“Affari d’oro” di Madeleine Wickham

Affari-doro-Madeleine-Wickham-Sophie-Kinsella-e1443113261850Che i romanzi di Madeleine Wickham non appartengano al genere chick-lit, è ormai verità universalmente riconosciuta.

Per chi non ne fosse al corrente, Madeleine Wichkam è il vero nome di Sophie Kinsella. L’autrice inglese, divenuta celeberrima in seguito alla saga di I love shopping, ha deciso ormai da qualche anno, di dare alle stampe i suoi primi scritti usando il suo vero nome. Si tratta di una situazione alquanto particolare e complicata anche per chi, come me, è una grandissima fan della scrittrice. Non vi nego che ogni volta che esce un suo libro non so mai cosa aspettarmi, e devo impormi mentalmente di ricapitolare le differenze tra lo stile di Madeleine e quello di Sophie. Nel caso dell’ultima uscita editoriale della mia beniamina, però, intitolato Affari d’oro, un ruolo rilevante nel confondermi le idee lo hanno giocato le stesse case editrici. Ovunque la nuova opera di Madeleine Wickham viene descritta come una “commedia brillante”, lasciando dunque immaginare dei protagonisti buffi, delle situazioni più o meno comiche, giochi d’equivoci e quant’altro. Peccato che mi sia resa conto, leggendolo, che Affari d’oro non è nulla di tutto questo.

Come potremmo inquadrarlo, allora? Ritengo che possa essere considerato, in primis, come un romanzo sociale. Come già Begli amici! e il precedente Vacanze in villa, Affari d’oro ha per protagoniste diverse coppie, le quali si ritrovano invischiate in rapporti molto complessi tra loro, fino a pensare di annullare qualunque precedente relazione per ricostruirne delle nuove. Marcus e Anthea Whiterstone, casualmente, si ritrovano nella vita di Liz e Jonathan Chambers; a fungere da collante, gli strambi Ginny e Piers, PR e attore, e il loro migliore amico, Duncan. Come si può ben immaginare, motore degli stravolgimenti che danno vita alla trama del romanzo è l’amore: sia l’amore finito, o che si crede finito, tra le coppie che vivono nella noia della routine matrimoniale; sia l’amore che si crede appena sbocciato, confondendolo con il piacere che deriva dal sesso occasionale.

In un crescendo narrativo che rende la storia incredibilmente avvincente, i protagonisti cambiano le loro vite inseguendo la felicità, o almeno quella che credono essere la felicità. Il bandolo della matassa viene estratto, come nelle migliori narrazioni, solo tra le ultime pagine.

“Liz gli lanciò un’occhiata ostile. “Posso fingere di essere felice, se vuoi” disse sarcastica. “Se questo può essere d’aiuto”. “Sì, in effetti lo sarebbe” dichiarò Jonathan. “Sarebbe di grande aiuto. Perché non cominci subito?” Afferrò un’arachide, se la lanciò in bocca e uscì dalla cucina, lasciando che Liz lo seguisse con lo sguardo in un silenzio perplesso e sconcertato.

Un finale che non lascia null’altro se non l’amaro in bocca, perfettamente esemplificativo dell’intero stile del libro. Nulla di divertente, tutto da riflettere. Perché, se già i romanzi di Sophie Kinsella fornivano spunti di riflessione anche quando i temi più seri erano mascherati con l’ironia, quelli di Madeleine Wichkam spingono proprio il lettore di fronte all’essenzialità della natura umana e alle sue conseguenze, senza alcuna mediazione. E risulta una tecnica vincente: solo mettendoci di fronte a uno specchio possiamo avere un’immagine reale di come siamo e come appariamo agli altri, e quale miglior specchio per l’uomo se non la letteratura? Nello specifico, leggendo degli aspetti della miseria umana ci rendiamo conto di essere miseri. Di miseria ce n’è tanta, nei protagonisti di Affari d’oro; per questo potrebbero affiorare, leggendolo, pensieri che credevamo sopiti o emozioni che pensavamo non ci appartenessero. Sicuri di essere pronti?

Autore: Caterina Geraci

Leggo da sempre, leggo dovunque, leggo perché ritengo che vivere una sola vita sia tremendamente noioso. Soprattutto se quella vita la vivi in un paesino in provincia di Palermo. Per fortuna viaggio tanto, e non solo con la mente. Ah, dimenticavo: sono molto poco brava a descrivermi in poche righe; ma questo si era capito, no?

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