Giochi di strada dei bambini garganici e di tutti i tempi

giochi di una volta galanteGiro giro tondo, casca il mondo, casca la Terra, tutti giù per terra.

Il classico Girotondo dei bambini di tutta Italia è uno dei duecentocinquanta passatempi infantili ricercati, catalogati e descritti da Grazia Galante nel volume “I giochi di una volta” (pubblicato da Levante editori, Bari, nel dicembre 2016, 260 pagine, 20 euro).

Centocinquanta, la gallina canta, canta sola sola, non ce vò’ jì alla scola, gallina ghianca e nera, te dà lu bbonasera, bbonasera e bbonanotte e llu lupe derete a la porte

C’è una sorpresa, come si vede, più semplicemente una variante, perché la filastrocca è nel dialetto del nord della Puglia.

Non a caso, il libro della ricercatrice di tradizioni garganiche, già insegnante a Torino, ha come sottotitolo “Come si divertivano i bambini di San Marco in Lamis“, un centro che sorge nell’alto del promontorio del Gargano, in provincia di Foggia, nelle vicinanze di San Giovanni Rotondo, tanto per facilitare la localizzazione ai non pugliesi.

Il lavoro si avvale della prefazione di Daniele Giancane, titolare della cattedra di Letteratura per l’infanzia nell’Università di Bari, è illustrato dalla disegnatrice Annalisa Nardella e propone una trascrizione in spartiti musicali a cura di Michelangelo Martino.

Quando i giochi incontrano la memoria

Un manuale di giochi, dunque, ma soprattutto un libro di storia, non c’è dubbio. E di memoria. Non c’è più modo, infatti, di trovare nelle piazze, nei parchi e nei giardini delle nostre città bambini impegnati a mettere in atto attività di gioco articolate, complesse, che non siano il banale rincorrersi. Qualcosa si potrebbe ancora vedere nei paesi, ma anche nei piccoli paesini e borghi delle Puglie i bambini non stanno più insieme all’aria aperta.
Non c’è più, fa notare Giancane, quella ch’è stata definita “la civiltà del vicolo“,
in cui era la strada il luogo dell’aggregazione, delle amicizie, della competizione, lo spazio collettivo in cui si metteva a punto il rapporto con gli altri. Era la palestra naturale in cui si plasmava il carattere, si era costretti a crescere, a confrontarsi, a risolvere problemi.

Mentre Grazia Galante riporta al passato gli adulti cresciuti in strada e in cortile, il suo testo sarà poco più che una favola per la generazione dei videogiochi di fine ‘900 e per quella dei millennial, nati dopo il 2000, ancora più digitalmente evoluta.

Si parla di giochi, in questo libro, ma non è un gioco

C’è una catalogazione attenta, che distingue tra giochi della prima infanzia, giochi femminili senza giocattoli e con giocattoli, giochi maschili senza giocattoli e con, giochi senza giocattoli e con per ragazzi di entrambi i sessi, fino alle “Conte”, gli scioglilingua in rima, tra il surreale e il nonsense, che servivano a “tirare il tocco” per scegliere ad esempio chi dovesse “stare sotto” a nascondino o andare in porta, quando non c’era il più scarso o ciccione da mandare a prendere pallonate senza speranza.

“Conta”, “tocco”, “nascondino”: cosa saranno mai per chi smanetta sui joystick, maneggia mouse o pigia su tablet e smartphone, però nel 2003 l’Unesco ha riconosciuto il gioco tradizionale come bene immateriale dell’umanità, chiedendo a tutti i Paesi di salvaguardarlo come memoria collettiva, dal momento che costituisce un patrimonio della creatività popolare, della storia di una comunità e di un territorio.

Il mondo dei giochi, quando i bambini viaggiavano lenti

I giochi raccolti da Grazia Galante sono quelli degli anni ’50 e ’60 del ‘900, quando la società era tutta a misura degli adulti, trascurava i bambini e ignorava gli adolescenti. I “minorenni” erano relegati in una angolo, senza voce e senza parola, spettatori senza biglietto, passeggeri non paganti. Ma quando serviva, qualcuno era costretto a lavorare però, per sostenere gli scarni bilanci familiari, data la povertà dei tempi.

Si era meno osservati, ma anche più liberi: poche o nessuna le macchine in circolazione, bel tempo e poco movimento, in generale, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Tanto più a San Marco in Lamis, la cui economia si affidava all’agricoltura. Nella scala sociale, un po’ più su dei contadini c’erano gli artigiani, più in basso i pastori, con i braccianti rappresentavano il sottoproletariato della società agro-pastorale.

“Dall’esame dei giochi ho notato che molti non sono nati qui, ma vengono da molto lontano: alcuni praticati addirittura dai popoli che vissero agli albori della civiltà a latitudini molto diverse”, spiega la professoressa Galante.

Anche ad Atene o a Roma le bambine giocavano a mosca-cieca e con le bambole (una, di legno, è stata trovata nel corredo funerario di Creperia, fanciulla romana del Il secolo). I maschi si divertivano con la lotta – un “trastullo” buono per ogni epoca – lanciavano frecce con archi rudimentali o facevano girare trottole. Per i più piccoli restava sempre il girotondo.

Non c’erano grandi differenze da civiltà e civiltà, visto che nel dipinto “Giochi di bambini” di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1560 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, si possono distinguere ottanta giochi diffusi allora tra i piccoli fiamminghi.

giochi di bambini Bruegel

Non si pensi a un libro nostalgico o pedante, è più che altro un catalogo – in vernacolo locale e traduzione italiana puntuale – che offre testimonianze di un tempo, un modo di vivere e di pensare che per secoli sono rimasti quasi inalterati e negli ultimi tre decenni sono invece cambiati radicalmente.

Sembra giusto concludere alla maniera in cui Grazia ha cominciato: con le parole di Pablo Neruda.

Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé.

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Autore: FeL

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