L’11ndicesima battaglia dell’Isonzo sulle tracce di un soldato caduto

Pregasi comunicare coi dovuti riguardi alla famiglia che il caporale Unia Lorenzo fu Lorenzo e da Viano Teresa, nato a Cervasca (Cuneo) il 7 agosto 1880, lavorante in paste, marito di Fantino Maria Teresa, è deceduto a Siroka Njiva il giorno 26 agosto 1917 in seguito a ferita riportata per fatto di guerra. La famiglia abita in via Ospizio 28. Si prega accusare ricevuta. Firmato: il ten.col. Comandante del Deposito.
In questa nota burocratica c’è la vita e la morte di un soldato della Grande Guerra. È con un telegramma al Comune, che veniva comunicato dal Reggimento il decesso al fronte. Parole che per la vedova e i giovanissimi figli, oltre al dolore del lutto, significavano l’avvio di anni di stenti, privazioni e un grande vuoto. Anche da quelle scarne frasi è nata l’indagine del nipote, Gerardo Unia, che si è recato in Slovenia nei luoghi dove il nonno è caduto, sull’altopiano del Lom, nel corso dell’undicesima offensiva italiana sull’Isonzo. Collegando le vicende di uno dei quasi sei milioni di arruolati nel 1915-18 agli scenari storici della Grande Guerra sul fronte italo-austriaco, è nato nel 2000 il libro del ricercatore piemontese, riproposto in edizione riveduta e ampliata dalle edizioni Nerosubianco di Cuneo: L’11ndicesima battaglia. Sulle tracce di un soldato cuneese caduto sulla Bainsizza, 380 pagine 26 euro, la storia di una ricerca, della verità dei fatti, del corpo del nonno e delle proprie radici. È cuneese, ma rappresenta tutti i caduti nel conflitto di cento anni fa, i nostri 680mila e non solo. Sul Carso il nemico è a 100, 200 passi, in certi tratti a 40-50 e in uno addirittura a 3 passi. Per chi alza la testa è la morte. Di giorno, si è costretti a restare sempre sdraiati, l’artiglieria rovescia la terra intorno e fa grandinare addosso schegge, sassi e pezzi di cadaveri in decomposizione. Le trincee sono infestate da grossi topi tenacissimi. Dopo due o tre giorni, gli uomini provano un tal senso di nausea da perdere completamente la voglia di ingerire il cibo. Il nemico a tre passi, ma questa è la versione di uno schutzen, un austriaco, il nostro nemico. Come si vede, le sofferenze dei nostri erano uguali alle loro. È la guerra. La differenza è che i fanti italiani venivano spinti costantemente all’offensiva, contro punti dominanti protetti con cura. Salivano dal basso verso l’alto, sulle pietraie, ostacolati da siepi intricate di filo spinato, battuti dal fuoco di mitragliatrici e cannoni. Il generalissimo Cadorna conduceva le offensive secondo un concetto tattico degno del secolo precedente, a ondate fitte, falciate facilmente dai centri di fuoco avversari, che però sarebbero crollati alla lunga, soverchiati dalla massa di truppe all’attacco. Masse di uomini allo scoperto: per i difensori era un tiro al bersaglio. Ci aspettano senza far fuoco fin sotto i reticolati, per essere sicuri che nessuno possa scamparla, poi musica, scriveva Carlo Salsa, ufficiale sul Carso. Risultato: migliaia di morti e feriti, per strappare poche centinaia di metri di linee. Perdite enormi, i soldati vanno all’assalto delle trincee, piangendo, annotava il colonnello Gatti, addetto storico del Comando Supremo. Tutto ricordato puntualmente da Unia (ben quattordici i suoi titoli editi complessivamente). Un lavoro ben fatto, tanto nella parte della ricerca familiare che in quella generale sulla guerra e nelle pagine riservate alla rotta di Caporetto, che costò la perdita delle zone conquistate da Lorenzo Unia e dai suoi compagni d’arme nell’agosto 1917. Anche chi non abbia nessuna nozione su quel carnaio spietato che fu il fronte italiano, può farsi un’idea chiara della follia sistematica che animò la macchina da guerra grigioverde nel primo conflitto mondiale. E alle vedove come Teresa, nel 1919, per sostentarsi e allevare il piccolo orfano, di appena sei anni, doveva bastare una pensione di 70 lire lorde al mese più un sussidio comunale mensile di cinque, quando il salario di un cottimista della Fiat superava le 18 lire al giorno. La cima del Monte Santo, a nord-est di Gorizia, si è abbassata di 16 metri per i bombardamenti. Era stata obiettivo vano degli italiani nella decima battaglia dell’Isonzo (12 maggio-6 giugno 1917), quasi un mese di combattimenti per un nulla di fatto: 160.000 vittime (36.000 morti) tra gli italiani, 125.000 (di cui 17.000 caduti) tra gli austro-ungarici, costretti questa volta a contrattacchi su larga scala. Territorio guadagnato da Cadorna: il costone del Vodice. Un unico monte e da un solo versante.

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Autore: EffeElle

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