Martiri per amore. L’eccidio nazista di Boves

È assolutamente vera, ma non è mai accaduta, la storia che Chiara Genisio racconta in “Martiri per amore” (edizioni Paoline, 118 pagine, 12 euro).

Non è che non ci sia stata una strage, pure efferata; è che per la giustizia tedesca l‘eccidio di Boves non si è mai verificato. Ventiquattro morti, trecentocinquanta case incendiate dalle Waffen SS una domenica mattina, il 19 settembre 1943, poco distante da Cuneo: non risultano registrati nei puntuali documenti raccolti anche di recente dalla Procura militare tedesca, sui crimini compiuti dai propri soldati. “Mai impartito l’ordine di infierire sui civili”, ha dichiarato il maggiore Joachim Peiper al magistrato che lo interrogò sull’episodio in Piemonte. “Mai usata benzina per alimentare le fiamme, è stato il caldo di quella stagione italiana a propagare alle case il fuoco dei roghi esterni, appiccati da qualche proiettile vagante“. E il giudice tedesco ha creduto al collaboratore stretto di Himmler: criminale di guerra e spergiuro, ufficiale del II Reggimento granatieri corazzati di una divisione d’élite del partito nazista, inquadrata nell’esercito combattente, la Leibstandarte-SS Adolf Hitler. Una carriera da assassino senza scrupoli, avviata sul fronte orientale, quella del comandante dei soldati biondi, in pantaloncini caki, inviati sui monti del cuneese ad arrestare quei traditori italiani che si erano arresi agli angloamericani l’8 settembre. A Boves, una cittadina pedemontana, c’era una grande caserma delle truppe di frontiera al confine con la Francia. Alla notizia della cessazione delle ostilità contro gli Alleati, parte della guarnigione aveva piantato armi e divise e si era dispersa. Altri erano saliti a monte, dando vita ad una formazione partigiana, al comando del tenente di completamento Ignazio Vian. Raggiunta la cittadina, Peiper intimò ai militari di consegnarsi, minacciando rappresaglie e la distruzione dell’abitato. Nessuno aveva accolto l’ultimatum, anzi, i soldati avevano catturato due SS, in uno scontro a fuoco fortuito, costato un caduto da una parte e dall’altra. Il maggiore aveva a questo punto obbligato il parroco don Bernardi e un cittadino stimato, l’imprenditore Antonio Vassallo, a trattare il rilascio dei prigionieri. La mediazione ebbe buon esito e i due tedeschi vennero restituiti, ma questo non sembrò placare l’ufficiale. Le abitazioni vennero incendiate e i fuggitivi colpiti a freddo e a caso, lungo la via della salvezza, che portava lontano dagli edifici in fiamme. Le SS sparavano a bruciapelo, senza motivo, contro chi volevano. Tiro a segno. Era una roulette russa: tutti si allontanavano terrorizzati con le famiglie, qualcuno passava, un altro era abbattuto. Solo civili, tre ultrasettantenni, una anziana quasi novantenne. I militari italiani erano in alto sulle pendici, difesi dalle loro armi. Una strage motivata dall’odio razziale, dal complesso di superiorità del popolo eletto, dalla presunta infedeltà degli ex alleati. Un comportamento individuale aberrante: una SS libera un canarino dalla gabbia prima di dar fuoco al cascinale, altri mandavano in fiamme una casa, incuranti della presenza di un’ottantasettenne invalida, degente al letto, destinata a perire soffocata dal fumo. Peiper rivendica d’essere un soldato, ma non c’è onore militare nel bruciare un parroco e un uomo, usati come intermediari. Aveva promesso in cambio dei prigionieri di risparmiare il paese e la popolazione: non impedì che trucidassero anche il vice curato ventitreenne mentre stava impartendo l’assoluzione a un moribondo. Soldati senza onore quelli che uccidono un sordomuto, di ridotte facoltà mentali, accorso per spegnere l’incendio di casa o quelli che colpiscono alle spalle un nonno che cerca di salvare una culla dalle fiamme. Kaputt, annientare: Peiper l’ha fatta franca, pur macchiandosi di un altro crimine, l’uccisione di settantuno prigionieri americani inermi, durante l’offensiva nelle Ardenne, a fine 1944. Cacciato come indegno dalla sua città nel dopoguerra, è morto bruciato vivo (la nemesi) nella casa in cui viveva sotto falso nome in Francia. Boves non dimentica e ha stretto un gemellaggio con una cittadina tedesca.

LEGGI ANCHE:  "Il bel tempo di Tripoli" di Angelo Angelastro

La giornalista piemontese Chiara Genisio ha dedicato il suo libro alla memoria dei due sacerdoti che hanno sacrificato la vita nell’eccidio: martiri per amore della loro gente.

Autore: EffeElle

Condividi Questo Post Su

Invia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Aspetta, ami anche tu il profumo dei libri? Sostieni l'editoria emergente!

Ogni settimana un racconto gratis da scaricare. In più aggiornamenti sulle novità editoriali e le recensioni a cura della nostra redazione.

Grazie! Controlla la tua casella di posta e inserisci il nostro mittente nella tua rubrica per avere la certezza di ricevere le nostre email.