Scrivere: missione o castigo? parte II

Scrivere: missione o castigo? parte I

Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione con programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?

Questo sovraffollamento influenza e disorienta le scelte e i gusti letterari degli italiani. Ma tutto ciò cambierà. È soltanto una moda. Un giorno gli italiani riprenderanno in mano i romanzi epistolari, le raccolte di poesie (quelle vere) e tutti i veri libri che adesso sono sotterrati dalle agendine della Feltrinelli…

Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?

Immaginiamo per un attimo che questi scrittori siano sconosciuti. Oggi avrebbero le stesse possibilità che hanno avuto in passato di arrivare al cuore degli italiani? E se, proprio per tutte le ragioni che abbiamo visto, qualcuno di loro rimanesse sconosciuto soltanto perché prima di lui ci sono migliaia di “finti” scrittori che affollano le caselle postali dei grandi editori? Sarebbe un’ipotesi. Forse tra queste migliaia di poveri disperati c’è davvero il nuovo Primo Levi, ma nessuno lo saprà mai se questo è un uomo o soltanto un pagliaccio…
I nostri migliori scrittori italiani avevano qualcosa da comunicare, ognuno in maniera diversa, ma ognuno in maniera assolutamente originale. Uno scrittore oggi dovrebbe chiedersi che cosa vuole comunicare ai suoi lettori. Che cosa vuole lasciare al mondo. E non che cosa vogliono oggi i lettori, né che genere di romanzo vada di moda oggi. Se dalla mia penna dovesse venire fuori un romanzo fantasy, succederebbe perché in quel momento della mia vita sentirei di doverlo fare e non perché lo fanno tutti gli altri.
C’è anche da precisare (e non mi va di approfondire troppo l’argomento) che molti scrittori famosi hanno raggiunto il successo non solo per i propri libri, ma anche per l’epoca durante la quale li hanno scritti… Per capire e spiegarsi l’andamento del mercato librario italiano, c’è da domandarsi in che epoca viviamo oggi, che cosa importa agli italiani più delle ultime foto pubblicate su facebook, che cosa amano gli italiani oggi, o, peggio ancora, se esiste ancora una letteratura italiana.

Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?

Purtroppo esiste. Ne esistono almeno dieci. Se vuoi raggiungere un successo passeggero, è facile. Si possono seguire i miei dieci consigli dei quali accennavo prima e sui quali ci soffermeremo un’altra volta.
Ma per chi ama e rispetta i propri libri come dei veri figli, e ambisce non al successo della grande industria editoriale, ma alla gloria immortale, c’è solo da aspettare. Se un libro ha spessore letterario (a patto che tu lo faccia girare il più possibile e non lo lasci nel cassetto) prima o poi qualcuno che ha le mani nella pasta buona (quella fatta in casa, quella con l’aroma di limone e zucchero a velo o del liquore strega) gli renderà omaggio… E in questo secondo caso sarai davvero ricordato anche nei secoli che verranno, come Salgari (lui è un esempio di gloria postuma. Tra l’altro quest’anno cade il centenario della sua morte, suicida nell’aprile del 1911).
Peccato che fra cento anni (cento e qualcosa) io non ci sarò più per scoprire se si festeggerà anche il centenario della morte di Melissa P.

La situazione stagnante dell’editoria italiana…

Ed eccoci arrivati al mio argomento preferito: gli editori italiani.
Devi sapere, caro Giovanni, che l’unico modo per arginare questo fenomeno è smettere di inviargli i libri. Come al solito sono un po’ drastico, ma temo proprio che sia l’unica soluzione:
Oggi è  possibile “distruggere il nemico”, perché con l’e-book e l’auto pubblicazione (dove in alcuni casi si spende molto, molto meno rispetto ai nostri finti editori, e si ottiene il codice ISBN, il codice che “battezza” un libro e lo rende tale) è molto più facile farsi conoscere. Perché è a questo che un autore esordiente deve ambire, giusto? Farsi conoscere, far girare il proprio libro. Non di certo diventare ricco con 5 centesimi a copia (se sei fortunato te ne offrono anche 10).
I piccoli editori purtroppo non hanno tutta la colpa, sono costretti, per sopravvivere, a chiedere contributi o l’acquisto di un minimo di copie da parte degli autori. Ma i giovani autori italiani ormai dovrebbero aver imparato il trucchetto. Mi auguro che non ci sia più nessuno che, pur di vedere il proprio manoscritto pubblicato, sia disposto a pagare migliaia di euro o acquistare centinaia di copie (diffidate dal prezzo scontato sulla copertina. Quello è il trucco più antico dei commercianti: alzare il prezzo di base e fingere di fare lo sconto.)
Ripeto che secondo me la soluzione è smettere di inviare i manoscritti ai piccoli editori e spedirli soltanto alle grosse case editrici. Ci sarà probabilmente una possibilità su un milione che il tuo libro diventi un vero libro. Ma almeno diventerà un vero libro. Immaginiamo per un momento che tutti noi autori ci ribellassimo all’editoria a pagamento, smettendo di inviare i manoscritti. Per forza di cose la metà degli editori chiuderebbero bottega.
C’è una seconda alternativa, per quelli che proprio non ce la fanno a resistere e decidono di cedere alla pubblicazione con case minori (ed è quello che ho fatto io tempo fa):
La pubblicazione in questo caso è soltanto il punto di partenza. Il tuo lavoro inizia quando arrivano le copie omaggio o acquistate. A quel punto puoi prendere un bel carrello della spesa, quello che usava tua nonna per andare al mercato, metterci dentro 100 copie (che nel migliore dei casi ti sono costate il tuo ultimo stipendio) e partire per la vera distribuzione (quella che ti hanno promesso e che a volte non viene effettuata affatto), la tua missione della scrittura. Girare di libreria in libreria per proporre il tuo libro in vendita.
Ognuno di noi poi ha una resistenza diversa alle umiliazioni inflitte dai librai (a volte dei veri stronzi che non ti stringono neanche la mano. E non c’è cosa più triste)…
Quando ho girato l’Italia con il mio carrello ho avuto molte soddisfazioni, librai che si complimentavano con me per l’intraprendenza, la passione, eccetera, ma anche molte delusioni. Per questo motivo, non me la sento di consigliare questa seconda soluzione a coloro che hanno problemi al cuore.
Ho un appello da fare, se mi è concesso: prego tutti coloro che decidono di pubblicare un libro, di controllare ogni dettaglio fino a ritenerlo perfetto, finito, anche se ci volesse un anno in più, di farlo leggere a critici, competenti del settore trattato, correttori di bozze, ai propri professori, a giornalisti, a chiunque sia disposto a dare un’opinione sincera. E soltanto allora, se si è veramente sinceri con se stessi e si ritiene il proprio libro interessante, inviarlo alle case editrici. Altrimenti, con la montagna di testi poco curati che si vedono arrivare, gli editori saranno per forza di cose sempre più prevenuti e quelli che meritano non verranno mai ripescati dal calderone (faccio l’esempio della Mondadori: Ogni volta che telefoni per chiedere se accettano nuove proposte ti rispondono che sono pieni per i prossimi due anni. E tu sei costretto a rispondere che due anni prima ti avevano detto la stessa cosa.)
Terza e ultima (ultima?) possibilità: l’auto pubblicazione. Ci sono molti siti dove puoi progettare e far stampare il tuo libro (come questo: http://www.lulu.com) addirittura con l’attribuzione del codice ISBN e un servizio di editing, correzione delle bozze ecc… Servizi che molti editori a pagamento, con i quali tra l’altro spenderesti anche di più, non offrono neanche.

Scrivere: missione o castigo? parte III

Autore: Franco Gallo

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8 Commenti

  1. Mi sembra che tu abbia estremizzato un po troppo, stai dicendo che o uno scrive capolavori in tal caso ha pochissime possibilita di farcela oppure non dovrebbe scrivere affatto. Io penso invece che ci sono buoni scrittori, ci sono scrittori di talento e ci sono scrittori che non meriterebbero neanche di essere definiti tali. Insomma c’è anche una via d imezzo che ha diritto di cittadinanza.

