Intervista a Riccardo Dri autore de Il Nichilismo

Dopo la nostra recensione alla sua opera, abbiamo per intervistato lo scrittore Riccardo Dri autore de Il Nichilismo.

Saprebbe indicarci una ragione che rende così attuale, e se si vuole concreto, il concetto di nichilismo?

Le ragioni sono molte, ma quella principale, più vicina a noi e più facilmente percepibile, è quella individuata dal profeta del nichilismo, Nietzsche, che la attribuisce al discredito delle categorie della ragione. Quelle stesse categorie dell’essere, che hanno fatto grande Aristotele, e quelle categorie del conoscere, che hanno fatto grande Kant, vengono smascherate da un processo di lenta inesorabile erosione. Il divenire non si stabilizza in nessun Essere, non c’è un fine, non c’è uno scopo, non c’è una direzione, nessuno che comanda, nessuno che obbedisce, nessuno che trasgredisce. Tutto il nostro sapere non contiene verità, ma utilità per poter comunque vivere. Naturalmente la “vita simulata” non è un difetto, se ha un fondamento quel mito narrato prima da Eschilo (nel Prometeo) e poi da Platone (nel Protagora) in cui Zeus, distribuiti tutti i mezzi di vita a tutti i viventi, si accorge che l’uomo è rimasto l’unico a non possederne alcuno: non zanne, non corna, non artigli, non zoccoli, non morsi laceranti. Non restava che fornirlo di una fervida fantasia e una potente creatività: è solo grazie a questo tipo di intelletto che la nostra specie si è mantenuta in vita, la creatività. Dalla creazione di utensili alla creazione degli dèi non cambia nulla. Ma quando arriva il “vento del disgelo” e il solido ghiaccio sotto di noi comincia a fendersi, ecco che i punti cardinali si fanno sempre più deboli. L’attualità è data proprio dal fatto che l’epoca di cui siamo contemporanei è stata il terreno più fertile per tale decadenza. Se è unanimemente riconosciuto che l’epoca attuale può essere sintetizzata come età della scienza e della tecnica, e questo è difficilmente contestabile, allora il motore del nichilismo viene proprio da qui. Nietzsche chiama questi mezzi “i nostri coltelli” con cui “abbiamo ucciso Dio”. Che va tradotto con: abbiamo costruito mezzi di cui la potenza “ha spazzato via l’intero orizzonte”, cioè ha fatto piazza pulita di qualunque metafisica. Non c’è niente sotto, né dietro. Non ci sono cause, non c’è origine, non c’è scopo. Grazie a scienza e tecnica non abbiamo più bisogno di credere in questi espedienti. Solo che altri espedienti non se ne vedono, abbiamo il vuoto, che ha staccato il sole dalla terra. Questo vuoto è il nichilismo e, come dice Heidegger, “bisogna guardarlo bene in faccia questo “ospite inquietante” per comprenderne l’essenza e per capire più a fondo noi stessi. D’altra parte anche scienza e tecnica, come erroneamente credevamo, non ci salvano: ci usano. Siamo molto più soli di quanto si potesse immaginare, al punto di dover rimpiangere il vecchio Dio. Ma non si può più tornare indietro. A mio avviso l’avvento del nichilismo è una positività perché ha frantumato le nostre illusioni e le nostre maschere, e quindi ci mette in condizione di godere di un impatto più autentico con la realtà, in cui tutto è da rifare. La domanda nuova, in tal caso, è: “possiamo farcela”? E la domanda successiva sarà: “abbiamo fede in noi stessi e nei nostri simili”? Il tipo di risposta che daremo a queste due umilissime domande determinerà il futuro.

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Nella sua opera leggiamo “Il sistema, attraverso i suoi potenti mezzi di organizzazione del consenso, comincia con il cambiare nome alle cose: oggi la guerra si chiama ‘missione di pace’ […] le stragi di civili ‘effetti collaterali’, l’invasione si chiama ‘esportazione della democrazia’”. Ritiene che la democrazia abbia esasperato, accelerandoli, quei meccanismi di soppressione della coscienza soggettiva?

