Possa il mio sangue servire di Aldo Cazzullo

Possa il mio sangue servire recensione

A rileggere, nell’Italia di oggi, alcuni passi delle ultime lettere di Franco Balbis, c’è da sentirsi un verme. C’è da vergognarsi al pensiero di come abbiamo ridotto la terra che quest’uomo, oggi del tutto dimenticato, voleva «riportare a essere onorata e stimata nel mondo intero»: una frase che dovrebbe essere letta a voce alta dai candidati a una carica pubblica, dagli eletti in Parlamento, dai condannati per corruzione.
Sono queste le prime parole che Aldo Cazzullo scrive nel suo saggio Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza (edito da Rizzoli), subito dopo la lettera-testamento di Franco Balbis, uno dei tanti giovani morti per la Patria durante la Resistenza, orgogliosi di aver fatto la loro parte, di sacrificarsi per un ideale altissimo: la Libertà. La memoria storica è quasi sempre brevissima, quantomeno su alcuni fatti precisi. Ed è probabile che anche per la Resistenza valga lo stesso. Tutto ciò che accadde all’indomani del celeberrimo 8 settembre 1943 è stato più volte discusso, vessato, travisato, esaltato. Cazzullo ci restituisce una Resistenza senza colore politico né fede religiosa, mondata da ogni orpello inutile incollato addosso negli ultimi decenni. Chi fu protagonista della Resistenza, chi mise la propria vita a servizio della Libertà e della Patria, lo fece perché voleva liberare il proprio paese, voleva un’Italia fiera, lontana dal giogo dell’oppressione. Tanti, tantissimi hanno fatto la loro parte, pur sapendo di andare incontro a morte certa o, probabilmente peggio, a torture indicibili che avrebbero condotto comunque alla morte. Certo, non tutti i partigiani furono dei valorosi eroi, Cazzullo ne parla senza remore, ma si sa che in ogni “esercito” sono presenti i facinorosi. Possa il mio sangue servire parla di un’epoca relativamente vicina, ma che per un ragazzo del 2015 (penso ai ventenni, pur essendo io non molto lontana da questa età) può sembrare un’era antica, troppo distante dalla propria da non comprendere appieno il senso del sacrificio che questi giovani (fra i quali c’erano tanti ventenni o giù di lì) hanno compiuto, immolando se stessi. È probabilmente un libro che, almeno in passi scelti, dovrebbe essere letto a scuola, approfondendo un periodo storico che troppo spesso si studia con leggerezza (“sai com’è, è la fine dell’anno scolastico, poi ci sono gli esami e ancora non abbiamo finito il programma”… terribile realtà!), per comprendere non solo la storia del proprio paese, ma per assimilare dei concetti che sembrano ormai essere desueti, per comprendere che se oggi si hanno determinate libertà è perché qualcuno le ha conquistate a caro prezzo. E, lasciando la demagogia da parte, una lettura del genere non guasterebbe a nessun italiano. È davvero servito tutto quel sangue? Ai posteri l’ardua sentenza. Peccato che i posteri siamo noi.
LEGGI ANCHE:  Panem et Circenses. Vita e morte nell'arena di Giorgio Franchetti
Anche allora, nella primavera del 1944, c’era una vergogna da riscattare. L’Italia in cui Franco Balbis moriva era un Paese che aveva inventato ed esportato nel mondo il fascismo, chiuso nei campi di concentramento i libici, gasato gli abissini, cacciato dalle scuole e dal lavoro i compatrioti di religione ebraica, stretto un patto con Hitler.

Autore: Laura Landi

Sono ­ per ammissione estrema ­ lettrice compulsiva, anche se molto molto esigente. Andare in libreria mi fa sentire come Alice nel paese delle meraviglie. Il mio amore letterario segreto? Gabriel García Márquez.

Condividi Questo Post Su

Invia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest