell’aspetto alcun tratto distintivo; sembravano concreti, corpi fatti di carne, ossa e sangue.

La critica

Il romanzo segue molto una linea femminile sia della narrazione che dei personaggi, che ho reputato essere un omaggio al matriarcato così ancestralmente forte in Sardegna e in tutto il Sud. Dopo Nora, la madre e una cugina della stessa che tanto ha insistito per mandare via la bambina dal suo paese, ritroviamo le suore del convento, le due serve e la viscontessa a sostegno di Nora mentre la governante, già malvista dalle cameriere, diventa la sua più ostile rivale. La storia ci ripropone un tuffo nella Sardegna passata, in quelle tradizioni culinarie, in quei profumi e sapori, (pur non andando troppo a fondo), in quelle cose che ricordano molto un piccolo mondo antico con trine, merletti, ricami, lumi e giardini interni. Il romanzo è molto accurato nella storia, nei tempi, nel racconto. La scrittura segue la narrazione. Sebbene un po’ lenta all’inizio, si infiittisce coll’incalzare della vicenda. Gli elementi sono ben dosati da mantere abbastanza costante la suspence e il finale, anche se leggermente scontato, ha un colpo di coda ultimo e definitivo. Lo consiglio a chi di certo non disdegna trame antiche, con quel misto di tradizioni e superstizioni che fanno parte del nostro passato e che è bello conservare e salvaguardare seppur attraverso questi romanzi.  

Autore: Annalisa Andriani

Suono da più di vent’anni nell’Orchestra Sinfonica di Bari e insegno Violino dal 1994 con il Metodo Suzuki per bambini dai 3 anni in poi. Lettrice appassionata sono contenta di aver passato ai miei figli l’amore per i libri.

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