  2. Con l’avvento degli ebook, ipad e compagnia bella non ci sarà più bisogno di stampare niente

  3. Mauri:
    E’ vero, ci sono tantissime vie di mezzo. E non sempre nella giusta posizione in classifica. I miei spunti (volutamente) estremizzati volevano rivolgersi a quella (piccola) branchia di (piccoli) editori che talvolta se ne approfittano un po’.
    Sai, come dicevo a Rhino, non mi va di fare il buonista, bisogna ammetterlo quando un libro e’ banale o, come tu dici (bravo!) , non meritevole di tale definizione.
    Che diamine! Io lo ammetto se scrivo una cazzata (si puo’ dire cazzata?). E se lo ammettessero anche gli altri, gli editori avrebbero meno potere.

  4. Mauri:
    E’ vero, ci sono tantissime vie di mezzo. E non sempre nella giusta posizione in classifica. I miei spunti (volutamente) estremizzati volevano rivolgersi a quella (piccola) branchia di (piccoli) editori che talvolta se ne approfittano un po’.
    Sai, come dicevo a Rhino, non mi va di fare il buonista, bisogna ammetterlo quando un libro e’ banale o, come tu dici (bravo!) , non meritevole di tale definizione.
    Che diamine! Io lo ammetto se scrivo una cazzata (si puo’ dire cazzata?). E se lo ammettessero anche gli altri, gli editori avrebbero meno potere.

    Polito:
    Faranno fortuna i negozi di occhiali…

  5. Intendevo dire che con l’avvento degli ebook non c’è bisogno di stampare alcun libro e di andare in giro con carrelli per librerie. Secondo me è un vantaggio per gli autori la possibilità di creare un libro a costo zero

  6. J’avais compris…
    Tra le righe spiegavo anche che l’ebook è molto più vantaggioso, non solo per il costo zero, quanto per la facilità di diffusione e di fruizione da parte dei lettori.
    Anche se… il fascino che esercita un “vero” libro resta comunque ineguagliabile. Probabilmente la combinazione ideale è l’ebook per diffondere e incuriosire i lettori, e dopo la stampa.
    La storia del carrello è nata per gioco, volevo “romanzare” un fatto realmente accaduto. E’ vero che mi sono impegnato in prima persona nella distribuzione del mio libro, ma in realtà ho usato dei mezzi “un po’ più moderni”…

  7. Non sono assolutamente d’accordo quando dici “secondo me la soluzione è smettere di inviare i manoscritti ai piccoli editori e spedirli soltanto alle grosse case editrici” perché non tutti i piccoli editori sono furbetti spenna-autori: esistono molte realtà piccole, oneste e capaci.

  8. E’ vero, ma fa’ attenzione, fai una buona scrematura per sceglierne uno. Studia il loro catalogo, lo stile di impaginatura, l’attenzione nei dettagli. Chiedi in librerie diverse ai librai cosa ne pensano e dai un’occhiata al posto che occupano sugli scaffali. Quei maledetti scaffali sono come una specie di scalata al potere, i piccoli editori se li contendono come le orecchie del toro sul retro dell’arena. Guarda anche il distributore che li serve; in Italia i distributori più importanti sono “Messaggerie Libri”, “Pde”, “NdA”, e pochi altri, molti acquistati dalla Feltrinelli & co.
    Aguzza le antenne anche sugli articoli scritti riguardo i nuovi piccoli editori, quelli d’avanguardia, particolari, e seri.
    Le mie soluzioni sono estremiste e non sempre condivisibili, è la strada più difficile la mia, non è l’unica e non è quella “giusta”. Se il tuo libro è interessante non importa il cammino che intraprenderà, le strade per arrivare a casa della gente possono essere molteplici. La mia strada la vedo, la conosco, la capisco ma nessuno mi ha ancora aperto il casello.

    Attento – mi raccomando…- ai finti editori.
    F.

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