Ave Mary, un libro di Michela Murgia mostra com’è cambiata l’immagine della donna da Eva in poi. Per causa della Chiesa.

Ave Mary, di Michela Murgia“Ave Mary. E la chiesa inventò la donna” (Einaudi, 12 € su Feltrinelli), di Michela Murgia, è per definizione della stessa autrice, “un pamphlet storico-teologico”. Ma non si tratta solo di una raccolta di pensieri, bensì di una serie di prove, documentazioni, citazioni antiche e contemporanee per farci arrivare ad una conclusione: come la donna sia diventata un oggetto stereotipato, un modello storpiato da una parte dalla stessa Chiesa e dall’altra dal commercio. Che però non sono così slegati tra di loro.

Perché nonostante uno sia credente o meno, la società ne è lo stesso influenzata, tramite i comportamenti delle persone.

In questo periodo di tempo sembra che le donne stiano avendo un risveglio di coscienza, anche qui di indignazione, verso la mercificazione della loro immagine e contro, al contrario, la clausura cui sono state soffocate per secoli, all’ombra della Chiesa – non solo cattolica.

Il tutto partendo dalle immagini che per la cristianità sono le basi della femminilità, ovvero Eva e Maria.

La prima, personaggio biblico e portatrice di tutti i peccati dell’umanità, secondo la concezione cattolica – ma forse è proprio il contrario, avendo portato la conoscenza sul mondo; la seconda, Madre di Cristo, e figura quindi da sotterrare il più possibile, perché portatrice di una parte femminile di Dio che i teologi si sono sempre affrettati a negare o cancellare.

Passando attraverso alcune altre persone che nella storia della cattolicità – fino a che punto si può considerare cristianità? – sono stati importanti, per esempio Teresa di Calcutta, beatificata per la ragione per cui  “non rappresentava solo una campionessa di carità, era soprattutto una vestale della sua dottrina morale sulla vita, quella che maggiormente interferiva con la libertà delle donne di disporre di sé stesse”, mentre in realtà era l’esperimento vivente di una donna confinata, solitaria, in cui tutto doveva essere peccato da espiare e sofferenza.

D’altronde è questa l’immagine che la Chiesa ha costruito su Gesù e sua madre: persone sofferenti, per cui diventa necessario soffrire anche noi. Mentre, al contrario, già nei Vangeli si nota tutt’altro, ovvero persone di pace e ricche di Spirito.

Tuttavia la Murgia ricostruisce come abbiano preso il sopravvento gli stereotipi patriarcali –praticamente a partire da Paolo, che è abbastanza evidente anche nei suoi scritti come non apprezzasse molto le donne – e in questo pamphlet lo dimostra. Al contrario Gesù, dopo la Resurrezione, scelse di mostrarsi per primo proprio a delle donne, e solo in seguito agli apostoli, così come aveva dato loro un posto speciale, tra Maria sua madre e Maria Maddalena.

Un aspetto che solo Giovanni Paolo I e pochi altri avevano provato a mettere in risalto, il primo affermando che “noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile: è papà, più ancora è madre”. Creò il panico in Vaticano, e il suo papato, per cause ufficiali e altre ipotizzate, più oscure, durò molto poco.

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Quando venne Giovanni Paolo II, con il suo libro Mulieris Dignitatem, il documento del 1988, usò per la prima volta l’espressione “genio femminile”. Rifiutando l’eguaglianza tra uomo e donna, sceglie la differenza, come una parte importante del femminismo, però riconfermando la subordinazione sociale e familiare della donna, “non più enunciata in nome di una inferiorità di genere, ma fondata su una pretesa superiorità di ruolo spirituale…”. Cambia la ragione, ma l’effetto rimane uguale.

E dall’altra parte, invece, troviamo i talk shows che ancora cercano in tutti i modi di far passare l’immagine della donna come oggetto sessuale, come esempio di magrezza, per alimentare il marketing delle palestre, dei cibi dimagranti e così via.

L’esempio dunque non è in un estremo o in un altro, all’interno della Chiesa conservatrice –la Murgia si professa cattolica ma con esigenze di riforme – oppure nel mondo banalizzante della forma perfetta. L’esempio è in Maria, una donna, una madre che nelle sue qualità più femminine si dimostrava un riflesso della parte più pura, casta e innocente della femminilità di Dio, mentre suo figlio era la parte maschile, ma sempre in forma perfetta.

D’altronde tutti i Vangeli parlano di come mantenere l’equilibrio nella vita, e non di andare agli estremi, neppure considerando le ‘gerarchie’. Il libro della Murgia dunque, come è giusto che sia in un pamphlet, è uno scritto limpido ma anche duro e critico, in cui dà le sue argomentazioni approfondite. In alcuni aspetti si può essere d’accordo oppure meno, ma il significato di un saggio o un pamphlet è proprio quello di far riflettere, criticare, e capire le situazioni che sono davanti a noi. Senza trascurare l’ironia.

Un libro non solo per le donne, che si può consigliare a chi interessa l’argomento ma anche a chi vuole approfondire una visione più critica sul mondo cattolico, e possiamo dire più incentrata sul messaggio spirituale cristiano.

Autore: Alex Buaiscia

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1 Commento

  1. Ho finito da poco di leggere “Ave Mary” e devo dire che lo trovo fantastico. E riduttivo dire che è un lettura della storia delle domme in chiave femminista. Lo è ma non solo. E’ un approfondimento teologico di molti stereotipi del cattolicesimo, la denuncia di una distorsione narrativa del rapporto uomo/donna. Un linguaggio pertinente all’ importanza del tema trattato e, nello stesso tempo, chiaro e di lettura accessibile. Una rivendicazione della libertà delle donne che non sconfina mai nella banalità o nel permissivismo.

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