L’occhio del leopardo di Henning Mankell

L'occhio del leopardo recensioneQual è il sottile anello di congiunzione tra un rigido inverno nevoso svedese e il tripudio di colori di un tramonto africano? Su due piedi saremmo portati a dire che non esiste, che non può esistere nulla che leghi due mondi così diversi. Hans Olofson, protagonista dell’ultimo romanzo di Henning Mankell, L’occhio del leopardo, ci dimostra l’esatto contrario. Hans cresce in Svezia, con l’unica compagnia del padre ex marinaio; la madre non l’ha mai conosciuta, è scappata via quando lui era ancora troppo piccolo per capire. Già da piccolo Hans sa che non potrà restare a lungo nella sua terra natia: ha troppa voglia di scoprire quelle terre esotiche e lontane che il padre gli ha fatto conoscere tramite racconti dei suoi viaggi. E a un certo punto della sua vita questo desiderio diviene necessità impellente. Inseguendo un sogno non suo, Hans decide di fare le valigie e partire per lo Zambia, verso la missione umanitaria di Mutshatsha. L’Africa nella quale si ritrova catapultato, però, non è esattamente come l’aveva immaginata. Hans scopre un popolo intriso di superstizioni, corrotto a tutti i livelli, e soprattutto ostile verso i bianchi.

 I campi del nord della Svezia in cambio di questa sabbiosa terra rossa? Perché dovrei vivere in un continente dove è in atto un implacabile processo di rifiuto? Ho capito che l’Africa vuole sbarazzarsi dei bianchi. Ma loro resistono, si difendono usando come armi il razzismo e il disprezzo. Rimangono trincerati nelle loro case, case comode con servitori ossequiosi che sono diventate prigioni.
Hans decide di restare. Di resistere. Si abitua allo stile di vita di quel posto così distante, in tutti i sensi, da quello in cui è vissuto fino ad allora. Anche lui, come già tanti europei, impara a vivere nella sua “casa comoda”, a convivere con il suo “servitore ossequioso”, ad essere razzista quando necessario. Impara a tollerare la corruzione, che fa sì che i neri si arricchiscano sulle spalle dei bianchi. Ma i tempi cambiano. L’insofferenza degli indigeni verso gli invasori si fa sempre più manifesta. Sempre più bianchi vengono uccisi in attentati sanguinari da un capo all’altro del paese. Si risveglia il cosiddetto “movimento del leopardo”, una corrente indipendentista già attiva negli Anni ’50: ora come allora, i “leopardi” vogliono cacciare gli usurpatori ma adesso, a differenza di prima, non esitano a ricorrere alle armi. Si vestono con mantelli di leopardo e uccidono nella notte, quando nessuno può distinguerne i volti. Hans capisce di dover prendere una decisione. Non è difficile immaginare che presto anche lui potrebbe essere vittima della furia assassina africana… Ma avrà il coraggio di restare e combattere la violenza o si rassegnerà a tornare nel suo paesino tra le foreste svedesi? Si tratterà di una scelta difficile, sulla quale il lettore potrà concordare o meno. Personalmente non ho condiviso la decisione di Hans, non dopo tutto quello che ha passato nel continente africano. Avevo imparato, pagina dopo pagina, a conoscere questo ragazzo e poi questo uomo, e mi ero fatta un’idea della sua forza d’animo ma anche delle sue ideologie, che forse sono state scalfite dal tempo e dalle tristezze della sua vita. Ciononostante, il finale, così come già tutto il libro, è raccontato in maniera superba. Credo che l’immagine di Hans che riflette sulla sua scelta, seduto nella sua veranda, in controluce rispetto all’immenso cielo africano, non mi abbandonerà facilmente. Henning Mankell mi ha presentato un amico e Hans, come tutti gli amici, mi ha lasciato qualcosa. Il dilemma del “restare o partire”, seppur capovolto in questo caso, interessa tantissimi giovani che oggi non sanno che direzione far prendere alla propria vita. Chissà che la storia di Hans non funga da fonte di ispirazione per molte persone e che queste, come già accaduto al nostro protagonista, non possano fare delle proprie vite un romanzo, una storia degna di essere vissuta e raccontata. Consigli di lettura. Avete già letto Scarpe italiane di Henning Mankell?

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Autore: Caterina Geraci

Leggo da sempre, leggo dovunque, leggo perché ritengo che vivere una sola vita sia tremendamente noioso. Soprattutto se quella vita la vivi in un paesino in provincia di Palermo. Per fortuna viaggio tanto, e non solo con la mente. Ah, dimenticavo: sono molto poco brava a descrivermi in poche righe; ma questo si era capito, no?

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