Il Regno di Emmanuel Carrère

il regno recensioneNe La vita come un romanzo russo Emmanuel Carrère scrive, a proposito dell’esperienza di fede di suo nonno:

Mi ricordano il periodo in cui, terribilmente infelice, ho tentato di diventare cristiano. Vi ritrovo ciò che ho conosciuto anch’io: lo stesso desiderio di credere, per abbarbicare l’angoscia a una certezza; la stessa paradossale argomentazione secondo cui assoggettarsi a un dogma contro il quale si rivoltano l’intelligenza e l’esperienza è un atto di suprema libertà; lo stesso modo di dare significato a una vita insopportabile, che diventa una successione di prove imposte da Dio: una pedagogia superiore, che illumina attraverso la sofferenza.
Un roman russe esce in Francia nel 2007, Le Royaume (Il Regno) nel 2014; sette anni separano i due libri, ma il tema per Carrère non è nuovo. Infatti, leggendo le prime pagine del più recente dei due, scopriamo che per un breve periodo della sua vita, tre anni per l’esattezza, Carrère è stato credente, un fervente credente praticante che andava a messa ogni giorno e  che studiava solo testi sacri, poi il ritorno all’agnosticismo di tutta la vita: “In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano. Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più“. Parole che suonano come il congedo ultimo e definitivo da un’esperienza forse troppo breve, quasi un vezzo intellettuale, ma non è così: di quell’esperienza resta il segno e dal ricordo nasce Il Regno. La memoria è ben conservata in venti taccuini vergati a mano e quasi dimenticati che dopo ventiquattro anni vengono ripresi per dare un senso al passato, prima che cambi (o prima che torni).

La religione secondo Carrère

La trama di questo libro in fondo non esiste come non c’è un genere letterario che lo possa contenere tutto. Parla della predicazione di Paolo di Tarso, di Luca, di Giovanni e di tanti altri vissuti nel I secolo dopo Cristo, secondo una datazione data a posteriori. Paolo ci viene presentato come un vecchio burbero, malato di un male che lo rende ripugnante, testimone itinerante sempre attaccato al suo telaio, che parte da Corinto per annunziare a ebrei e gentili il Regno secondo Gesù, crocifisso in Galilea venti anni prima. Luca, invece, è un medico greco che scrive bene in quella lingua colta e che si chiede cosa sia stato a rendere così speciale un insegnamento quasi incomprensibile, fuori da ogni logica eppure tanto affascinante; senza obbedire troppo a Paolo avvia la sua inchiesta e comincia a scrivere come farebbe un romanziere o, forse, meglio ancora, uno sceneggiatore. Con Paolo e Luca, prima che diventassero per tutti San Paolo e San Luca, troviamo tanti altri personaggi vecchi e nuovi: Giovanni, Giuseppe Flavio, Nerone, Seneca, Ponzio Pilato, una psicoanalista, una baby-sitter, un buddhista, ma, sempre, troviamo Carrère, è lui che tiene insieme i fili.

La critica

Secondo alcuni critici, lo scrivere, per Carrère, si ridurrebbe essenzialmente ad un atto autocelebrativo, una sorta di palcoscenico narcisista, per cui ogni suo libro sarebbe autobiografico, ogni argomento affrontato sarebbe il suo punto di vista, senza tema di smentita, vista l’assenza di giustificazioni o prove a sostegno delle sue affermazioni; per queste ragioni, Il Regno sarebbe un’opera fallita, “un gioco non riuscito”. I lettori, che si aspettavano un super libro sul primo secolo dell’era cristiana, sono rimasti delusi, molti non lo hanno letto o lo hanno finito a fatica. Insomma, non sono mancate le critiche, e di questo libro si sta ancora parlando molto e, fosse solo per questo, Carrère avrebbe già fatto centro, ma ci sarebbe anche da chiedersi quanto siano stati attenti quei critici e quei lettori contrari. Il Regno, ad una prima, ma anche ad una seconda lettura (andrebbe letto almeno due volte), nonostante la prosa perfetta, non risulta facile per i continui passaggi dall’ieri all’oggi, per i richiami ai testi biblici, alla storia vetero-cristiana e vetero-testamentaria, espressioni normali per un uomo della cultura di Carrère, non scontati per la massa dei lettori. A ciò si aggiungono i gusti personali e la disattenzione, talvolta voluta, per i particolari, primo fra tutti la citazione di Marguerite Youcenar, che Carrère dichiara di non amare molto eppure la cita, ponendosi nei panni di colui che vuole dare maggiore forza alla sua affermazione proprio perché non è un estimatore: “Perseguire l’attualità dei fatti, rendere a quei volti marmorei la loro nobiltà, l’agilità della cosa viva“. Non fece lo stesso Flavio Giuseppe, quasi indotto alla condivisione di un pensiero, dinanzi alla forza di persuasione e di convincimento del pensiero altrui?

