Fausto Coppi il campionissimo in trionfo nel Tour del 1952

Correva con la maglia tricolore Fausto Coppi, quando vinse il Tour de France del 1952. Perchè allora il ciclismo era un altro sport, gli sponsor commerciali sottostavano al fascino di una competizione nazionalistica. La Grande Boucle (il grande ricciolo) era riservata alle squadre nazionali e la sfida sportiva diventava una specie di guerra incruenta ma sentita. Un vero campionato mondiale a tappe, che esercitava sugli appassionati un’attrattiva pari oggi solo alla Coppa del Mondo di calcio.

Coppì o anche Fostò, come lo chiamavano i francesi – che lo veneravano, in barba ad ogni sciovinismo e al trattamento aggressivo riservato a Bartali solo due anni prima – era all’apice della carriera ciclistica: “un condensato di strapotere tecnico, atletico e strategico”, scrive Enrico Currò, presentando un autentico gioiello della letteratura sportiva. Coppi è il resoconto-racconto-romanzo di un’impresa senza pari, reso ancora più epico e irripetibile dalla firma sulla copertina del volume, proposto dalle edizioni Il Saggiatore nella collana Piccola Cultura (142 pagine).

È di Mario Fossati, uno dei più grandi giornalisti sportivi italiani d’ogni tempo, scomparso nel 2013 a 91 anni, amico di Gianni Brera e coevo di Indro Montanelli. Resta l’unico libro del cronista monzese, che a torto non si riteneva adatto a scritture di ampio respiro. Fu Sergio Neri ad insistere per un suo testo da inserire in una collana di monografie sul Tour, nel 1977.

La domenica di metà luglio del ’52, quando sfilò da vincitore al Parco dei Principi, Fausto Coppi “pareva fatto d’aria”, scrive Fossati. La maglia gialla “gli disegnava le costole. Era teso come un purosangue. Era il trionfatore del Tour”. Il belga Ockers, secondo, era lontano 28 minuti. Il terzo, Ruiz, spagnolo, più di 34. “I parigini applaudivano Fostò quasi fosse un francese”. E il piemontese era “senza dubbio, il più francese dei corridori italiani”. E dire che quel giro transalpino non avrebbe dovuto correrlo nessun azzurro. Era stato annunciato ufficialmente che la formazione italiana non si sarebbe iscritta. L’Unione Velocipedistica non sarebbe stata rappresentata da alcun corridore. La verità è che proprio Coppi si era impuntato alla vigilia. Non voleva Bartali in squadra. Sosteneva che l’anziano Ginettaccio fosse piuttosto egoista e conservativo in corsa, poco disposto a lavorare per la squadra. “O lui o io”, quindi.

Non riuscendo a venire a capo della matassa, la Federazione aveva escluso la partecipazione al Tour 1952, ma il presidente Rodoni e il CT Binda, mobilitati da un volitivo Brera, si erano messi all’opera con la mediazione di un anziano giornalista per convincere Fausto a desistere dall’aut aut. E c’erano riusciti, per la soddisfazione di Patron Goddet, lo storico organizzatore del giro in giallo. Un leader, Coppi, due luogotenenti, Bartali e Fiorenzo Magni, nove gregari, più una riserva.

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Trentanovesima edizione della corsa più importante del mondo, ventitré tappe, partenza da Brest il 25 giugno, arrivo a Parigi il 19 luglio. 4807 chilometri da percorrere, abbuoni al primo e al piazzato, quasi un minuto, visti i distacchi abissali che i ciclisti si infliggevano reciprocamente a quei tempi.

Avvio lento per i nostri, i veri avversari da battere per tutti. A Namur, quinta tapa, un segnale da Coppi, secondo al traguardo e quinto in classifica a 6,06. La sesta se l’aggiudica Magni, che sale al primo posto. La settima è uncronometro: primo acuto del campionissimo di Castellania, che conquista l’Alpe d’Huez e la maglia gialla alla decima tappa.

Allez Fostò, primo sul Col de Galibier, negli arrivi in salita sul Puy de Dome e al Sestriere, imbattibile nelle scalate alle cime storiche di Alpi e Pirenei. Conquisterà cinque tappe su ventitré, indosserà la maillot jaune per quattordici giornate consecutive, vincerà la classifica scalatori e l’Italia sarà prima in quella a a squadre. Di più non si poteva fare per far bollire di rabbia ma anche di ammirazione avversari e pubblico. L’Equipe scrisse di una superiorità ecrasante, opprimente, degli italiani. Coppì, Coppì enfant royal. Coppì a gagnè ce soir le Tour, Fausto Coppi ha vinto il Giro di Francia del 1952. Sette anni e mezzo prima di morire, nemmeno quarantunenne, per una febbre malarica mal curata.

Coppi. Alpe d’Huez, Galibier, Pirenei. Il campionissimo verso la gloria nel Tour del ’52 di Mario Fossati è disponibile per l’acquisto su Ibs a 11,90 euro

Autore: Krauss

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