Giulio Douhet fin dal 1911: le guerre si vincono nell’aria

copertinaE. LEHMANN La guerra dell’aria Giulio Douhet, stratega impolitico

Colpire al cuore il nemico, bombardare dall’alto città, industrie, strade, trasporti, per vincere una guerra. Giulio Douhet aveva colto fin dal 1914-18 l’efficacia strategica dell’arma aerea. Aveva perfino anticipato che se la Germania del Kaiser avesse scatenato raid massicci dall’alto avrebbe sconfitto il Belgio in pochi giorni. Questo genio era italiano (1869-1930), teorico delle potenzialità dei voli militari fin dal 1910 e comandante di reparti della neonata aeronautica tricolore. Proveniva dall’artiglieria, da qui la suggestione profetica che l’aviazione potesse servire da “batteria pesante a gittata illimitata”. Le sue previsioni, non sempre comprese, sono nel saggio di Eric Lehmann (esperto di storia aeronautica e militare, insegna francese in un liceo a Torino) “La guerra dell’aria. Giulio Douhet, stratega impolitico”, edizioni il Mulino, 232 pagine. “Uccidiamo la guerra. Miriamo al cuore del nemico”, lo sosteneva nel 1917 il costruttore aeronautico Gianni Caproni in un Promemoria per l’aviazione americana, sull’efficacia del bombardamento aereo strategico contro i centri industriali austrotedeschi, Essen, Monaco, Vienna. Serviva a promuovere l’acquisto degli ottimi trimotori da bombardamento realizzati dall’ingegnere trentino, ma non si stenta a riconoscere l’influenza di Douhet. Infatti, Caproni sfruttava al meglio le teorie douhettiane per esaltare l’utilità bellica dei suoi aeroplani. Tra i due esisteva una corrente di stima e amicizia, ma il sodalizio non era privo di vedute differenti. E queste hanno certamente danneggiato il generale Dohuet: “l’unico teorico militare italiano (dopo Machiavelli) noto in tutto il mondo, più all’estero che in Italia”. È tuttora riconosciuto come il progenitore dell’indipendenza dell’arma aerea e l’ideatore del bombardamento strategico, ma pochissimo è stato approfondito sulla sua figura. Sebbene le idee fossero avveniristiche, stupisce che la ricerca non si sia spinta oltre talune generiche citazioni, sommarie quanto superficiali. Gli analisti si sono tutt’al più interrogati su chi fra Douhet e Caproni avesse teorizzato per primo l’impiego dei bombardieri pesanti. Va detto che l’ingegnere non solo non ne ha mai rivendicato la paternità, ma riconosceva anzi l’originalità delle intuizioni dell’amico. In una lettera alla vedova Douhet, nel 1934, constatava, “con viva commozione, che solo dopo la morte le sue idee avevano trovato quel consenso che, se ottenuto tempestivamente, avrebbe permesso una soluzione più rapida della guerra scorsa”. Lehmann circoscrive tre Douhet. Il primo è il giovane ufficiale affascinato dalle nuove macchine e convinto che l’aereo da bombardamento fosse l’unico mezzo capace di rompere il drammatico equilibrio che divorava milioni di uomini nelle trincee della Grande Guerra. Il secondo ha radicalizzato il potere risolutivo dell’arma aerea, predicandone il primato sulle forze armate terrestri e navali e arrivando a negare l’utilità delle aviazioni ausiliarie. Il Douhet terza maniera si sarebbe portato su posizioni ancora più estreme: nell’ultimo lavoro, “La guerra del 19…”, suggerendo un attacco aereo massiccio, immagina un conflitto lampo vinto dagli stormi germanici in due soli giorni, nonostante le perdite: decine di città belghe e francesi in macerie, strade intasate da civili sconvolti, vertici politici e militari impotenti, eserciti paralizzati dalla macchinosità della mobilitazione. Uno scenario drammatico, ma meno cruento della guerra di posizione, perché risolto dal dominio dell’aria. L’orrore delle carneficine sul filo spinato si poteva cancellare con l’impiego in massa di potenti aeroplani, carichi di esplosivi, per accelerare il collasso del fronte interno nemico. Ecco la teoria: l’aviazione arma risolutiva di tutti i conflitti futuri. Il successo, brutale, conseguito dal cielo: la vittoria alata, scriveva Douhet con la retorica del ’15-’18. Viene in mente il volo di Enola Gay, il grande quadrimotore B29 che il 6 agosto 1945 sganciò su Hiroshima la prima atomica della storia, Little Boy. Due giorni dopo, Fat Boy esplose su Nagasaki. Due sole Fortezze Volanti e due sole bombe incredibilmente potenti misero fine alla seconda guerra mondiale.

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Autore: Krauss

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