Alcesti ed Eraclidi, i drammi immortali del teatro greco

Ci sono libri che non invecchiano, anche dopo millenni. Libri che non si limitano a raccontare una storia, ma trattano, metaforicamente oeuripide meno, i grandi temi della condizione umana. Parlarne esula da giudizi di valore: simili opere vanno lette, e dopo aver chiuso il libro ci si ritrova più consapevoli, più maturi.

È per questo che, ancora dopo 24 secoli, le opere di Euripide rimangono incredibilmente attuali e straordinariamente profonde. Mettono in scena figure paradigmatiche ed immortali, e vicende e tematiche che trascendono tempi e spazi: la crudeltà e l’ineluttabilità del fato, il conflitto fra sentimenti e dovere, il rapporto con il divino e l’ambivalenza dell’esistenza umana, che oscilla capricciosamente fra miseria e grandezza.

Euripide (nato ad Atene nel 485 a. C., morto nel 403), fra i tre grandi tragediografi dell’antichità è quello che più si è soffermato ad indagare le pieghe dell’animo umano. I suoi personaggi soffrono, sbagliano, agiscono irrazionalmente, hanno lati positivi e negativi. Euripide porta in superficie proprio tali ambiguità, cerca di analizzare caratteri e sentimenti senza idealizzazioni o ipocrisie. Sono questi i punti focali su cui si basano Alcesti ed Eraclidi. Due grandi storie di sacrificio e sofferenza, in cui le vere protagoniste sono le coraggiose e volitive figure femminili. E non si può, in poche righe, parlare di tutti i temi che riempiono le pagine di questi due capolavori.

L’edizione Oscar Mondadori (186 pagine) presenta le due opere con testo originale a fronte, una buona traduzione e molte utili note di commento. Completa il tutto una piccola bibliografia degli studi su Euripide (purtroppo non molto aggiornata, essendo una ristampa di un’edizione del 1995) e un’introduzione che commenta e aiuta ad una lettura critica delle tragedie.

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Il coraggio di Alcesti

Admeto, re di Fere, ottiene da Apollo di poter evitare la morte, purché qualcun altro accetti di morire al suo posto. Ma né i suoi sudditi né i suoi anziani genitori accettano di sacrificarsi per il giovane sovrano. Solo sua moglie Alcesti ha il coraggio di morire, guidata dall’amore, al posto del re.

La tragedia si incentra quindi sulla terribile sofferenza di Admeto, che si trova privato dell’amata moglie, oppresso dai sensi di colpa e dalla solitudine (straordinario il dialogo fra Admeto ed il padre Ferete ndr). Finché non giunge alla reggia Eracle. Per il Greci, l’ospitalità è sacra: ed il re, per non venir meno ai suoi doveri, accoglie il suo ospite nascondendogli il motivo del grave lutto.

Ma Eracle viene infine a sapere la verità: colpito dalla premura e dall’ospitalità di Admeto, scende nell’Ade e riporta Alcesti fra i vivi.

Giustizia e vendetta: Eraclidi

I figli di Eracle sono braccati dal re Euristeo. Accompagnati da Deianira e dall’ormai anziano Iolao, trovano rifugio presso il sovrano di Atene, che accetta la guerra contro Euristeo pur di salvare i supplici. Grazie al sacrificio di Macaria, una delle giovani figlie di Eracle, la guerra è vinta.

Ma alla fine, inaspettatamente, i ruoli si ribaltano: Euristeo, sconfitto e catturato, si dimostra in realtà uomo saggio e accorto, mentre Deianira, accecata dalla rabbia, ne ottiene la condanna a morte contro il parere degli ateniesi.

Un finale ambiguo e potente, che svela come oscurità e grandezza siano in ognuno di noi, e fa riflettere sull’ambivalenza delle azioni e dei pensieri degli uomini.

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Autore: Stefano Pipi

Classe 1988, una laurea in Filosofia e una lista interminabile di libri da leggere. Entrato nel team di RecensioniLibri.org un po’ per gioco, un po’ per passione, adesso mi scervello ogni mese per decidere di quale libro parlare e per cercare di rispettare le scadenze. Da grande, forse, cercherò di fare lo scrittore.

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