Marco Della Croce: Nera di malasorte

Nera di Malasorte di Marco Della Croce

NERA DI MALASORTE
FELICI EDITORE

18 marzo 1969: la prima indagine del commissario Sbrana

Via dal campo gli inutili giri di parole: saper scrivere è una dote e Marco Della Croce indubbiamente sa scrivere.

Già sceneggiatore e saggista, Della Croce si cimenta per la prima volta con il genere romanzo. Ma Nera di malasorte ha ben poco del romanzo d’esordio: la sua scrittura precisa, evocativa, avvincente e per alcuni versi deliziosamente scorretta rende la completezza del libro.

La scelta dell’autore di aprire il romanzo con gli appunti dell’assassina, coinvolge il lettore in prima persona e lo rende partecipe del rastrellamento subìto dalla moglie del “Comandante Walter” e dal figlio che portava in grembo. Il racconto lascia solo intuire l’orrore di cui furono vittime e lascia sospeso il lettore sulle loro sorti, per traghettarlo in pieno ’68. A raccontarsi in prima persona, adesso, è il commissario Sbrana, la cui divisa non gli impedisce di amare il rock e simpatizzare con la cultura sessantottina.

Siamo a La Spezia, è il 18 Marzo 1969 e la Fiera di San Giuseppe ha tutta l’aria di voler dedicare al commissario Simone Sbrana una calorosa accoglienza, per il suo recente trasferimento nella città ligure.

Nei carugi della città, inondati da colori, sapori e voci, i racconti dei cantastorie intrattengono i passanti, avidi di racconti e novità. Perché, in fondo, La Spezia è una città tranquilla, dove il delitto più grave è costituito da una macchina parcheggiata male. Almeno fino al 18 Marzo 1969.

Fine della Fiera, inizio dei giochi per Simone Sbrana, che si ritrova catapultato in una scena del delitto a dir poco raccapricciante: un uomo nudo, che si scoprirà venire da lontano, ammanettato alla spalliera del letto, con un foro sulla fronte e i genitali ridotti a brandelli. La rapina a sfondo sessuale sembra essere il logico movente di tanto scempio, ma non per il commissario e il suo appuntato Gegè. Il secondo omicidio a distanza di pochi giorni, dimostrerà che sarà necessario guardare oltre le quattro mura di una camera da letto.

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Mettere insieme i tasselli non sarà un gioco facile perché il corso degli eventi lascerà intendere un coinvolgimento di quelle sfere del potere capaci di giocare occulto, per restare inosservate.

Lungo una trama fitta di sospetti e intrighi, un filo comune riporterà il lettore agli orrori della guerra di Liberazione e gli rivelerà l’orrore che gli appunti iniziali dell’assassina avevano lasciato sospeso e che raccontano lo scempio, il dolore e i sordidi traffici di quei giorni lontani.

Con una penna attenta al dettaglio, Marco Della Croce riesce a tenere alta la tensione sul racconto e risvegliare la coscienza del lettore, spronandolo a non cadere nel banale errore di identificare la vittima con il personaggio assassinato. Un cultore di noir sa, infatti, che spesso la vittima in senso stretto è piuttosto l’assassino che cova un rancore mai sopito per un torto che si perde nel tempo, ma non nella memoria. Il lettore viene letteralmente travolto da una fame di notizie, avido com’è di conoscere le ragioni che hanno spinto a uccidere, per capire ed entrare in empatia con l’assassino.

Il libro fa sorridere e inorridire e, con il giusto equilibrio tra leggerezza e profondità, ci coinvolge fino a renderci partecipi degli eventi. Per una sorta di tromp l’oeil della penna, dopo aver militato nella Resistenza, ci catapultiamo d’un colpo nell’era beat della rivoluzione dei capelloni. Partecipiamo con un sorriso agli albori di Arbore e Pippo Baudo, giovani presentatori che si faranno strada; abbiamo l’onore di essere travolti per primi dalla psichedelia dei Jefferson Airplane, perché il Commissario Sbrana siamo noi, con i nostri dubbi, le nostre debolezze e i nostri desideri. Nera di malasorte è un libro che si lascia leggere per il gusto stesso della lettura.

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Un aperitivo con Marco Della Croce: intervista all’autore

Autore: Monica Pintozzi

Come controller, ho appreso che i numeri contano solo se li sai analizzare, come lettrice che le parole contano solo se le sai utilizzare. Maniaca del dettaglio, pretendo che il libro rispetti lettore e sintassi; ignoro volentieri testi pieni di parole e concessioni dal sapor di refuso. Il libro è regalo per me non per l’autore.

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