Le fragili attese, vite che si incrociano nella Pensione Palomar

Le fragili attese Mattia SignoriniPensione Palomar, il nome del più grande osservatorio astronomico del mondo, inaugurato nel 1948, quattro anni prima che Italo trasformasse in sette camere alla buona il dormitorio in cui aveva trovato alloggio trasferendosi nella grande città. È passato mezzo secolo da quel momento, nel romanzo del rovigino Mattia Signorini Le fragili attese, per i tipi Marsilio, 250 pagine 17 euro. Comincia con la storia dell’uomo, ormai ottantenne, che quarantasei anni prima aveva lasciato il sole del Sud. Da dove arrivava lui, si vedeva solo terra e campi, senza fine. Gli piaceva alzarsi alla prima luce e rientrare col buio. La campagna era un modo di vivere, l’unico che conosceva. Non erano mai stati ricchi, nemmeno benestanti, ma avevano ricavato sempre di che mangiare. Poi il padre era morto, come la madre e il fratello disabile. Italo aveva conosciuto l’amore all’improvviso e lo aveva perso, con la casa e il fienile, gli animali e il terreno. Tutto ceduto ad una società, per costruire una strada. Trascinando una valigia piena di soldi, era salito su un treno, come allora toccava a tanti, diretti nelle fabbriche del Nord, verso un lavoro massacrante, ma che almeno dava salario sicuro ogni mese. Era quello che sarebbe toccato anche a lui, se non lo avessero ispirato i locali malandati del dormitorio raggiunto la prima sera, in periferia. La macchia di muffa sul soffitto gli aveva suggerito l’idea. Non avrebbe offerto solo alloggio, anche colazione e cena. Pensione Palomar, come quella meraviglia costruita dall’astronomo Hubble sul monte californiano. Sotto l’insegna aggiunse un pannello di legno: si riapre appena possibile. In due mesi di lavoro, con due bravi muratori aveva trasformato una topaia in un luogo tutto sommato accogliente, che per quarantasei anni ha superato qualsiasi cambiamento nel mondo, continuando ad accogliere viaggiatori di passaggio che cercavano una sistemazione a poco prezzo. Quasi cinquant’anni dopo, aveva deciso di chiudere. Come il proprietario precedente, si sentiva troppo vecchio. Aveva stabilito anche una data: 26 novembre 1999. Due settimane prima, un professore d’inglese si era presentato sostenendo di avere una camera prenotata. Gli aveva consegnato la chiave, comunicandogli l’imminente chiusura. Mi sta bene, non mi tratterrò molto. La Pensione Palomar era di nuovo al completo, sia pure per poco. Guido, il professore, nei due anni precedenti aveva accettato qualsiasi lavoro: in un mercato ortofrutticolo, in un negozio di calzature, addetto alle spedizioni presso un corriere espresso. Ultimamente, barista capace tutt’al più di mediocri cappuccini. La sua vita era ferma su un binario, in una stazione abbandonata, circondata dal silenzio. Una vita in attesa che, come tante altre in sosta, si incrociano nelle ultime due settimane della Pensione Palomar. Con lui, gli ultimi ospiti. Un non anziano generale dell’Esercito, reduce dalle missioni di pace internazionali e con la schiena lesionata da una pallottola. Una montagna d’uomo costretto sulla sedia a rotelle, perso nei sensi di colpa per i figli che non ha visto crescere, in tutti gli anni passati all’estero. C’è anche Lucio, un quarantenne che dedica la sua vita alla ricerca del padre; aveva la sua età attuale quando lo ha abbandonato. Ingrid era arpista, il polso fratturato non le impedisce di battere sulla cassa di un supermercato, ma sogna di tornare a suonare quando – e se – quegli ossicini si rimetteranno a posto. C’è anche Emma, la domestica tuttofare che prepara straordinarie crostate alla marmellata di albicocche. Se non rotte, persone fragili come il vetro. Uomini e donne in pausa. In attesa. Sempre uguali a se stessi e alle proprie debolezze. Tanti “io” che non diventano mai “noi”. E dire che nei primi anni Italo aveva avuto per ospite un uomo che avrebbe rivisto più volte in televisione, un politico, che in risposta a una sua osservazione gli aveva detto qualcosa che avrebbe ricordato a lungo: ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non uno per uno. Nel 1984, avrebbe visto quel tipo, diventato famoso, morire in diretta per un malore durante un comizio. Io, noi. Tanti, pochi. La Pensione Palomar è come una piccola stazione di paese, in campagna. Un posto di passaggio che non ha niente a che fare col tempo presente e con la società che corre, senza arrivare da nessun a parte.

Autore: EffeElle

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