Le sorgenti del male di Bauman: storia della tecnica e dell’uomo

Le sorgenti del male di Bauman: storia della tecnica e dell’uomo

Le sorgenti del male di Bauman: storia della tecnica e dell’uomo

L’uomo ridotto a funzionario della tecnica scopre in questo nuovo soggetto della storia l’essenza di se stesso e del male che lo abita. Le sorgenti del male del sociologo polacco Zygmunt Bauman, edito da Edizioni Centro Studi Erickson e disponibile su Feltrinelli.it a soli €8,50, rovescia la facile lettura apotropaica delle vicenda umane, elevando, alla luce di un’analisi puntuale sulle tesi che lo hanno preceduto, la tecnica a protagonista nell’indagine sul male.

Cos’è il male e da dove nasce? È una delle domande che da sempre affliggono l’uomo, difficile immaginare una risposta universale, determinanti le variabili culturali. Così Bauman pone in discussione la comoda astrazione della predispone naturale, che identifica il male in certi soggetti strutturalmente devianti. Un pensiero manicheo, avvalorato da illuminati pensatori moderni come Adorno, che ci mete riparo dal pericolo di una minaccia strisciante, onnipresente.

Sarebbe facile, per non dire comodo, quasi un pensiero pigro, immaginare il “mostro”. Philip Zimbardo, donandosi dell’approccio proprio del paradigma scientifico, dimostra che chiunque può trasformarsi in un sadico violento, bastano condizioni ambientali e sociali adeguate. Chiunque può essere un carnefice. Gli esperimenti degli anni Settanta di Zimbardo sono solo un punto di partenza per la riflessione di Bauman, attualizzando e focalizzando la questione in una chiave quasi filosofica, pur restando sul binario dell’assoluta concretezza.

È nel Novecento che l’autore cerca una spiegazione di quanto già rilevato da Hannah Arendt e Adolf Eichmann, teorizzatori di una malvagità dalle vesti banali, imbrigliata nel senso comune della “brava persona”. Non basta però sostenere che il male sia in ognuno di noi, ciò si limita a un approccio descrittivo, materia prima per la conduzione di un’inchiesta.

“Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero mediante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”. Il maestro Heidegger aveva già intuito il rapporto vizioso sviluppato dall’uomo contemporaneo nei confronti della tecnica. Qui s’innesta il pensiero dell’autore che volge il suo sguardo ai grandi massacri del novecento. Perché la distruzione delle città tedesche nel 44’, perché lanciare due bombe atomiche sul Giappone? Decisioni frutto di una volontà che trascende le strategie militarie della vittoria. Quale bisogno è stato allora soddisfatto con tali interventi?

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Il delirio di onnipotenza addotto dalla tecnica regala all’uomo la disgregazione dell’umanesimo, che prevedeva invece la sua centralità, rendendo inservibili le sue categorie per l’interpretazione della contemporaneità. È la tecnica il vaso di pandora in cui cercare una soddisfazione delle ambizioni più sfrenate, potenzialmente illimitate, dell’essere umano. Non più strumento ma anima dell’uomo e del suo male. Una storia forse più antica di quanto non immaginiamo: “L’uomo nasce originariamente ‘tecnico’. Utilizzando una formula più articolata, si potrebbe dire che il giorno in cui tra gli antropoidi si è manifestato per la prima volta un gesto tecnico, quel giorno è nato colui che oggi chiamiamo ‘uomo’” (Galimberti).

 

Autore: Iacopo Bernardini

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