Franco Alesci, autore di Akua

Franco Alesci

Franco Alesci

Akua, è l’ultimo lavoro di Franco Alesci.

Scopriamo insieme qualcosa di più…  😉

INTERVISTA A FRANCO ALESCI

Un insieme di racconti che hanno quasi sempre come sfondo la laguna di Venezia e il Lido di Venezia, quanto questi straordinari ambienti influenzano la tua narrativa?

Ultimamente ripenso spesso a quando, ragazzino tredicenne, in una estate di un tempo ormai lontano conobbi l’alba in riva al mare. Allora vivevo spensierato al Lido, e mi svegliavo alle prime ore della mattina per andare a pescare i granchi porri semiaddormentati, dentro la “barriera corallina” dei Murazzi, a neanche duecento metri da casa mia. Mi piaceva andarci da solo perché volevo immergermi nel silenzio quasi assoluto, e sentire lo sciamare della risacca e, poco dopo, vedere il sole alzarsi lentamente e accendere un carosello di lame lucenti nell’acqua. Questi piccoli momenti di paradiso, chi ha sempre vissuto nelle città, credo non possa neanche sospettarli. Oggi, se voglio rendere più lieve un testo, seguo un metodo molto semplice: mi fermo e penso a quel tempo, e ritorno ad avere la sensazione della leggerezza e dello spazio aereo intorno. L’ambiente in cui si nasce gioca un ruolo fondamentale in qualsiasi persona, ma ancora di più quando si intraprendono percorsi creativi. Quando si lasciano certi luoghi straordinari per vivere altrove, i ricordi possono venire a galla in maniera dirompente, soprattutto se si proviene dal mare, dal deserto, o dalla montagna, ambienti che hanno molto in comune dal punto di vista della sensazioni spaziali.

Akua è essenzialmente un libro autobiografico o in certi racconti hai dato spazio alla tua fantasia?

Nessun racconto è completamente autobiografico, ci sono diversi elementi vissuti direttamente e altri  indirettamente. Insomma, insieme a fatti realmente vissuti o ascoltati, distribuiti in tutta la raccolta, ci sono libere narrazioni frutto di fantasia. Quindi, per rispondere alla tua domanda direi: cinquanta-cinquanta.

Qual è il racconto verso il quale ti senti più vicino o che meglio esprime il tuo stato d’animo come scrittore?

Senza dubbio “L’artista”, un testo che prende spunto dalla vita di Cagnaccio di San Pietro. Ricordo che venni particolarmente colpito da questo straordinario uomo vedendo alcune sue opere esposte a Ca’ dei Carraresi a Treviso, il racconto scaturì così ma, né i riferimenti storici, né altri fatti, sono veri… ho liberamente inventato.

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Mi colpì molto visitare il borgo di San Pietro dove visse e appurare che, quando chiedevo informazioni su di lui, quasi tutti lo conoscevano o ne  avevano sentito parlare, nonostante la sua morte fosse avvenuta nel lontano 1946.
In quel borgo, ancora oggi, funziona la memoria storica secondo la narrazione verbale, come tra gli indiani d’America. E’ fantastico!

Ora vivi, come si dice a Venezia ,“in terraferma”,  hai abbandonato le tue isole e la laguna, questo aspetto ha un peso  emotivo specifico nella tua produzione letteraria?

Oggi ho nostalgia ricorrente per la mia isola: a volte si ripercuote sui miei testi. Qualcosa di simile alla saudade brasiliana.
Da un po’ di tempo sto pensando di prendermi una barca e di ritornare, ogni tanto, a respirare un po’ di brezza lagunare. Da Mogliano, dove abito, potrei ormeggiarla a Caposile, e navigando lungo un breve tratto del fiume Sile raggiungere la laguna nord. Passerei qualche giornata in piena libertà, magari portandomi un ipad o un netbook, e lavorerei  a qualche testo standomene tranquillamente disteso sul fondo della barca.

La tua narrativa è influenzata o ispirata da qualche scrittore contemporaneo o addirittura veneziano?

Nell’ultimo periodo seguo abbastanza regolarmente Haruki Murakami, una “risorgiva narrativa”dove frequentemente mi piace dissetarmi. Per quanto riguarda gli  scrittori veneziani la prendo un po’ alla lontana e cito due personaggi illustri che ho letto con grande attenzione: Giacomo Casanova e Marco Polo, li nomino qui entrambi, esclusivamente per i comuni caratteri di intraprendenza e coraggio, e per quella curiosità incontenibile che senz’altro hanno indotto anche in me, e che credo sia tipica di molti veneziani. In questo senso mi hanno influenzato.

Nella introduzione ad Akua, tu ricordi il Lido come “isola d’oro” ovvero la grande stazione balneare che nel secolo scorso richiamava ospiti da tutto il mondo ed era una meta turistica assai rinomata. Oggi il Lido di Venezia vive un periodo di crisi e anche in questi anni, per non dire mesi, sono falliti miseramente tanti progetti di rilancio, come vedi il futuro di questo litorale da te spesso raccontato con amore e un po’ di nostalgia

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Cercherò di contenermi, sono consapevole che lo spazio a disposizione me lo impone.
L’unica bella novità al Lido è costituita dagli uccelli. Da qualche anno ci sono specie mai viste: gazze ladre, oggi numericamente un po’ ridimensionate dall’arrivo delle cornacchie; cormorani spesso sulla sommità delle briccole, con le ali aperte, immobili come improbabili mimi; elegantissime  garzette che “pascolano” lungo le rive dei canali, falchetti che vibrano come libellule, nei loro voli concentrici di predatori, sopra le teste delle persone; e a volte immensi aironi che sembrano danzare nel cielo come degli aquiloni. E mi dicono che a Caposile ci sia una colonia di fenicotteri rosa, un centinaio di esemplari, che spero arrivino al Lido prima o poi. Mi piacerebbe che diventassero stanziali, magari dentro l’isola di Poveglia…  chissà.
Non ci sono invece nuove specie di politici, sempre immutate le metodologie, il ritmo, il modus operandi. Oggi nella catena della nostra Società in crisi, la politica costituisce l’anello più debole sia a livello nazionale che locale, e questo è oggettivo.
Quando torno al Lido, ormai purtroppo sempre più raramente,  per avere un po’ di conforto devo guardare in cielo.
Se guardo l’orizzonte vedo i dinosauri di cemento del Mose (opera ingegneristica per la difesa di Venezia dalle acque alte ndr.) e quando vado a Ca’Bianca (località del Lido di Venezia ndr.) i nuovi, inutili e disarmonici condomini di polistirolo, che vagamente ricordano gli insediamenti periferici del Cairo. Case, che verrebbero rifiutate anche come illustrazioni per la fiaba  dei tre porcellini, hanno invaso, misteriosamente, come un’enorme macchia orrenda e indelebile, perfino i piccoli giardinetti pubblici antistanti.
Agli Alberoni hanno consentito di costruire ovunque, ed oggi ci sono forse un centinaio di appartamenti nuovi ancora vuoti, a distanza di anni dalla loro costruzione.
Al Casinò hanno eliminato alberi secolari, e qui mi piace ricordare la lotta di alcuni anziani ultraottantenni del Lido,  che si incatenarono alle piante per impedirne il taglio. Uno scempio inutile perché il palazzo del cinema nuovo non lo faranno mai.
Io credo che tutto questo succeda perché la gente di mare è mite, non ha frustrazioni, non cova rabbia.
E’ così nell’isola imperversano i predoni navigati, che non incontrano la minima resistenza.
Il futuro del Lido? Tante potrebbero essere le cose realizzabili. Non sarebbe così difficile rivitalizzare l’isola! Per esempio, costruire una pista ciclabile sospesa su briccole in fibra di vetro, che corresse – lato laguna –  lungo la riva ovest di tutta l’isola.
Creare dei porticcioli lato Adriatico, o far alzare periodicamente delle mongolfiere per consentire la visione di Venezia e dell’estuario; un tunnel di vetro  nel fondale tra Alberoni e Pellestrina dove progettare un acquarium, ecc…
Non ci sono i soldi? Le archistar costano troppo?
Lancio una proposta: si potrebbero selezionare dieci laureandi di architettura,  requisiti: brillanti e visionari.
Perché studenti? Perché sono liberi e completamente svincolati dalla politica e dagli interessi personali.
Io farei così:
due veneziani perché conoscono i luoghi; due americani di qualche università dell’ovest, provenienti  da dove è nato il mondo moderno  (Apple, Microsoft, l’informatica e il 68 provengono dalla California);  due olandesi per le loro insuperabili  conoscenze idrauliche; due giapponesi per la loro determinazione; due australiani perché sono i più visionari.
Sarebbe sufficiente metterli intorno a un tavolo, dar loro carta bianca, e porre unicamente una condizione:
“Fate cose che siano compatibili con l’ambiente, a vantaggio degli abitanti, e utili anche per i loro figli e nipoti”.
Credo che i risultati sarebbero sorprendenti e meravigliosi.

Autore: Giannandrea Mencini

Laureato in Storia, mi occupo di storia dell’ambiente e del territorio. Collaboro con alcune testate giornalistiche. Lavoro a Venezia come responsabile della comunicazione e ufficio stampa e ho scritto numerosi libri ed interventi specialistici.

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