Intervista a Marco Santagata

 

come donna innamorata recensioneMarco Santagata è uno dei massimi studiosi di Dante (ma anche di Petrarca e di Leopardi) del nostro Paese. Professore di letteratura italiana all’università di Pisa, oltre che critico letterario, ha pubblicato vari romanzi di successo. Con Il maestro dei santi pallidi ha vinto il premio Campiello nel 2003, e nel 2006 il premio Stresa con L’amore in sé.

Quest’anno ha pubblicato Come donna innamorata, opera finalista al Premio Strega, in cui racconta le vicende più importanti della vita di Dante, dal primo incontro con Beatrice fino all’esilio. Santagata ha saputo ritrarre con maestria un Dante nuovo, superbo fino all’arroganza ma anche insicuro e travagliato. Un Dante lontano dai luoghi comuni e dalle ricostruzioni stereotipate.

In collaborazione con TuttoMondo abbiamo intervistato Marco Santagata, per porgli alcune domande sul suo ultimo romanzo e non solo.

Come donna innamorata ha avuto un grande successo. Eppure di solito è l’autore ad essere critico verso la propria opera. Lei è soddisfatto del suo libro?

Sono convinto che un autore non debba mai parlare della propria opera. Un autore, quando scrive, non è sempre consapevole di ciò che sta scrivendo. Nel momento in cui scrive chi comanda è la scrittura stessa; l’autore non fa che andargli dietro. Certo, ci si accorge poi di certe costanti, di alcuni motivi che ritornano, e a quel punto lo scrittore li utilizza, costruisce, elabora; ma c’è sempre una forte dose di inconsapevolezza nella scrittura creativa. E son convinto che in ogni tipo di scrittura ci sia una componente autobiografica. Persino nella scrittura saggistica.

Questo allora è valido anche quando ci si approccia ad un’opera classica: capire davvero Dante sarebbe impossibile senza conoscerne la biografia.

Certo. Più si conosce, naturalmente, e più si comprende. Quello dell’autosufficienza del testo, slegato dalle vicende biografiche dell’autore e dalle condizioni storiche in cui ha visto la luce, è un mito, e appartiene a una stagione culturale passata. Penso sia fondamentale una lettura dei testi classici che nasca da una conoscenza delle condizioni storiche, sociali e culturali della loro epoca. È anche il modo migliore per “attualizare” i classici: non sovrapporre a loro la nostra visione del mondo, ma cercare di capire qual era la visione di quel mondo e quali sono i punti di contatto (che sicuramente ci sono) fra la nostra e la loro. Altrimenti, si rischia di fare solo delle chiacchiere.

In effetti leggendo il suo libro colpisce soprattutto il trovarsi di fronte ad un Dante così umano, lontano dagli stereotipi a cui siamo abituati.

Ho cercato di rendere un Dante che fosse una persona normale, con i suoi pregi e i suoi difetti e le sue debolezze, e non un monumento. Alla base di Come donna innamorata c’è un altro libro (Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori 2012, ndr), in cui avevo cercato di offrire una nuova immagine del personaggio di Dante. Eppure, visto che i dati oggettivi a disposizione sono pochissimi, c’è pur sempre bisogno di integrare le lacune. Per certi aspetti questo mio Dante può assomigliare al personaggio reale, ma per altri ho dovuto per forza di cose “inventare” una biografia.

Prima lei parlava della componente biografica insita in ogni opera. Quanto c’è, quindi, di Marco Santagata nel suo Dante?

Beh, questo non saprei. E dove lo so, non glielo dico [ride]. Diciamo probabilmente in questo rapporto di amicizia intrisa di rivalità con Cavalcanti. Sicuramente non nelle parti relative a Beatrice.

Rapporto che è fra le cose più affascinanti del libro. Quanto c’è di vero in questo, nel Cavalcanti prima amico e mentore, poi rivale e infine avversario?

Che Guido Cavalcanti fosse il suo miglior amico lo dice Dante stesso. “Primo dei miei amici”, lo chiama nella Vita Nova. Tra i due c’era un forte divario sociale: Cavalcanti non era nobile, ma era una delle persone più ricche di Firenze. Eppure facevano tutti e due i poeti, e in un certo senso Cavalcanti è stato il maestro di poesia di Dante. Lo dice implicitamente nella Vita Nova, quando racconta che Giovanna, l’amata di Cavalcanti, ha preceduto Beatrice. Un modo poetico per dire che Cavalcanti è stato il suo mentore, il suo Battista, e per lasciar intendere che Dante fosse il Messia – riconoscere il debito, sì, ma allo stesso tempo proclamarsi migliore del suo maestro.
È anche indubbio che tra i due ci sia stata ad un certo punto una rottura, dettata forse anche da ragioni poetiche. Cavalcanti aveva una concezione dell’amore materialista, fisica, quasi medica: l’amore come una passione, come sofferenza e malattia. Dante, invece, pensava ad un amore completamente diverso, che educa e raffina l’amante. Ad un certo punto c’è stata anche una forte ostilità sul piano politico: quando Dante fu priore fu tra quelli che esiliarono Cavalcanti da Firenze. C’è un risvolto tragico, fondato sui fatti, nel rapporto tra i due poeti; naturalmente, i particolari che racconto nel libro sono fantasia.

