Alla ricerca di Mr Bloom: la biografia par excellence di James Joyce finalmente in Italia

 James JoyceSe la mole, non meno che il contenuto, dell’Ulysses di James Joyce ha spaventato milioni di lettori, ancora maggior terrore susciteranno le dimensioni della biografia dello scrittore irlandese, composta dal suo massimo esperto, Richard Ellmann. James Joyce – questo semplicemente il titolo anche nell’originale inglese – è un monumento di stile e contenuti d’oltre novecento e cinquanta pagine, che un coraggioso Castelvecchi ha dato qualche mese addietro alle stampe, colmando la lacuna dei soliti quarant’anni medi cui s’attesta l’Italia, il testo essendo stato pubblicato la prima volta, dall’inglese Oxford University Press, nel 1959. Ne son pure uscite di biografie joyceane in quasi metà d’un secolo, ma è decretato che l’opus magnum di Ellmann è la biografia di Joyce per eccellenza. Come d’altra parte attesta nel “preludio” alla lunga cavalcata un articolo magistrale di Dwight Macdonald, apparso sul «The New Yorker» e anch’esso nel 1959. Questo scrittore, editore, politico, critico dalla penna felicissima mette sin da subito le cose in chiaro, il biografo assieme al suo soggetto:

«Nel 1904 un giovane irlandese, squattrinato e, all’aspetto, piuttosto sfaticato, arrivò a Trieste a insegnare inglese nella locale Berlitz School. Era accompagnato da una cameriera semianalfabeta con la quale non era sposato e con la quale visse il resto della sua vita. (Dal 1931 furono legalmente marito e moglie: lui aveva ceduto in un punto alla sua intransigenza di principio). Era debitore di piccole somme a tutta Dublino e aveva il vizio di bere. Quando morì, trentasette anni dopo, era diventato lo scrittore più famoso e ammirato della sua generazione, nei circoli che contano. (Per quel che riguarda i circoli che non contano, era stato sulla copertina di “Times”). Fu una storia di successo alla Hotatio Alger, un trionfo del Duro Lavoro e della Provvidenza sulle Umili Origini e le Cattive Abitudini.»
«Ecco l’ammirevole e spregevole individuo che Richard Ellmann ci ha dato, senza aver attenuato alcuna contraddizione, in James Joyce. Ecco ora l’opera definitiva, che spero diventi un modello per le future biografie di livello universitario. Siamo abituati allo stile dell’accademia americana in queste faccende, quei grandi dinosauri dal cervello di gallina. Abbiamo sopportato il loro modo di scrivere stupido e inespressivo, la loro congenita mancanza di idee, il caotico ammasso dei Fatti. Fatti pastorizzati, Fatti sottoposti alla prova della tubercolina, Fatti indubitabili, Fatti illimitati, Fatti presentati con così scarsa sensibilità (o semplice buonsenso) che il soggetto non emerge mai dalla loro pedantesca confusione». Ciò che invece emerge dai pur presenti fatti, è l’individuo, quell’individuo «ammirevole e spregevole», che sono poi due aggettivi perfettissimi per tratteggiare anche Mr Bloom. Se allora troveremo descritta sin nei minimi dettagli la vita d’un simile essere, perché dovremo sobbarcarsi la fatica di berci quest’oceano cartaceo? Per il semplice fatto che si tratta di James Joyce, e ciò basti. «Bella forza. Che vuoi dire?», se ne sortirà qualche lettore. È presto detto. Joyce è autore molto citato ma poco compreso, diremmo volentieri assai poco letto. Sì, molto citato e anzi pochissimo letto. Come il più scandaloso Céline, quello delle Bagatelles e dell’École, per intenderci o come un Proust. Come molti altri scrittori la cui citazione paga sempre, «fa figo e non impegna», come s’usava dire tra il volgo giovanile una ventina d’anni or sono. Eppure, Joyce andrebbe ascoltato con più attenzione, con molta più attenzione. E non certo per motivi estetici o culturali, nel (buon) senso corrente del termine. Il massimo della sincerità è il massimo della finzione, e viceversa. Joyce, in tema di prosa, è l’unico autore sincero della sua epoca e direi volentieri della modernità. L’unico scrittore che, con l’Ulisse, abbia finalmente dimostrato che la letteratura moderna non vuol dire niente. Rubando alcuni versi a Carmelo Bene – sommo ammiratore di Joyce e suo adamantino esegeta – si potrebbe dire che la letteratura moderna è «la favola raccontata da un idiota/tutta strepito e furia/che non vuol dire niente» (Macbeth Horror Suite). È l’apice di quella che lo scrivente ha sintetizzato così: accade di tutto, ma non c’è niente. Nell’Ulisse non c’è davvero niente, non si può nemmen dire che vi sia il niente. È evidente che quel 16 giugno accada di tutto, e forse accade più nel monologo