Il mercante di luce di Roberto Vecchioni: esiste un Amore che sia anche gioia?

Il mercante di luce recensioneStefano Quondam, professore di letteratura greca, anzi, il più grande professore di letteratura greca che ci sia mai stato, ha un figlio, Marco, malato di progeria, una sindrome rarissima che porta rapidamente alla morte accelerando il ritmo biologico del tempo. Marco ha 17 anni, ma ognuno dei suoi anni va moltiplicato per sette/otto volte, dunque non ha più tempo, eppure Stefano non si rassegna, vuole dargli il modo di vivere in poco tempo un’intera vita, donandogli la parte migliore di sé: la sua cultura, ciò che lo ha fatto diventare quello che è. Negli ultimi giorni di vita del figlio, il padre racconta di poeti ed eroi greci, di poetesse e di grandi eroine tragiche, nella comune ricerca di un senso che faccia spazio alla bellezza per fugare la paura. La trama non dice molto di questo libro che è probabilmente il migliore che Vecchioni abbia mai scritto. Salutato con sospetto e presentato dallo stesso autore come un romanzo che avrebbe difficilmente potuto interessare il pubblico non appassionato di cultura classica, ha smentito tutte le più pessimistiche previsioni collocandosi ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti in assoluto, non solo dei libri italiani. Un successo meritato per uno scrittore/poeta/cantautore che si distingue per originalità, ma che comunque lascia un po’ perplesso il critico che non sa spiegarsi come un libro simile possa aver colpito il grande pubblico. Senza nulla togliere all’arte di Vecchioni, alla sua capacità di rendere alla portata di tutti anche contenuti non esattamente scontati, come solo i veri insegnanti sanno fare, è fuori dubbio che questo suo ultimo lavoro sia di una profondità di senso che sconcerta e disorienta. Leggerlo significa sprofondare in un abisso di bellezza e di paura, pur nello spazio esiguo di sole 120 pagine, per cui viene spontaneo chiedersi quanti possano “sopravvivere” allo squadernarsi di tanta bellezza e quanti, per contro, lo abbiano letto come una storia un po’ strappalacrime, cosa che certo non è e che ne limita la portata.

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“Quodam”, colui che vive in un tempo passato

Ad una prima lettura assistiamo alla donchisciottesca lotta contro l’omologazione e la stupidità della massa che assegna cattedre universitarie ai più raccomandati seppur incapaci, che conduce fiumane di giovani a gettarsi in una mischia indistinta per celebrare il rito vuoto di insensati sabato sera, ma questo padre così accorato, giudice implacabile nella condanna dell’ovvio cosa ha da imparare mentre insegna al figlio a vivere la sua eccezionalità oltre alla sua diversità? Un suggerimento per una interpretazione del personaggio ci viene dato da quel secondo nome,”Quondam”, un avverbio latino che forse, in questo contesto, va tradotto come “colui che vive in un tempo passato“, forzando quel tanto che basta il significato del termine, ma conosciamo la capacità di Vecchioni nel rintracciare etimologie azzardate e, dunque, non meraviglierebbe che abbia voluto cogliere proprio questa accezione per definire, nominare, un personaggio che vive ed abita mentalmente nella dimensione a-spaziale e a-temporale della poesia greca, il luogo dove sono nate tutte le cose; infatti, insegna greco perché “insegnare greco significa specchiarsi nell’universo“, gettarsi “Nel disordinato ordine in cui si presentano i colori, o c’è una trama che l’anima sa leggere o c’è il nulla“. Spunti, suggestioni che spingono ad una lettura stratificata, sotterranea quasi, al di là delle parole nella ricerca di assonanze nascoste che aiutino a cogliere armonie segrete e in tal senso diviene paradigmatica la figura di Marco, il giovane/vecchio, un ossimoro dolorosamente incarnato, gli opposti che si armonizzano agli occhi del padre. Allora eccolo, finalmente, il vero protagonista del romanzo: l’Amore, il sentimento corruttore di armonie per eccellenza.

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Esiste un Amore che sia anche gioia?

