Le inutili vergogne di Eduardo Savarese

Le inutili vergogne recensioneLe inutili vergogne è il secondo romanzo di Eduardo Savarese, due anni dopo Non passare per il sangue. 

Racconta di Benedetto, ginecologo affermato, appartenente ad una famiglia della Napoli bene che vive una doppia vita. È un affermato e stimato medico che presta la sua opera di volontario in un centro per donne in difficoltà, ma è anche un omosessuale che in segreto riceve compagni occasionali nella sua lussuosa dimora per consumare frettolosamente rapporti sessuali torbidi e morbosi, in più è un accanito collezionista di Barbie che quasi venera come feticci pagani.

A nessuno ha mai confessato quale sia la sua vera natura, meno che meno a sua madre che forse sa ma finge di non sapere; non ne ha mai parlato alla sorella che forse ha compreso, tanti anni prima, quando da bambini giocavano travestendosi entrambi da donna ma che non dice nulla, fingendo di aver dimenticato. Neppure a padre Vittorio, il prete che dirige il centro per donne in difficoltà ha mai confessato nulla, ma è probabile che anche lui sappia. È con l’entrata in scena di Nunziatina, un travestito cui il desiderio di essere donna fa immaginare una gravidanza impossibile e che si rivolge al centro per farsi aiutare da un medico, che l’esistenza di Benedetto viene sconvolta. Ora la frattura fra ciò che si è e ciò che mostra diviene insanabile e richiede un atto di coraggio perché ci si possa appropriare della propria vera e sentita identità.

Altro personaggio fondamentale è la zia Gilda, morta da tempo, ma che riesce a parlare con il nipote attraverso un epistolario celato ad arte dietro uno specchio, e che Benedetto scoprirà per caso nel momento della sua più profonda crisi di identità.

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Un romanzo forte, in certi momenti apparentemente dissacrante, ma che, in realtà, è animato da una poesia non scontata e davvero toccante. L’interrogativo di fondo è quello fra il vivere una vita di menzogna inutile e l’accettarsi per ciò che si è, al di là del fatto di essere etero- omo- trans.

INTERVISTA ALL’AUTORE

Le inutili vergogne di Eduardo Savarese

In foto: Eduardo Savarese

Le inutili vergogne è ambientato a Napoli e di questa città tu parli spesso. Avresti potuto scrivere lo stesso romanzo nella cornice di un’altra città?

Penso di no, Nunziatina è un transessuale che incarna una comunità di trans che esiste a Napoli e che sarebbe difficile immaginare fuori Napoli. Oltre tutto ho scritto delle difficoltà che sperimentano i trans in una città che ha imparato a convivere con i “femminielli” da tempi antichissimi, esiste un vicolo famoso dove vivono solo persone così, ma che fatica ad accettare i trans, come se per loro non esistesse ancora un luogo fisico e mentale dove poterli collocare.

Di cosa è simbolo Nunziatina? Leggendo il libro si ha la chiara e netta sensazione che tu ti rivolga anche a tanti etero.

Infatti, è simbolo dell’accettazione del proprio modo di sentirsi nel profondo e Benedetto, all’inizio del libro, è il suo contrario. Tanti etero, per il solo fatto di aver operato una scelta socialmente condivisa, si illudono di non indossare maschere, ma spesso la realtà è molto più dolorosa e ricca di contraddizioni che pretendono si faccia chiarezza.

Veniamo al personaggio co-protagonista: zia Gilda

Volevo parlare di una mistica laica contemporanea e lei ne è stata l’occasione. Sono affascinato dalle grandi mistiche, da anni studio la loro vita ed il mio modello rimane Santa Teresa d’Avila alla quale mi sono ispirato.

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Le lettere di zia Gilda vengono trovate dietro uno specchio: non è certamente un caso che tu abbia usato un’immagine così carica di valenze simboliche.

Giusto, mi sono rifatto ad un simbolo tipico della mistica medioevale per la quale lo specchio rappresentava un ponte fra due dimensioni della realtà. D’altronde anche il Papa è detto “Pontifex” cioè “colui che getta un ponte”.

Perché il sentimento religioso è così presente, addirittura preponderante, in questo tuo romanzo? È solo perché sei credente o è un aspetto che si riveste di significati particolari all’interno della storia che racconti?

È una dimensione particolarmente sentita dagli omosessuali, sempre e comunque, anche oggi, costretti a lottare con la ghettizzazione, l’incomprensione, la solitudine. Nella religione trovano quell’accoglienza e quella famiglia che troppo spesso gli è mancata o che gli viene negata.

Ad un certo punto parli di un racconto della Blixen, Il pranzo di Babette. È di certo una lettura che appartiene al tuo vissuto, che cosa rappresenta per te?

Per me è il racconto del potere della Grazia Divina e delle occasioni perdute, insomma delle stesse cose di cui parla il mio romanzo e poi avrei voluto scriverlo io!

Cosa pensi quando rileggi il romanzo che hai scritto?

Ogni volta penso a ciò che non ho scritto e che proverò a scrivere nel mio prossimo romanzo al quale sto già lavorando.

Bene, noi aspettiamo di leggerlo.

Ida Tortora

Autore: Ida Tortora

Sono affetta da “libridine compulsiva”. Per questo male, dall’eziologia ancora ignota, non esistono rimedi efficaci. È in fase di sperimentazione una nuova terapia che unisce alla lettura la stesura di recensioni di alcuni dei libri letti. Ho accettato di fare da cavia, ma ho notato solo un peggioramento dei sintomi e degli effetti secondari.

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