Io credo che la democrazia non sia mai esistita, neppure in Grecia dove è nata. Infatti i “liberi” ne godevano, ma certo non gli schiavi. Altrettanto dicasi nell’Impero romano. Nel Medio Evo troviamo il feudalesimo. Perfino dopo la rivoluzione francese gli stati assoluti si ripreso indietro quella parte del potere che il popolo si era conquistato. Poi due guerre mondiali, che nessun popolo ha mai desiderato. Io credo piuttosto che non la democrazia mancata abbia soppresso la coscienza soggettiva, ma qualcosa che già Platone aveva indicato. Nella Repubblica infatti leggiamo che, se vogliamo fondare uno stato giusto, dobbiamo eliminare “retori e sofisti”, perché non portano argomentazioni, ma infiammano le folle con discorsi ad effetto che colpiscono l’emotività. Quindi le decisioni sono prese sulla base dell’emotività, non delle argomentazioni, non del ragionamento. Il fulcro del passaggio dalla pretesa democrazia alla retorica, per cui si giudica e si decide su base irrazionale, è la televisione. La coscienza soggettiva è soppressa grazie ai retori che organizzano e realizzano consenso intorno a quanto ci è più estraneo, e il solo guaio è che ci riescono! Proprio il contesto della scienza e della tecnica, di cui parlavo prima, e le sue sottili specializzazioni, ci mettono nella condizione di fare un passo indietro nella partecipazione democratica, perché siamo incompetenti. Come decidiamo se va bene o meno mangiare OGM se non siamo biologi molecolari? Come decidiamo se costruire o meno centrali atomiche se non siamo fisici nucleari? Come decidiamo sull’eutanasia se neppure la scienza è in grado di dirci con sicurezza incontrovertibile quando siamo vivi e quando siamo morti? Come decidiamo sulla fecondazione assistita se non siamo esperti in genetica?

Nella misura in cui la complessità che viviamo richiede espressamente competenze specifiche (che non abbiamo) la democrazia finisce per incompetenza. Non possiamo più decidere. E che significa democrazia se non che tutti partecipano alle decisioni? E siamo tutti competenti per farlo? Ne segue che ha il sopravvento la retorica, quella di cui ci parlava Platone. Decideremo sulla pelle nostra e su quella di molti milioni di altre persone in base all’oratore più convincente, cioè in modo irrazionale, senza ragioni, perché non possiamo averle. Senza contare ovviamente i trucchi: chi vuole convincerci si avvarrà della collaborazione di competenti, i quali però diranno ciò che è utile a chi dà loro lo stipendio. La scienza è sempre stata al soldo dell’industria, quindi è folle aspettarsi un parere scientifico da chi è stipendiato da un’industria, per esempio farmaceutica. Così si capisce anche che esperti con pari preparazione sono pronti a darci responsi così difformi, quando non addirittura contrari (e, stavolta, con argomenti). In queste condizioni la parola democrazia ha ancora un significato?

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Lei parla delle scienze moderne come “versione laica del cristianesimo”. Pensa che l’uomo abbia ancora forza e tempo sufficienti per comprendere l’ineludibilità del dolore che appartiene alla propria condizione?

L’uomo di oggi percepisce il dolore non più e non meno dell’uomo di ieri. In ambedue i casi si sono cercati e si cercano rimedi. O si pregano gli dèi, o si va dal medico, cambia poco perché in ambedue i casi si vuole alleggerire il dolore. E questo non è affatto un errore, credo anzi che soccorrere se stessi sia un assoluto diritto, e perfino un dovere. Certo che oggi viviamo in un modo fortemente tecnoassistito, al punto tale che ci troviamo ormai disadattati rispetto alla natura, la selezione naturale non ha più la presa di un tempo. Siamo perciò più deboli. Se dovessimo vivere anche per una sola settimana nelle caverne dell’Afghanistan, dove visse Bin Laden, il primo morso di uno scorpione ci ucciderebbe, se, come è vero, per una puntura di ape nei nostri paesi avanzati corriamo in farmacia. Il problema, a mio avviso, non è comprendere che il dolore è inevitabile, perché nessuno può evitarlo e tutti lo hanno capito, ma il problema è che significato dargli. Un conto è interpretarlo come un’espiazione (e quindi interpretare se stessi come colpevoli, come fa il Genesi) e altro conto è capire che la sua origine non è un castigo divino ma è un dato naturale. Sbagliava Leopardi a parlare di “natura matrigna”, perché essa non è né benigna né matrigna, ma semplicemente indifferente. L’uomo accetta assai mal volentieri tale indifferenza, abituato com’è da millenni a sentirsi il centro dell’universo. Ma da Galileo in poi sappiamo ormai che non siamo il centro di nulla, perché non c’è alcun centro, nessuna periferia, nessun limite. Credo che sia ancora presto perché tale coscienza si faccia avanti, e penso che occorrerà ancora qualche secolo. La previsione dovrebbe essere esatta, di solito non sbaglio mai nei vaticini a lunghissima scadenza, in genere sbaglio su cosa accadrà domani.

Oltre grandi classici quali Nietzsche, Heidegger, Kant, Platone, Schopenhauer, si avverte la marcata influenza di Galimberti. Saprebbe indicarci altri pensatori, scrittori, autori che l’hanno influenzata?

Purtroppo ho conosciuto questi filosofi solo dai loro scritti, visto che sono nato postumo. Ma ho avuto la fortuna di avere come professori Galimberti e Severino. Credo sia giusto tributare giusti meriti ai filosofi soprattutto e anche quando sono ancora in vita. Se non li interpelliamo ora che sono fra noi quando lo faremo? Attraverso questi due professori sono approdato, più tardi, a Gunther Anders, di cui vale la pena leggere tutto, e di cui posso segnalare la sua opera principale, in due volumi, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino. Inoltre indicherei anche Arnold Gehlen, con il suo testo cardine “L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo”. Quanto a Galimberti devo dire che ha il merito di aver riportato la filosofia nella sua collocazione originaria, cioè in piazza (ricordiamoci che la filosofia non è nata nelle università, ma in piazza, nell’agorà) e quindi, contrariamente a molti detrattori che contestano a Galimberti di scrivere anche su giornali di poco conto, tipo “Donna moderna”, io proprio per questo lo elogio, perché con lui la filosofia è tornata “con i piedi per terra”, e parla a tutti, e riguarda tutti. È un po’ ciò che cerco di fare anch’io, non reputandomi affatto un filosofo, ma un semplice divulgatore, e la divulgazione è un’attività di tutto rispetto. Spiegare a un bambino di 6 anni il “giudizio sintetico a priori” è una sfida. Chi lo sa fare è un grande, pur nella limitatezza del gesto.

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Perché nel tempo della tecnica è ancora importante conoscere la filosofia?

Nel contesto contemporaneo io concepisco la filosofia come ideiatria (medicina delle idee, termine che non esiste nel vocabolario, neppure nel dizionario filosofico, perché lo ho coniato io). E significa: poiché tutti si sono buttati ad analizzare la sfera delle emozioni (le scienze dello spirito, psicoanalisi, psichiatria, ecc.) la filosofia deve esercitare il suo ruolo di esplorazione delle idee, per curarle se e quando sono malate. Le idee non restano solo idee. In base alle idee seguono comportamenti (questa è la cosa più importante da considerare). E alle idee sbagliate seguono azioni sbagliate quando non addirittura controproducenti. Abbiamo già visto, per esempio, idee come la supremazia di una razza sull’altra, a quali azioni ha condotto nella Germania nazista. Questo dovrebbe bastare a farci capire quanto è importante cosa abbiamo in testa e da dove viene, e soprattutto dove ci porta, perciò l’analisi delle idee che possiamo fare anche su noi stessi è migliore di qualunque psicoanalisi. Conoscere la filosofia significa conoscere il gioco e l’intreccio delle idee, la loro interdipendenza, la loro origine e il loro approdo. E questo ci colloca già in una posizione di esistenza all’altezza dell’uomo, perché non ci sono altri viventi che possono fare altrettanto, e noi dobbiamo vivere conformemente alla nostra natura, che è quella di portatori di pensiero. Già Aristotele, 25 secoli fa, affermava che “Sarebbe dunque assurdo che l’uomo si scegliesse il tipo di vita di un altro essere”. Ecco, se non vogliamo vivere nell’assurdo, dobbiamo ritornare a pensare. A maggior ragione nell’era della tecnica, perché oggi la tecnica non è più un mezzo in vista di fini come lo era nell’antichità, ma il ribaltamento mezzi-fini ha già determinato una deriva involutiva pericolosa, quella che dovrebbe farci riflettere non su ciò che noi possiamo fare con la tecnica, ma su ciò che la tecnica può fare di noi.

Autore: Iacopo Bernardini

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