Vecchioni ci presenta questo personaggio fondamentale in maniera inaspettata attraverso il dialogo con la sua psicoanalista, senza espliciti rimandi alle pagine precedenti, mettendoci dinanzi al fatto compiuto del fallimento del suo matrimonio con Miranda entrato in crisi per la malattia del figlio, ma, a ben vedere, stiamo assistendo ad un cambio di scena, introdotto dal rimando alla più bella delle favole, quella di Amore e Psiche, che ci narra di come Eros non possa sopportare di essere guardato in volto, per non essere riconosciuto, perché farsi riconoscere significa cambiare. Pagina bellissima che ci ricorda la voce del coro della tragedia greca e che fa esplodere il dramma di Stefano, il rifiuto di accettare di non essere l’unico e di voler “solo vedere quanto una donna poteva soffrire per te“, prima la madre e poi la moglie, assillato da una sola persona: Io, io, io. All’opposto Ecuba, la donna cantata da Euripide (come è strano che un uomo possa fare) attorniata da altre donne come Medea, Antigone, Cassandra, Tecmessa, Fedra, fino ad arrivare alla divina Saffo, perché la donna è “la sola che possa mandare in pensione gli dei”. Unica concessione al ridicolo, al banale è la maschia Elena “simbolo di tutto ciò che ha sconvolto e che continua a sconvolgere il mondo“. Allora “cos’è quello che gli uomini chiamano amore? È quello senza via di scampo di Fedra o quello di Saffo, la maestra degli adii, che fa del suo dolore il lenimento delle piaghe d’amore? È quello di Stefano o quello di Miranda? Esiste un Amore che sia anche gioia? Qui forse è racchiusa l’anima del romanzo, in questo interrogativo che, per trovare risposta, deve pensare alla differenza fra il “tragico” e il “lirico”. il mercante di luce  

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Il poeta tragico è legato a un’unica verità, a un solo destino, a una sola guerra. Non ha alternative […] O quello o il nulla: svanito il sogno non c’è altro che valga vivere, non c’è alternativa […]. L’eroe lirico, invece, dalle sue quinte vede, magari si distrugge, ma comanda a se stesso l’illusione della poesia che lo salva.
Eccoci al disvelamento del senso profondo del libro che ci fa vedere, cercandola, la luce attraverso le nebbie della copertina (per altro, magnifica ndr), che nulla ha a che fare con il finale del quale, volutamente, non parleremo. Marco è il mercante di luce, colui che insegna a Stefano che esiste un’alternativa alla magnificenza del tragico che, sfolgorando, abbaglia e acceca. Si, Aiace non aveva scelta, ma aveva dovuto rinunciare al mondo come Stefano ha dovuto rinunciare a Miranda che non lo abbagliava più, era diventata un’altra, era cambiata, era invecchiata, si era allontanata dalla contemplazione estatica di un uomo che valeva una vita, ma non tutti i giorni di una vita, che non valeva un figlio. Per Stefano l’alternativa esiste e consiste in un figlio che è simbolicamente giovane e vecchio, che è cambiamento addirittura troppo repentino e nel quale Stefano potrà amare anche la vecchiaia della donna che non gli appartiene più. Per Stefano esiste l’unica forma di amore che possa dare gioia, quella del ricordo e che non fa paura, perché l’amore può trovare inspiegabili rotte, come quelle sconosciute percorse dalle armi di Achille che, trasportate dal mare, si adagiarono sulla tomba di Aiace. Un capolavoro scritto da un uomo consegnato ad un destino ineluttabile sempre in bilico fra “tragico” e “lirico”, cantore dell’amore. Libro consigliato a chi ama la bellezza, a chi non teme la luce, alle donne che pochi scrittori riescono a conoscere così a fondo.

Autore: Ida Tortora

Sono affetta da “libridine compulsiva”. Per questo male, dall’eziologia ancora ignota, non esistono rimedi efficaci. È in fase di sperimentazione una nuova terapia che unisce alla lettura la stesura di recensioni di alcuni dei libri letti. Ho accettato di fare da cavia, ma ho notato solo un peggioramento dei sintomi e degli effetti secondari.

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