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Nel suo libro c’è un’ambiguità voluta riguardo l’amore di Dante per Beatrice. Lo stesso Dante si chiede spesso se quello che prova per Bice sia amore o qualcosa d’altro.

Perché non è facile capire quale fosse, in realtà, la natura del rapporto tra i poeti fiorentini e le donne da loro cantate. Bisognerebbe sganciarsi da questi luoghi comuni che si insegnano nelle nostre scuole, sull’angelicità delle muse dei poeti. La poesia medievale, per forza di cosa, è tutta adulterina: queste ”donne angelo” erano tutte sposate. Sarebbe interessante studiare come un simile rapporto fosse vissuto nella società dell’epoca.
Per quanto riguarda Beatrice, noi siamo succubi del gioco che Dante ha creato: siccome lui le ha costruito un mondo attorno noi la mettiamo al centro di tutto. In realtà nella produzione del giovane Dante, fino alla Vita Nova, Beatrice occupa uno spazio minore rispetto ad altre donne. Perché è diventata poi una figura centrale? Perché ad essa si collega la rivoluzione letteraria di Dante. Prima di Beatrice c’è la creazione di un nuovo genere di poesia che ha il compito di magnificare la donna amata; solo dopo Dante cala questa invenzione in una personaggio femminile.

Quest’anno il Premio Strega ha fatto molto parlare di sé per la vicenda Ferrante e per le varie critiche che vi hanno fatto da sfondo. Lei come ha vissuto la manifestazione in prima persona, da finalista?

Devo dire che è stato molto divertente. Anche perché lo Strega ha dietro tutti questi pettegolezzi: se li si prende con l’attenzione che meritano, cioè con distacco e senza farsi coinvolgere, è anche divertente vedere questo mondo che si agita quasi sul nulla. Ma va anche bene così, perché lo Strega serve a far parlare di libri, e le vicende di questa edizione hanno sicuramente aiutato. L’ideale sarebbe che proponesse libri buoni, e questo, come in tanti altri premi letterari, non sempre succede.

Quindi lei rigetta questa visione del Premio che viene diviso ogni anno fra poche grandi case editrici?

No, credo sia proprio così. Le grandi case editrici, per forza di cose, controllano i voti per vincere. È un meccanismo che sarà difficile rompere o modificare. Anche questo, in qualche modo, fa parte del gioco.

Come giudica il panorama editoriale italiano? C’è ancora qualche casa editrice che ha voglia di rischiare, di proporre prodotti di qualità, oppure si dà sempre più attenzione al marketing e sempre meno al contenuto delle opere?

L’editoria è un’industria, e deve vendere libri. Quest’idea di un Moloch che fagocita e toglie libertà agli autori è abbastanza ingenua. Avere un buon editore, che segua l’autore nel suo lavoro è importante: spesso ha una funzione maieutica, aiuta lo scrittore a tirare fuori le idee importanti e a focalizzarvisi. Il problema, in Italia, non è la tirannia degli editori: il vero problema è che siamo un Paese estremamente ignorante. Da noi la percentuale di chi legge almeno un libro all’anno è esattamente la metà della Germania, e poco meno della metà della Francia. Sono dati drammatici. Il mercato editoriale italiano è piccolo e asfittico, non paragonabile a nessuno dei mercati europei. In parte dipende dalla lingua – l’italiano non ha un bacino tale da poter sostenere un grande mercato; ma in gran parte la colpa è del fatto che siamo una popolazione di non leggenti, di ignoranti. Non leggiamo più neanche i quotidiani, figurarsi i libri. E figurarsi i libri che valgono la pena di essere letti. Non è preoccupante il fatto che i libri più venduti siano quelli di minor qualità letteraria, ma che anche questi libri, in Italia, vengono letti da un numero non sufficiente di persone.
È un discorso che ha tante implicazioni. Probabilmente bisogna ripensare l’impostazione della nostra scuola. Da noi si fa tanta letteratura. Ma se poi chi esce dalla scuola non legge, allora c’è qualcosa che non funziona. E c’è qualcosa che non funziona nella società.

Autore: Stefano Pipi

Classe 1988, una laurea in Filosofia e una lista interminabile di libri da leggere. Entrato nel team di RecensioniLibri.org un po’ per gioco, un po’ per passione, adesso mi scervello ogni mese per decidere di quale libro parlare e per cercare di rispettare le scadenze. Da grande, forse, cercherò di fare lo scrittore.

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