di Molly Bloom che non in tutti i romanzi del Novecento, fatti solo d’emozioni, di racconti anaffettivi o, al contrario, esacerbati di frizioni e fregole umorali. La differenza sta tuttavia nel fatto che mentre la letteratura è affetta da immarcescibile spocchia moralistica e pedagogica, l’Ulisse è culmine dell’anti-pedagogia; e non perché Mr Bloom dia sfogo a zozzerie su di una spiaggia o la consorte distribuisca le proprie grazie con (modernissima) generosità, ma perché non c’è una sola pagina di questo romanzone in cui il suo autore abbia voluto impartire una lezione a chicchessia, né che solletichi il lettore con dubbi inviti o la blandisca con ammiccamenti. Non sospinge neppure a farsi imitatori di Mr Bloom, ché non lo tratteggia col profilo dell’anti-eroe, d’un fascinoso e seduttivo maudit. Mr Bloom è il nostro bigio e assente vicino di casa, l’uomo medio della strada, innalzato a protagonista (ma poi davvero o sono i fatti a esserlo?) d’uno dei più attenzionati romanzi del XX secolo. Chiuso l’Ulisse è come non averlo mai aperto, non si noterà mai la differenza tra il contenuto della pagina e la vita quotidiana, non ci saranno episodi sui quali indugiare con la memoria. Mr Bloom è l’uomo del Novecento, descritto alla perfezione nella più parte della letteratura di questo secolo con la sola differenza che Joyce traccia con iperrealismo i suoi tratti, mentre tutti gli altri fingono un rilievo a personaggi piattissimi, financo più di Mr Bloom, o conferiscono loro una dignità che invero non hanno. Nei medesimi anni in cui Joyce compone il suo capolavoro (uscirà nel 1922), a pochi chilometri da quella Trieste che vide nascere il suo primo episodio, «Telemaco», stanno uscendo i volumazzi della Recherche (1913-1927), assai più mastodontica e d’una pedantesca noia lagnosa e rigurgitante d’ambizioni psico-esistenzialistiche. Che pretese a fronte dell’Ulisse! La Recherche vuole essere filosofia, estetica, pedagogia, psicologia, psicoanalisi, mentre l’Ulisse se la ride a crepapelle d’ogni didattica, figurarsi d’ogni ipotesi edificante. Ed è inoltre uno dei pochissimi romanzi di peso, se non l’unico, che non tenga in conto alcuno l’allora dilagante psicoanalisi freudiana. La coscienza di Zeno – ahimè così ammirata da Joyce – esce nel 1923, ma mostra già la corda, racconta il prevedibile, già tutto contenuto in una manciata di paginette della Traumdeutung, che è del 1899-1900, quasi un quarto di secolo avanti. Joyce non necessita di ricorrere a esperimenti di risulta ottocenteschi per procedere nell’introspezione dell’uomo. La vita stessa di Mr Bloom è l’analisi spietata e crudele dell’essere umano ormai in via di trasformarsi in un morto vivente. Il grande frastuono copre con volontaria e cosciente maldestrezza la miseria d’un uomo il quale non sa più a qual santo rivolgersi, né forse lo vuole. Finita l’epoca di romanzi filosofici, intensissimi come per esempio quelli di Dostoevskij, in cui non accade realmente niente, ma c’è davvero di tutto – la vita, la morte, l’etica, il pensiero, la religione, la filosofia, Dio – non resta allo scrittore che prender atto di questo nulla che è rimasto, di questo nulla dentro il quale di gran carriera sta precipitando l’uomo moderno. (E se cent’anni fa era già così, figuriamoci oggi). Possiamo dire che nell’Ulisse abbiamo un’eco dell’uomo. E Joyce ce lo dice non già nel romanzo, bensì con il romanzo stesso e per giunta con un’ironia che gli altri scrittori, così pomposi e boriosi, non hanno mai posseduto. Gli unici due che sian riusciti a cogliere l’essenza di questo schiaffo etico alla letteratura moderna e alla sua menzogna sono stati Carmelo Bene e Gianni Celati. Il primo lo descrive così:
LEGGI ANCHE:  La cattedrale dei pagliacci, intervista all'autore Adriano Petta
«Con Joyce, per la prima volta, ci troviamo davanti a un pensiero dell’immediato, all’immediato pensiero. Tanto che non pare scritto, pare sottratto alla scrittura stessa… L’Ulisse si può proporre anche come il modo più straordinario, l’esempio più fulgido di cinema, di grandissimo cinema… Nell’Ulisse non ci sono mai pensieri – “pensò che…”, no. Tutti questi pensieri sono catapultati, in balia di chissà quante combine di significanti… L’Ulisse è un linguaggio del senza pensiero, senza pensiero pensato, in quanto questo pensiero è immediato».
