Le canzoni dell’aglio: il nuovo libro del Nobel Mo Yan

le canzoni dell'aglioNon una lettura per tutti e non di certo una lettura che fa sentire il lettore in pace con il mondo, il libro Le canzoni dell’aglio di Mo Yan fa chiudere la bocca dello stomaco e chiedersi se sia il caso di continuare a leggere.

Ma, se ci si fa forza, e si superano le immagini piene e perfette di sopraffazione, di cruento gioco tra perdenti per avere un attimo di supremazia, di sangue e di urina, se si riesce a farlo, allora, si potrà cogliere tutta la superba grazia del nuovo romanzo del premio Nobel per la Letteratura 2012.

La Trama

La narrazione si svolge a Paradiso (Tiantang), luogo di fantasia nella provincia cinese di Shandong. Un nome che suona per gli abitanti e per quanti si avvicineranno a questo romanzo come una beffa. Nulla di paradisiaco ha questa terra, né la vita che qui camminano gli abitanti.

Siamo in pieno periodo post Mao, nel 1987, la politica riformista proposta da Deng Xiaoping si ferma. Politica e affari sono conniventi, la corruzione ha il predominio su tutto e ai contadini non è nemmeno più data la possibilità di vendere l’aglio. Proprio quella coltura che era stata proposta come simbolo di parità, in realtà diventa l’emblema della sopraffazione. Non esistono più contadini e piccoli proprietari terrieri, ma solo ricchi e miseri, gallette di mais e ricche pietanze. Protagonisti delle vicende narrate sono le donne e gli uomini vestiti di stracci che hanno partecipato, a diverso titolo, alla rivolta contro la sede del distretto dopo che gli era stato impedito di vendere l’aglio. Ognuno ha la sua storia personale che si intreccia in qualche modo all’aglio. A fare da melodia a tutte le vite sono le canzoni del cieco Zhang Kou. Il cantastorie regala le sue note a ogni inizio capitolo, i suoi, sono canti rivelatori.

Tra i ribelli troviamo la triste storia di Gao Ma. Figlio di un ex piccolo proprietario terriero, Gao Ma si innamora della sfortunata Jinju. La sua è una vita predestinata: promessa in sposa a un uomo che non ama per poter permettere altri due matrimoni, la giovane donna condannerà la sua vita nell’attimo in cui sceglie di scappare con Gao Ma.

C’è poi Ga Yang che non sa bene come mai si trovi in prigione; sa di certo che il profumo di quella donna distinta che lo ha curato in carcere gli ha fatto venire i brividi, che quelle mani che si prendevano cura di lui l’hanno fatto sentire un uomo importante. Sa che vuole tornare dal suo bambino partorito in una notte all’ospedale in mezzo ai campi. Lì, dove ha fumato una sigaretta che non gli è piaciuta affatto. Dove con gli altri uomini ha sperato di avere un maschio perché le femmine sono inutili. Eppure quando si cerca una sposa a Paradiso non la si trova. Nel carcere femminile c’è anche Fang, madre perfida di Jinju arrestata durante le rivolte. La sua voce urla giustizia per la morte del marito avvenuta in un incidente causato da un funzionario, mai condannato. La vita dei contadini della terra di Paradiso non conta nulla.

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La critica

Mo Yan prende a pretesto un luogo e delle vite per raccontare un frammento di storia cinese. Lo fa pensando anche a chi, di quella terra, la sua, non sa nulla.
La sua narrazione non fa sconti, non maschera gli eventi, ma anzi li mostra con la forza che solo un grande scrittore ha. Quella capacità di raccontare tutto, senza mettere una parola di troppo, di creare il massimo della rabbia e, a volte, del disgusto in chi legge per poi farlo respirare con parole che più che alla prosa si avvicinano alla poesia. Un romanzo epico è Le canzoni dell’aglio, da leggere, assolutamente, concedendosi anche la libertà di riporlo per un po’ quando le vicende, le immagini, diventano troppo. Ma non bisogna abbandonarlo, questo non lo si deve fare se si è avuta la forza di sfogliare la prima pagina.

di Federica Rondino
federica.rondino@gmail.com

 

 

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