Niccolò Cusano torna tra noi. Almeno in libreria.

Niccolo Cusano OpereCome e forse più di tutti i filosofi vissuti tra Quattrocento e Seicento, anche un gigante del pensiero universale come Niccolò Cusano subisce un medesimo destino: l’oblio.

L’attuale cultura filosofica italiana, impregnata e impegnata, da una parte, dalle bazzoffie teologiche e, dall’altra, dai cicalecci degli accademici, è così miserabile che trovare un’edizione della Docta ignorantia o del Non-aliud è come cercare monete d’oro addosso a uno straccione.

Adesso però ci ha pensato la Bompiani a render giustizia al grande filosofo tedesco pubblicando un tomo di oltre tremila pagine: Opere filosofiche, teologiche e matematiche, per la benemerita collana “Il pensiero occidentale”.

L’ultima edizione completa degli scritti cusaniani risaliva ai primi anni Settanta, quando uscirono due volumi della Utet che, però, escludevano le opere matematiche e che qui, invece, si traducono per la prima volta.
Povero Cusano! La sua sfortuna letteraria iniziò subito.

Occorsero cento anni prima che i suoi capolavori vedessero la luce, seguitando a non esser presi nella giusta considerazione. Furono solo pochi filosofi degni di questo nome, quali Giordano Bruno, a considerarlo per quello che è, ossia una delle vette del genio rinascimentale e di tutta la filosofia.
Forse scontò la sua appartenenza al clero cattolico. Era infatti un importante cardinale. Ma non uno dei soliti concionatori di fantasie teologiche.

Nella nostra epoca c’è solo un filosofo ad avergli tributato il giusto riconoscimento, ossia Marco Vannini, che nella sua vasta opera gli dedica diverse e importanti pagine. Egli lo colloca, e giustamente, nel solco della mistica speculativa occidentale, ove per mistica non si devono intendere né il visionarismo né le arzigogolature misteriosofiche ed esoteriche dei ciarlatani, bensì il movimento dell’intelligenza verso l’Assoluto o, per parafrasare Meister Eckhart – uno dei massimi campioni di questa corrente – la nascita del Logos, l’incontro con il fondo dell’anima, ossia con la parte più autentica e immortale dell’uomo.
Per questo si deve aggiungere alla parola mistica l’attributo «speculativa».

Il primo in epoca moderna a capire tale natura della mistica, fu uno dei suoi più illustri esponenti, Hegel, culmine d’una vicenda intellettuale che va da Eraclito, per concludersi proprio con il filosofo di Stoccarda.
È lo stesso Vannini ad aver messo in rilievo (Storia della mistica occidentale, Mistica e filosofia, e catervatim) questo aspetto fondamentale dell’autore della Fenomenologia dello Spirito.

Con questa nuova edizione cusaniana, il lettore italiano potrà ora immergersi in alcuni dei più importanti trattati di questa negletta tradizione, che di fatto è origine e colonna vertebrale della tradizione filosofica occidentale, nonché suo punto di contatto con la mistica orientale.

Per cogliere la natura mistica di Niccolò Cusano, basta riferirsi a quanto egli stesso scrive, il 12 Febbraio 1440, al cardinale Giuliano in una lettera apposta in conclusione alla Dotta ignoranza.

«Ricevi ora, reverendo padre, ciò che da lungo tempo ho desiderato ardentemente conseguire, percorrendo diverse vie dottrinali, ma che prima non ero riuscito a trovare, fino a quando, durante il mio ritorno in mare di Grecia, credo per un dono celeste del Padre dei lumi, dal quale proviene ogni dono ottimo, non giunsi al punto di abbracciare, nella dotta ignoranza, le cose incomprensibili in modo incomprensibile, trascendendo quelle verità incorruttibili che sono umanamente conoscibili».

Cusano qui ci dice due cose. La prima è che nonostante i suoi profondi studi non era riuscito a ottenere ciò che solo con l’esperienza intellettuale, ossia mistica (e questa è la seconda) si può ottenere. Certo egli adopera un linguaggio religioso, parlando in sostanza di “dono del cielo”, ma ciò era scontato per un cardinale del Quattrocento. Noi però sappiamo, attraverso la stessa storia della mistica occidentale, che è l’intuizione intellettuale interiore, l’atto dell’intelligenza a fornirci questa esperienza. Se vogliamo bensì di Dio, ma del Dio che abita in noi.
Diceva Agostino: «In te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas».

Le parole di Cusano somigliano tanto a quelle di Schopenhauer, che è, secondo Vannini, a parte qualche lieve differenza, un altro illustre rappresentante della mistica speculativa. Verso la fine della vita, il Saggio di Francoforte consegna a una lettera una “confessione”: il suo sistema «era nato da raggi convergenti verso un centro, come un cristallo, quasi senza il mio intervento, così come l’ho esposto nel primo volume della mia opera». E chi può intendere, intenda.

Un vero peccato è però che in questa edizione Bompiani siano assenti alcuni importanti scritti, tra cui il De pace fidei e la De cribratione Alchorani (esame del Corano).

Mi lascia alquanto perplesso anche l’introduzione di Enrico Peroli, dal titolo un po’ severiniano «Tra i tempi».
Non dice nulla di interessante dal punto di vista filosofico.
Si
limita a considerazioni di carattere storico; ed è meglio, perché credo siamo tutti stufi delle lungagnate dei prefatori di oggi.

Franz Rosenzweig definiva le prefazioni «veri starnazzamenti dopo aver fatto l’uovo, scortesi e ingiuriose verso il lettore che non ha ancor fatto nulla, né tanto meno può aver letto il libro».
Che dire allora quando gli starnazzamenti non sono della gallina che almeno ha fatto la fatica di fare l’uovo, bensì di qualche professorale e impett
ito galletto?

Invece il geniale Lichtenberg era solito chiamare le prefazioni di chiunque in vari modi: «cavalli da tiro, scacciamosche, parafulmini, vaccinazioni e anche amuleti, con cui si cerca di esorcizzare la malattia e la morte dei libri».

Questo ce lo ricorda Anacleto Verrecchia nel «Saggio introduttivo» a Lo scandaglio dell’anima (BUR, 2002), che non è una prefazione o qualcosa di simile, ma solo davvero un saggio per presentare all’ignaro lettore italiano l’ignota figura del filosofo e scienziato di Gottinga. Eppoi, suvvia. Cusano non abbisogna di alcuna prefazione, a meno che non sia di qualcuno che ne conosca il pensiero in profondità e soprattutto ne condivida non dico l’esperienza, ma almeno le posizione teoretiche. Abbastanza utili sono invece, ancora di Peroli, i commentari al testo.

In questo tomo di Bompiani c’è tutto quel che ci deve essere per studiare il pensiero cusaniano, e c’è anche il testo latino a fronte, che non guasta.

La lettura di Cusano è un vero balsamo e contravveleno – persino del curiosissimo e intelligente saggio sul Gioco della palla non solo contro la volgarità del materialismo più gretto, ma altrettanto contro le sfrenate fantasie dei teologi conservatori e i sermoncini radical-progressisti di certi altri cardinali dei nostri giorni.

Con la Dotta ignoranza e gli altri scritti di Cusano saremo certo meno ignoranti e certo più dotti.

Con la speranza d’un viaggio nel mare di Grecia.

Autore: Luca Bistolfi

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