emmanuel carrère

In foto: Emmanuel Carrère

Paolo narra di fatti avvenuti circa venti anni prima: Carrère non rispolvera i suoi taccuini più o meno dopo vent’anni, accorgendosi, però, che la durezza degli scritti Paolini non lo coinvolge più? Difatti, Paolo sembra il protagonista, ma poi ci accorgiamo che non lo è, il vero protagonista è Luca ed anche qui non mancano le assonanze. Luca è colto, scrive bene, è un romanziere, anzi, potremmo dire, uno sceneggiatore: lo stesso mestiere di Carrère, è evidente, mentre qualcuno può non aver notato che, in altri libri, lo scrittore francese parla spesso della sua indubbia capacità di parlare e scrivere bene, facendone quasi un problema esistenziale. Poche, ma sublimi pagine vengono dedicate ad un Ulisse lacerato dalla necessità di scegliere fra l’immortalità promessagli da Calipso, ove mai decida di non tornare ad Itaca, e la miseria e la sofferenza umana che lo attendono in patria. Lo scarto viene reso in maniera plastica mettendo a confronto due donne (Carrère ama follemente le donne anche se in modo conflittuale): l’eterna bellezza e l’eterna giovinezza della ninfa e il disfacimento, dovuto agli anni, la bellezza sfiorita di Penelope. Ulisse, lo sappiamo, sceglie la vita e rifiuta l’immortalità. Carrère rifiuta le rassicurazioni del Regno che verrà e torna alla vita coi suoi dolori, affanni, turbamenti, incertezze, con la sua meravigliosa imprevedibilità. Il Regno, un sorprendente esempio di come la letteratura possa essere vita e la vita farsi letteratura se accetta di diventare finzione. Racconto di un’esperienza tutta umana, umanamente storica, storicamente umana, sempre.

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 Il libro che termino ora l’ho scritto in buonafede, ma cerca di avvicinarsi a qualcosa di tanto più grande di me da far sembrare questa buonafede ben poca cosa, lo so. L’ho scritta portandomi dietro il peso di ciò che sono: un uomo intelligente, ricco, con una posizione: altrettanti handicap per chi vuole entrare nel Regno. Comunque ci ho provato. E nel momento di lasciarlo mi chiedo se questo libro tradisca il giovane che sono stato, e  il Signore in cui quel giovane ha creduto, o se invece vi sia rimasto, a suo modo, fedele. Non lo so.
Ho parlato di questo libro in dichiarata malafede, quella di averlo capito, sentito. Se ci sono riuscita, non lo so. Ci ho provato. Libro per i lettori di Carrère, per quelli attenti alle sfumature e ai rimandi, per i quali sarà impossibile non leggerlo, almeno una volta nella vita. Per quelli che da un libro non si aspettano rassicuranti certezze.

Autore: Ida Tortora

Sono affetta da “libridine compulsiva”. Per questo male, dall’eziologia ancora ignota, non esistono rimedi efficaci. È in fase di sperimentazione una nuova terapia che unisce alla lettura la stesura di recensioni di alcuni dei libri letti. Ho accettato di fare da cavia, ma ho notato solo un peggioramento dei sintomi e degli effetti secondari.

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