“Sfrattati” lo sfogo di un ufficiale giudiziari “Sfrattati” lo sfogo di un ufficiale giudiziari

“Sfrattati” lo sfogo di un ufficiale giudiziario: giustizia italiana malata, debole coi forti, implacabile coi deboli

 

sfrattati giuseppe marottaLo chiamano Aquila Nera, ma non è un indiano e sa di essere un uccello che non vola. Giuseppe Marotta, emigrato campano in Lombardia, porta in giro cattive notizie. Recapito grane non da poco e raccolgo gli sfoghi della gente. Rincorro debitori incalliti o incolpevoli e sfratto inquilini morosi. Notifica atti, dentro e soprattutto fuori dal carcere, sostiene nel libro che costituisce il suo sfogo: Sfrattati (Corbaccio editore, 250 pagine, 15 euro), vita vera di un ufficiale giudiziario a Milano.

Avrebbe voluto fare il giornalista, anzi, il pubblicitario, nuova frontiera della comunicazione negli anni Novanta, quando si è laureato in scienze politiche. Ha vinto il concorso nell’UNEP, acronimo impersonale che sta per una funzione amministrativa che ha un suono sinistro: Ufficio notifiche esecuzioni e protesti, brutta parola, soprattutto esecuzione, aveva detto finanche la madre.

Aveva voglia quel collega a rassicurarlo, il primo giorno. È un lavoro ingrato ma utile, siamo la spada della giustizia, i veri esecutori, gli incursori del diritto. La gente aspetta anni per ottenere una sentenza e quando vince una causa occorre qualcuno che trasformi in realtà la decisione di un giudice, siamo quelli che fanno versare al debitore quanto deve al creditore, che fanno restituire gli oggetti a quelli che non pagano più le rate e che liberano l’appartamento da chi non paga la pigione. Più che tranquillizzarlo, questo discorso lo spaventò.

Il suo racconto è una discesa nelle miserie e nelle difficoltà, specie degli ultimi anni. Sono storie di pochi forti e di tanti deboli. Morosi che non pagano l’affitto perché la crisi morde e sono in lista per una casa popolare, però quella la danno agli extracomunitari, che stanno avanti in graduatoria perchè fanno figli come conigli. Ma anche l’altra faccia della medaglia, i proprietari che devono aspettare non meno di due, spesso tre anni per liberare un appartamento dal quale non ricavano un euro. Il lavoro in questi anni è aumentato per gli ufficiali giudiziari, in maniera direttamente proporzionale all’accanirsi della crisi stessa.
Cerca di essere comprensivo, si immedesima, si sforza di mediare e si attenderebbe un grazie dalle parti in difficoltà alle quali fa in modo che venga concesso ancora tempo. Non sempre arriva. Mestiere ingrato.

E non sempre la forza pubblica è disponibile, ed anche un’ambulanza per portare via chi accusa malori, e un fabbro per forzare serrature e porte che non vogliono aprirsi. Più di una volta, anche i marescialli si commuovono, non solo lui, davanti a famiglie numerose che non hanno dove andare dopo l’esecuzione e a tanti bambini piccoli, a tante mogli con le lacrime agli occhi, ma silenziose nella loro disperazione.

Ogni volta, ogni giorno, perfino più volte al giorno, si ritrova a confrontarsi con i drammi degli altri e molto spesso con i guasti della malagiustizia, quando non è solo lenta. Truffe, furti, prepotenze, debitori incalliti che non pagano creditori che a loro volta per mancanza di liquidità diventano debitori di altri. Una spirale perversa innescata dal cinismo o dal bisogno, un gioco assurdo al massacro a danno degli ultimi.
Ma non ci sono soltanto la gente semplice, i vinti innocenti, i fragili, per i quali scalerebbe le montagne. Non manca chi gli sta sullo stomaco, quelli che dicono tanto non puoi farmi niente e usano tutti i mezzi. Certo, anche i proprietari prepotenti non sono da meno. Ognuno per la propria parte recitano un copione, ruoli scontati, battute già sentite.

Sta di fatto che in ogni episodio, in ogni caso, in tanti momenti, ricorre un nome: Ruggero. E un ricordo: una porta serrata, poi un colpo di pistola.

Perché non si dimentichi che come ammoniva Enzo Tortora – conclude Marotta, ufficiale giudiziario laureato, uomo di legge e di cuore – la giustizia negata è spesso l’anticamera della malattia, se non della morte. La giustizia italiana è un pachiderma che non muove un passo, un corpo malato nel quale si spera sempre che un governo affondi le mani, per concludere però tutte le volte: sarà per la prossima. Sconsolatamente.

Autore: FeL

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