Il finale perfetto – parte I

Come scrivere un racconto breve

Premesso che chi leggerà questo articolo è senza dubbi un amante, più o meno dotato, di quella folle signora che io chiamerei scrittura, gli vorrei chiedere di interagire con lo scrittore sfortunato per completare un racconto al quale manca davvero il finale.

Ma prima analizziamo alcuni aspetti di quello che oggi chiamiamo racconto breve.

Questa tecnica narrativa mi pare proprio che abbia raggiunto la massima diffusione il secolo scorso in America, con le famose “short stories” che ci hanno appassionato ai tempi delle capanne e delle mele. In passato il racconto breve ha rappresentato il passaggio “dal focolare allo scrittoio”, come recitava il titolo di un interessante saggio del quale raccomando la lettura a tutti gli appassionati/curiosi.  Era, vale a dire, l’ultima fase di un passaggio obbligato da una tradizione orale, rappresentata dal camino davanti al quale i nonni raccontavano le storie ai loro nipoti e ai nipoti dei vicini, ad una tradizione scritta, rappresentata dalle prime raccolte di racconti.

Agli appassionati/curiosi, consiglio anche di leggere qualche racconto gotico, o della successiva letteratura fantastica, massime espressioni di questo genere.

Sappi che un racconto breve (così come un romanzo) può essere interessante quanto la bibbia – AA. VV. (E non ci vuole tanto) o quanto Frankenstein – Mary Shelley (E questo è un po’ più difficile), ma se non avrà un buon finale, tutto sarà stato inutile. Nel caso di un romanzo, oltre al finale, è molto importante anche l’inizio, semplicemente la prima frase, che a volte condiziona il resto della lettura. Ma del romanzo parleremo un’altra volta.

Il finale è la parte più importante di un romanzo, di un racconto breve, di una poesia, di un rapporto sessuale, o di qualunque altra cosa mi venga in mente in questo allegorico momento.

Tornando al nostro racconto, come ben sai, ogni racconto racchiude in sé una presentazione dell’ambiente e dei personaggi, una breve descrizione degli avvenimenti, alcune frasi chiave, ed un finale quasi sempre a sorpresa. Il tutto (anche non in quest’ordine) sviluppato in poche pagine. E non è una cosa facile. Ragione che mi ha spinto, tranne che in brevi momenti di irragionevole irrequietezza, a dedicarmi alla scrittura di romanzi piuttosto che di racconti brevi.

Ogni racconto racchiude in sé un mondo. Ogni mondo possiede il suo insight, il suo senso/non senso, e un suo campo semantico preciso. A tal proposito, un mio vecchio insegnante (che devo aver inventato, perché non ricordo né il viso né la voce) mi spiegò una volta che non si possono mescolare parole calde con parole fredde, riferendosi proprio ai campi semantici che rivestono davvero un ruolo determinante all’interno di un testo.

In ogni racconto, quindi, si dovrebbe scegliere un registro differente, cercando di rendere diverso il racconto stesso (diverso da qualunque altro racconto).

Altri elementi determinanti possono essere la punteggiatura (uso delle virgole, punti, virgolette, parentesi…), la sintassi (ordine delle parole nella frase, ordine delle frasi nel testo e nella tua testa), il livello di lettura stesso (di solito determinato dal cosiddetto registro, cioè dalle parole scelte), l’ironia interna del testo, le aggettivazioni, per non parlare dello stile narrativo in sé (la vera anima del testo).

Non ha importanza quale di questi elementi scappi alla tua attenzione, e il racconto perderà di coerenza interna. L’importante nella vita e nell’arte è essere coerenti dalla prima all’ultima pagina.

Non sono un maestro di retorica (non sono un maestro di niente), non ho grossi studi etimologici alle spalle, ma sono sicuro di quello che dico quando affermo che essere coerenti non vuol dire “non cambiare idea”… Ma rispettare la coerenza interna degli elementi sopraelencati.

Guai, sia bruciato col mastrolindo colui che afferma di non dover mai cambiare idea! In questa esistenza così ben strutturata, schematizzata, calcolata, prenotata, l’unica libertà che ci resta è quella di poter almeno cambiare idea.

Il racconto segue all’articolo ma, visto che ho aperto dicendo che è il finale quello che importa, probabilmente l’introduzione non l’hai neanche letta…

Do alcuni indizi circa il racconto da analizzare e da completare, in questa sorta di esercizio linguistico, tanto per “essere coerente”:

Registro / campo semantico: Dall’aspetto ironico, tendente al blasfemo, assolutamente non quotidiano (dimenticati gli sms per favore), ma neanche troppo sofisticato (io non direi mai “assisa sulla sedia” o “rammento la tua gioia”). La tua abilità consiste nel trovare le parole giuste e metterle nel posto giusto -che novità, come se non fosse il dramma di tutti gli scrittori.

Punteggiatura: Leggermente personalizzata. C’è comunque (per facilitare la lettura e la comprensione) distinzione tra discorso diretto (parole di una persona riportate tali e quali) e discorso indiretto (fatti e parole descritti dal narratore). Se l’esperimento ti piace e decidiamo di ripeterlo, il prossimo racconto sarà assolutamente senza punteggiatura…

In ogni caso, la punteggiatura dovrebbe rispettare il pensiero dei personaggi e non le lezioni di grammatica italiana che, tra le altre cose, erano anche molto noiose. Una virgola può essere uno strumento molto utile, ricorda. È una tua arma e sei tu a decidere quando usarla.

Ricorda anche che la differenza tra scrivere le istruzioni per montare il frigorifero e scrivere un racconto, un libro o qualunque altra opera letteraria, consiste nel personalizzare la tua scrittura. È come se volessi fare l’amore con le parole (poi se scegli la “o” o la “l” sono fatti tuoi), renderle tue e di nessun altro. È ciò che rende liberi noi scrittori sfortunati. L’unica cosa che le tasse, le bollette, le rate della macchina, le multe della macchina, la revisione della macchina (meno male che non ho la macchina), il cartellino e il capoufficio non potranno mai portarci via.

Non importa se a scuola ti hanno insegnato che due più due fa quattro (no, quella era la matematica) o che l’albero è un vegetale e, in quanto tale, non parla e non fa l’amore. Nel tuo racconto l’albero può friggere, starnutire, cinguettare, danzare, stirarsi, chinarsi, piangere, sbadigliare, contorcersi, spiare, cantare, volare, o scrivere su una pagina celeste che non è soltanto un vegetale…

Ecco il racconto senza il finale. Ricorda che il finale non deve necessariamente essere scritto alla fine…

il finale perfetto – parte II

Autore: Franco Gallo

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