Gianni Celati, nella prefazione alla sua versione del romanzo (l’ultima, Einaudi 2013), va ancor più a fondo, asserendo che tutte le difficoltà di lettura si possano superare, «a patto di non avere fretta e di accogliere con simpatia il disordine delle parole. Per questo non è importante capire tutto: è più importante sentire una tonalità musicale o canterina, che diventa più riconoscibile quando ci sembra di piombare in un flusso disordinato di parole… L’Ulisse è un libro in cui la musicalità è l’aspetto decisivo per tutti i rilanci, deviazioni, sorprese, iterazioni, monologhi. È un libro sentito e sostenuto da quella speciale percezione che è la musica, al di là del senso oggettivo delle cose o assertivo delle parole, ma che fa parte di qualsiasi sonorità che si diffonde in qualunque direzione… [Joyce] è uno che aveva imparato a trasmettere sulla pagina ciò che i musicisti chiamano “orecchio interno”, al di là del senso oggettivo delle parole. In effetti, se facessimo il calcolo di quante cantate spuntano nell’Ulisse ogni poche pagine, vedremmo un ventaglio di citazioni canterine che sono la spina dorsale joyciana per scavalcare tutti i discorsi e intendersi con diversi richiami musicali… Il punto focale della peregrinazione di Mr Bloom è la vita qualsiasi, la vita senza niente di speciale, la vita come un sogno o un lungo chiacchierare con se stessi. Ed è il moto moderno ininterrotto, col senso di parole che sfuggono appena udite davanti ai negozi di Grafton Street, o apparse sulla vetrina d’un negozio d’un orologiaio. È ancora la vita qualsiasi che passa ogni secondo, con suoni moderni e canzonette e arie d’opera, e la pubblicità di prodotti esibiti su cartelloni portati in spalla. Anche tutto questo nella mia traduzione diventa un problema, a cui ho cercato di dare una risposta, rievocando semplicemente questa vita qualsiasi, di cui Mr Bloom è il rappresentante. Ma soprattutto facendo emergere come possibile il senso del canto continuo, il cantare qualsiasi, che per tradizione è la cosa spicciola per far passare il tempo della vita qualsiasi». Secondo Celati, Joyce non riusciva «a pensare a nulla che non fosse un fenomeno musicale – al di là di tutte le imperanti categorie di verità logica o di certezza dialettica, che l’Umanesimo ha lasciato in eredità a tutto l’Occidente». C’è forse una sola frase, buttata lì “per caso”, in cui Joyce sia terribilmente serio e arresti per un istante l’ironia. Un messaggio nella bottiglia per chi, in fondo, disprezza se stesso e quell’esser irrimediabilmente Mr Bloom, ma sa che c’è ben altro oltre tutto questo squallore. Questa frase, anzi: questo pensiero è lasciato a Molly Bloom, nel suo stream of consciousness: «…e quelli che dicono che Dio non esiste non ci faccio proprio niente con tutto il loro sapere perché non se ne vanno a creare qualcosa…» (cito dalla traduzione di Terrinoni-Bigazzi, Newton & Compton 2012). Questa creazione rimanda indegnamente a quella romanzesca: non c’è niente da creare, l’uomo non ne è capace, può solo riprodurre, riferire. La creazione d’un mondo la può appunto solo Dio, lo scrittore imita, ma via via con sempre maggior debolezza, con sempre crescente impotenza, insino a consumarsi e di poi morire come un insetto sul ciglio d’un sentiero abbandonato. Questi non son più tempi eroici, non più i tempi cantati da Omero, in cui il poeta è, secondo il dettato di Platone nello Ione, la voce di Dio; e non a caso l’Ulisse è la versione rovesciata di quell’epica, di quegli eroi. In Occidente, Omero è il cantore più vicino alla poiesis di Dio, il primo “scrittore” (sappiamo che non è così, ma capiamoci) fecondo – Joyce l’ultimo, ed è irrimediabilmente sterile. Mr Bloom non è un anti-eroe nel senso nobile del termine, ma anzi di eroico non ha più niente, perché in quest’epoca non c’è più niente, e nessuno, di eroico, ciò che l’Ulisse ratifica nella maniera migliore. E questa sterilità è la sua fecondità. Ecco perché immergersi nella mastodontica lettura di Richard Ellmann: perché conoscerete la vita dell’unico scrittore occidentale ad aver capito queste verità con la massima onestà possibile, ad averle riprodotte e financo vissute. E in ogni caso, se non voleste sopportarne la fatica, potrete sempre andare a farvi una passeggiata. Come un Mr Bloom qualunque.

Autore: Luca Bistolfi

Condividi Questo Post Su

Invia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Aspetta, ami anche tu il profumo dei libri? Sostieni l'editoria emergente!

Ogni settimana un racconto gratis da scaricare. In più aggiornamenti sulle novità editoriali e le recensioni a cura della nostra redazione.

Grazie! Controlla la tua casella di posta e inserisci il nostro mittente nella tua rubrica per avere la certezza di ricevere le nostre email.