I grandi condottieri del Medioevo, curiosità e paradossi

i grandi condottieri del medioevo recensioneCarlo Magno mangiava con le mani, senza concedere troppo all’etichetta. Cominciava ben prima dei commensali e spiluccava ogni cosa fosse in tavola: pane, formaggio, olive. Riccardo Cuor di Leone, il sovrano simbolo per eccellenza della monarchia britannica, non conosceva una parola in inglese: il bel giovanottone aitante era cresciuto con la madre a Poitiers, dedicandosi a dissipazioni e sregolatezze. I tre gioielli tuttora visibili sullo stemma araldico dei Colleoni non erano cuori rovesciati, ma autentici attribuiti maschili. Una malformazione congenita esibita come sinonimo di forza virile del Bartolomeo, prode sul campo dell’onore quanto tra le coltri. Il feroce Saladino, invece, non era per niente brutale, ma colto e tollerante. Il Principe Nero amava vestire di rosso sgargiante. Giovanna d’Arco si intendeva di cucito più che di spada e chissà in quale lingua si saranno espresse le voci che sentiva, visto che era analfabeta. Non ci fossero state quelle a distrarla, Jeannette avrebbe passato il tempo a filare e cardare la lana a Domremy, altro che liberare la Francia. Curiosità, contraddizioni, paradossi storici e leggende passate per verità: è ricchissimo di informazioni, fornite in una franca chiacchierata, il volume di Giuseppe Staffa I grandi condottieri del Medioevo, Newton Compton Editori, 720 pagine 14 euro. Un libro interessante, di agevolissima lettura, scritto in modo brillante. Il primo a divertirsi è proprio l’autore. Ci sono tutti i paladini della Cristianità, anche una donna, la Pulzella di Orleans. Ecco anche i capipopolo, come l’albanese Giorgio Castriota Scanderberg. Non mancano i bizantini Belisario, Eraclio, Basilio II e i super guerrieri esotici: Tamerlano, il turco Mehmet II, oltre allo scandinavo Harald e al russo Alexandr Nevskji, i Khan mongoli (o Tatari, come li chiamavano allora), il già citato Saladino. Molto spazio è concesso ai capitani di ventura italiani, da Uguccione della Faggiola a Francesco Sforza, passando per Giovanni Acuto, in realtà un inglese, John Hawkwood. Una miniera di annotazioni, aneddoti, novità. Si capirà perchè non si abbia altra prospettiva delle fattezze di Federico di Montefeltro che non il profilo sinistro. È che l’altra metà del volto era deturpata da un’orribile ferita, che lo aveva privato dell’occhio destro. Il duce eugubino mostrava il suo lato migliore, ma solo per nascondere la metà oscura. A proposito di fattezze poco aggraziate: il coraggioso Bertrand du Guesclin, le cui imprese contro gli inglesi nella Guerra dei Cento Anni verranno offuscate solo dal mito di Jeanne d’Arc, era talmente brutto, tozzo e malformato da spaventare finanche i genitori. Staffa scrive con sagace ironia. I Franchi valutavano l’abilità dei Sassoni nel farsi il segno della croce e li sterminavano se non la ritenevano sufficiente: la più odiosa delle leggi, il famigerato Capitulare de partibus Saxoniae, decretava la pena di morte per chi offendesse in qualsiasi modo la religione. E che dire dell’etica distratta che consentiva ai nobili medievali l’adulterio, purché sterile. Si poteva insomma “fornicare” senza scandalo, ma se dal contatto carnale nascevano dei figli scattava la pubblica riprovazione. Va bene le corna, ma riprodursi no. Mai corrompere il sangue aristocratico. Altra singolare pratica: i guerrieri inglesi in rotta verso la Terrasanta per le Crociate solevano attardarsi in Portogallo per portare la buona novella di Cristo a mori ed ebrei. Peccato impartissero il catechismo a fil di spada. Da soldati, interpretavano a modo loro l’impegno di evangelizzazione. Con calore, sebbene fosse quello dei roghi. Al contrario, il musulmano Saldino, era un giusto, si diceva. Dopo la battaglia di Hattin, il numero elevatissimo dei prigionieri cristiani fece crollare il prezzo degli schiavi nel mercato di Damasco. Un uomo veniva via per appena due sandali. Il condottiero curdo trattò onorevolmente quelli caduti nelle sue mani e li fece liberare tutti, tranne il perfido Rinaldo di Chatillon, che provvide a giustiziare di persona. Ne aveva fatte tante! Non se la cavarono nemmeno i cavalieri templari e gli ospitalieri, odiati per lo zelo sanguinario. Per finire da dove si era partiti, il Carlo Magno indisciplinato a tavola è raccontato così in un testo di Italo Calvino. Era figlio di Pipino il Breve. Non si fraintenda, in quanto di poche parole, estremamente laconico nelle sue espressioni, lo chiamavano così; mentre la mamma, Bertrada di Laon, era per gli indiscreti Berta la Piedona, tutto fa pensare per certe caratteristiche fuori serie delle sue estremità inferiori.

Autore: Krauss

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